«Il conflitto in Ucraina deve essere congelato: ma poi servono altri passi importanti»

di Luca Geronico, inviato a Leopoli
Il responsabile della Comunità di Sant'Egidio in Ucraina: la pace è una soluzione a lungo termine. Dobbiamo difenderci dall'odio che ci distrugge dall'interno
Google preferred source
October 21, 2026
«Il conflitto in Ucraina deve essere congelato: ma poi servono altri passi importanti»
Yura Lifanse durante la preghira per la pace nella chiesa di San Pietro e Paolo a Leopoli
Dalla sede di Leopoli Yura Lifanse, fino al 2022 docente di italiano all'università di Kiev, dirige le attività umanitarie della Comunità di Sant'Egidio: con un gruppo di compagni di liceo di Kiev, nel quartiere di Troyeschyna, è stato lui a fondarla nel '91. "La prima preghiera - ricorda - l'abbiamo fatta il giorno del referendum per l'indipendenza dell'Ucraina". Pochi mesi prima, in pellegrinaggio a Czestochowa, aveva incontrato e fatto amicizia con alcuni ragazzi italiani di Sant'Egidio. All'inizio della guerra, sfollato pure lui a Leopoli, ha lasciato l'insegnamento per dedicarsi a tempo pieno al lavora umanitario che accompagna e affianca la preghiera. E tra pochi giorni una delegazione di una ventina di persone partirà per Assisi per partecipare alle celebrazioni per il 40esimo anniversario della preghiera interreligiosa per la pace del 27 ottobre 1986 voluta da Giovanni Paolo II. 
Yura Lifanse, quali sono i bisogni più importanti dei nuovi sfollati arrivati a Leopoli questo autunno?
Il primo è la pace, perché tutta questa emergenza umanitaria si può risolvere solo con la fine della guerra. Chi arriva è disorientato, in povertà: sono i più vulnerabili che non potevano partire ma, magari per una bomba, hanno perso la casa. Hanno bisogno è un benvenuto, che qualcuno li incontri. Poi serve un alloggio, almeno per il primo periodo, ma per chi è fragile in genere i tempi si allungano.
Come comunità di Sant'Egidio, avete dovuto ricalibrare le vostre attività?
Sì, il bisogno più grande è a Kiev, dove i bombardamenti sono continui: diamo il benvenuto a chi arriva, distribuiamo gli aiuti. Poi ci sono programmi di accompagnamento degli anziani, di monitoraggio: li chiamiamo, li invitiamo a incontrarci regolarmente e adesso ci prepariamo a sostenerli per l’inverno.
Tutti dicono sarà il più duro dei cinque di guerra.
C'è forte il ricordo del terrore dell'inverno precedente: delle famiglie che dormivano in tende montate in camera per scaldarsi insieme o dell'anziana, sopravvissuta all’Olocausto, trovata congelata nella sua abitazione. Le temperature non scendevano così da dieci anni. Anche qui a Leopoli ci sono stati per la prima volta dei blackout. Sono attacchi sistematici per indebolite la rete nazionale per cui non ci sono più aree sicure.
Eppure la comunità di Sant'Egidio è cresciuta: ora siete almeno 700 persone. Date solidarietà, ma a quale domanda spirituale state rispondendo?
Ai giovani proponiamo un futuro, a settembre a Kiev li coinvolgiamo per programmare il pranzo di Natale così possono incontrarsi dopo mesi di lezioni online. Per gli adulti il nostro volontariato è un modo di partecipare alla difesa del Paese, per gli anziani rappresentiamo una famiglia: soli in grandi città vengono con noi in piazza a dare da mangiare a quelli ancora più poveri. Quando il cardinale Matteo Zuppi ha visitato le nostre comunità a Leopoli e Kiev le ha definite "oasi di pace" perché qui dentro non c’è odio. C’è chi a Kiev impiega fa ore di strada per un tè caldo, un abbraccio, una preghiera e ricevere anche degli aiuti. Credo che la risposta di Sant'Egidio sia molto più del pacco alimentare che distribuiamo.
Nel ‘91 a Czestochowa ha incontrato per la prima volta la comunità. Eravate dei liceali ansiosi di rompere la cortina di ferro: dopo 40 anni, come è cresciutosi è evoluta la vostra esperienza?
Papa Francesco ha definito il carisma di Sant'Egidio 3P: preghiera, poveri e pace. Ogni generazione, ogni comunità lo vive a suo modo: quello che ci unisce è il carisma di Roma, guardare lontano, non rimanere in superficie. Credo che in questo momento il compito più importante sia di difendere il popolo di Sant'Egidio dall'odio che ci distrugge dall'interno. Ci sarebbero tutti i motivi per odiare, però dobbiamo difendere il nostro popolo da questo sentimento.
Una volta al mese, qui a Leopoli nella chiesa di Pietro e Paolo, organizzate la preghiera per la pace, fra bandiere ucraine, reperti bellici e tabelloni con foto di caduti al fronte. La pace coincide con la vittoria?
Quando devo leggere la preghiera all’altare, vedo la lista dei funerali. La sofferenza è molto presente e fa parte della nostra preghiera: noi abbiamo perso al fronte Jura e Vladimir, altri della comunità sono prigionieri dei russi o combattono. Il mio sentimento, l’unico che ci può dare un futuro, è che “la pace è vittoria” e non che “la vittoria è la pace”: noi vinceremo se riusciamo a costruire la pace. In Ucraina la guerra è cominciata nel ‘14, e gli anni di stallo sono serviti solo ad accumulare le armi per riattaccare l'Ucraina. Se non arriviamo alla pace, in futuro anche i miei figli andranno a combattere. La pace è una soluzione a lungo termine: il conflitto deve essere congelato, ma poi si devono compiere passi ulteriori. Adesso la pace dobbiamo costruirla nella città: non è il fronte, ma la mentalità bellica sono entrati nel profondo della società. Dobbiamo costruire la pace a partire dalla città sperando che anche la nazione riesca ad arrivare finalmente alla pace.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire