Ritorno a Leopoli, tra i profughi in fuga dal fronte: «Non sappiamo dove altro andare»

di Luca Geronico, inviato a Leopoli
Il bilancio delle Ong: «Ogni giorno in città almeno 20 nuovi arrivi: sono tutti anziani o disabili». A Mariapolis 4 generatori per evitare continui blackout
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October 21, 2026
I soccorritori ucraini lavorano sul luogo di un attacco missilistico russo contro un edificio residenziale a Leopoli / ANSA
I soccorritori ucraini lavorano sul luogo di un attacco missilistico russo contro un edificio residenziale a Leopoli / ANSA
«Nel 2022 i profughi arrivavano alla stazione a vagonate: saranno stati 500mila, in pochi mesi» ricorda Halyna Bordun direttrice di Ptaha, Ong che ai piedi dei binari li accoglieva, scarpe sfondate e valigia di cartone, in fuga dall’invasione russa. Naturale che Leopoli, a soli 70 chilometri dal confine polacco, divenisse dopo il 24 febbraio centro logistico per coordinare gli aiuti: in un mese, mentre si combatteva a pochi chilometri da Kiev, la popolazione in città raddoppiò a due milioni. Ma nessuno, si ricorda con un certo orgoglio, fu costretto a dormire nei parchi o per strada. Era la prima emergenza ed oltre che palestre, parrocchie, sale civiche molti leopolitani aprirono gratuitamente le loro case vuote. E non solo a parenti ad amici. Adesso, secondo le statistiche, nell’oblast gli sfollati interni sono 210mila. Ma sono cifre che non rendono ragione della realtà: molti ottengono lo “status” di sfollato in altre regioni, vi sono i rientri dall’estero e la mobilità, anche nei piccoli villaggi, attraversa reti informali. «Ogni giorno, posso testimoniare, arrivano 15 o 20 persone. Ogni giorno riceviamo telefonate ed e-mail di chi chiede un alloggio, un aiuto per venire a Leopoli». Si continua a fuggire dall’Est, ancor di più da quando Putin ha iniziato a colpire le centraline di tutta la rete elettrica nazionale per spianare la strada al “generale inverno”. « E sono cambiate moltissimo le caratteristiche di chi arriva: nel ’22 giovani famiglie in fuga. Adesso, in gran parte, anziani, disabili, malati cronici. I più fragili, quelli che non riescono più a restare nelle loro case, spesso perché soli e abbandonati» prosegue Bordun - consigliera del presidente dell’Oblast per gli aiuti umanitari – che presiede il Coordinamento di 13 Ong, associazioni ed enti locali impegnati nell’assistenza.
Nella apparente normalità di una città mitteleuropea, si cerca di organizzare la solidarietà: finito il clamore della fuga di massa, restano le ferite più profonde e invisibili. «Chi arriva avrebbe bisogno almeno di un accompagnamento per due o tre mesi. Servirebbero medici, psicologi, fisioterapisti per malati cronici e portatori di handicap. Professionisti che mancano: molti sono al fronte, altri emigrati», prosegue Bordun. Sono gli scartati, gli invisibili di questo tempo di guerra, mentre gli aiuti sono quasi tutti per le regioni orientali, e si concentrano sui veterani. E adesso che anche a Leopoli sono iniziati gli allarmi quotidiani per i droni, sinora quasi sconosciuti, la fatica sfiancante paralizza mani e mente di chi fugge come di accoglie. Petro e Olga Kovalenko – 70 anni lui, operaio in pensione dell’azienda del gas, 75 lei, ex maestra d’asilo – sono di Barvinkove, vicino a Kharkiv. Con la casa quasi sul fronte, nei primi otto mesi di guerra sono fuggiti. «Quando siamo rientrati non abbiamo mai riparato i vetri alle finestre. Solo un po’ di cellophane perché i droni che continuavano a cadere, li avrebbero rotti nuovamente. Un nostro vicino di casa è stato ucciso» ricorda Petro. Adesso, nella sede della Comunità di Sant’Egidio, nel centro di Leopoli, ha appena ricevuto una stampella assieme al pacco alimentare di ogni mese. Da fine 2025 Olga e Petro vivono con la figlia e il nipote, fuggiti da Donesk nel ’22, in un monolocale di 18 metri quadri. «Nella mia città si muore per la guerra e anni fa ho avuto un tumore, ma a Barvinkove non ci sono medici e l’ospedale è occupato dai militari» spiega Olga. Si deve ricominciare, stretti in una stanzetta, a 70 anni: «A casa, con l’orto, la pensione ci bastava. Questa è una grande città, mi manca l’aria fresca delle mie colline. Ed è tutto troppo caro», conclude. Il prossimo inverno? «Sopravviveremo: da noi si arriva a meno 35 gradi, qui al massimo a meno venti. Speriamo, però, che ci sia abbastanza elettricità», sorride Petro.
Arrangiarsi è la lotta quotidiana anche fra i container ordinatissimi di Mariapolis, donati nella primavera del ’22 dal governo di Varsavia, al campus nell’ex quartiere dormitorio di Sykiv. Su un terreno che avrebbe dovuto ospitare una nuova scuola dei salesiani è sorta la “città dei profughi”: avrebbero dovuto restare pochi mesi, ma quasi cinque anni dopo sono più di 900. Nel ’22 i leopolitani venivano spontaneamente a portare cibo e vestiti, mentre nessuna recinzione separa i blocchi di container dai due palazzoni popolari dietro cui si erge il Policlinico. Il Comune garantisce l’alloggio gratuito, l’assistenza sanitaria di base e la scuola per i più giovani. «Ma manca tutto il resto. Nel settembre del ‘25 la mensa che prepara circa 300 pasti per i più anziani e i disabili, aveva finito i fondi. Poi è intervenuta la Cei che ci ha permesso di continuare» spiega sollevato padre Andrii Platosh, salesiano, uno degli amministratori del campo. In una cucina Valentin e Feder, fuggiti dal Donbass, e Andrii di Mariupol, bevono una tazza di caffè. Sono “compagni di container”. Quattro letti a castello, due mensole e qualche sedia. «Almeno abbiamo un tetto» è il ritornello nei corridoi. Valentin dal ’19 era spesso a Leopoli come muratore stagionale «Adesso ho la schiena sfondata, non riesco più a lavorare». Anche loro, come l’80 per cento dei residenti nei campi di accoglienza, è arrivato durante il primo anno di guerra. Chi è rimasto è perché non ha una alternativa: «Se mi mandano via, non saprei dove andare» confida appoggiato sulla stampella.

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