Dal cellulare alla lavastoviglie: ora anche in Italia c'è il diritto alla riparazione
di Cinzia Arena
Un freno all'obsolescenza programmata e l'obbligo dei produttori a consentire le riparazioni anche a soggetti terzi. L'obiettivo è contrastare la crescita di rifiuti RAEE, preoccupa il fenomeno del fast-tech

Il “diritto alla riparazione” come alternativa al consumo “usa e getta” di smartphone, computer ed elettrodomestici. In Italia la norma, che recepisce la direttiva europea del 2024, entra ufficialmente in vigore domani ed è contenuta nel decreto legislativo 176 del 2026. Prevede l'obbligo per i produttori di riparare elettrodomestici e dispositivi tecnologici anche fuori garanzia, ponendo un freno definitivo alla pratica dell'obsolescenza programmata. La ratio della legge è rendere la riparazione più facile, veloce ed economica. Oggi di fatto quando qualcosa si rompe, soprattutto se si tratta di uno smartphone o di un tablet, la sostituzione con un prodotto nuovo è una scelta obbligata, perché ripararlo è anti-economico.
Insomma meno rifiuti, meno emissioni ma anche risparmio di denaro per i cittadini. L'obbligo di riparabilità scatta fin da subito per una lista selezionata di prodotti chiave: smartphone, tablet, lavatrici, lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, congelatori, televisori, display e aspirapolvere.
L'impatto stimato dalla Commissione Europea a regime è consistente sia sul fronte economico che ambientale: si prevede un risparmio di 12 miliardi di euro all'anno per i cittadini europei e un taglio netto di 35 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, accompagnato da una riduzione di 261 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra.
Il prossimo step della riforma prevede il debutto, entro il 2027, di una piattaforma unica online che consenta ai cittadini di confrontare tariffe e servizi di riparazione in tempo reale.
Riparazione obbligatoria e incentivi per i consumatori
Entrando nel dettaglio con il diritto alla riparazione le aziende non potranno più rifiutare gli interventi tecnici a meno di una impossibilità oggettiva, e dovranno garantire la disponibilità dei pezzi di ricambio per un periodo compreso tra i 5 e i 10 anni dall'uscita del prodotto dal mercato. Crolla anche il monopolio delle riparazioni: i produttori (soprattutto quelli di smartphone) avranno il divieto di utilizzare blocchi software o hardware per impedire l'uso di ricambi compatibili, usati o stampati in 3D, e dovranno fornire componenti e istruzioni tecniche anche ai riparatori indipendenti a prezzi ragionevoli.
Previsti anche incentivi per i consumatori. Chi sceglierà la riparazione anziché la sostituzione durante il periodo di garanzia legale beneficerà di un'estensione automatica della copertura di ulteriori 12 mesi.
Soddisfatte le associazioni di consumatori. “Si tratta di novità molto importanti che impattano su consumatori ambiente e produttori. Contrastano l’odioso fenomeno dell’obsolescenza programmata, spingendo i fabbricanti a realizzare prodotti che ruino di più nel tempo” sottolinea Il presidente di Assoutenti Gabriele Melluso.
''Il diritto alla riparazione rende evidente ciò che il mercato sta già dimostrando: il post-vendita non è un costo da gestire, ma una leva strategica. Per produttori e retailer la sfida sarà trasformare gli obblighi normativi in processi semplici, tracciabili e affidabili. Chi saprà farlo potrà ridurre le criticità operative, rafforzare la fiducia del cliente e costruire un vantaggio competitivo duraturo'', aggiunte Fabio Fasolino, ceo di Business company, realtà con oltre 26 anni di esperienza nei servizi post-vendita.
L'aumento dei rifiuti RAEE e l'emergenza del fast tech
Il diritto alla riparazione servirà anche a frenare l’aumento esponenziale dei rifiuti elettronici.
Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili, nel 2023 nell'Unione europea sono stati raccolti ufficialmente circa 5,2 milioni di tonnellate di RAEE, equivalenti a 11,6 chilogrammi per abitante. La quantità è cresciuta molto rispetto ai 3 milioni di tonnellate del 2012 ma nello stesso periodo è aumentato ancora più rapidamente il volume di apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato. Nel 2023 il tasso europeo di raccolta si è così fermato al 37,5%, calcolato sulla quantità media di apparecchiature immesse sul mercato nei tre anni precedenti. L'obiettivo previsto dalla normativa europea è invece del 65%. A preoccupare, tanto di essere stato il tema della giornata internazionale dei rifiuti Raee dello scorso 14 ottobre (E-Waste Day), l’aumento del cosiddetto “fast tech”: piccoli dispositivi come cavi, caricabatterie, auricolari, luci led o decorative, sigarette, mini-ventilatori e giocattoli elettronici che vengono acquistati e poi gettati via con estrema leggerezza.
Il problema non è tanto il costo in sé, ma il meccanismo dell’acquisto d’impulso (che ricalca quello del fast fashion) che quel prodotto genera e che rende tanto facile comprarlo quanto sostituirlo. Una recente indagine commissionata dal WEEE Forum e condotta da Bellegarde Scientific Consulting in 12 Paesi europei evidenzia che il 78% degli intervistati ha acquistato almeno un prodotto fast tech nell’ultimo anno e il 39% degli acquirenti ne ha buttato almeno uno senza averlo mai usato. Dall’analisi emerge anche uno smaltimento del tutto casuale, al pari dell'acquisto: il 23% degli intervistati ha gettato i dispositivi fast tech nei rifiuti domestici, il 21% nella raccolta differenziata della plastica.
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