In Kosovo 27 anni dopo la fine della guerra non ci sono più mine: «Così abbiamo ricostruito il Paese»
Agron Boshtraj, da sfollato a sminatore: «Grazie all’impegno della Ong Halo Trust abbiamo eliminato in sicurezza 41.005 esplosivi»

Ricorda ancora chiaramente la sensazione di incertezza diffusa, condivisa da tutti in quell’estate del 1999, a guerra appena terminata. C’era il timore di imboccare strade e viottoli, tornare ai villaggi, rientrare nei cortili e in casa propria, se era ancora in piedi. «Quella sensazione la provavo anche io. Non sapevamo granché di mine e ordigni inesplosi, dovevamo stare attenti a ogni passo, non riuscivamo a sentirci al sicuro», racconta ad Avvenire Agron Boshtraj, all’epoca sfollato come oltre un milione di albanesi del Kosovo in fuga dai combattimenti e dalla pulizia etnica durante il conflitto tra le forze serbe e jugoslave su un fronte e, sull’altro, il gruppo separatista albanese Uck (Esercito di liberazione del Kosovo).
Per settantotto giorni la Nato aveva lanciato attacchi aerei prima di vedere Belgrado cedere e ritirare le sue truppe. Mentre sul terreno veniva dispiegata la forza militare internazionale della Kfor, agli sfollati di ritorno toccava fare i conti, oltre che con la distruzione, anche con campi disseminati di mine e bombe a grappolo a rischio di esplosione. Ora, a distanza di ventisette anni, dopo una continua presenza sul campo, l’organizzazione umanitaria impegnata nella bonifica del Kosovo, la Halo Trust, ha annunciato la conclusione della sua opera di sminamento del Paese. Quindici mesi di conflitto sono bastati per richiedere quasi tre decenni di bonifica della terra. Il caso del Kosovo, però, non è un’eccezione. La Halo Trust, l’Ong più grande al mondo specializzata nell’eliminazione in sicurezza di mine antiuomo e residuati bellici, in Mozambico ha iniziato le operazioni di bonifica nel 1993, per concluderle solo nel 2015. In Angola, le attività sono iniziate nel 1994, il lavoro non è ancora terminato. Quando, nell’estate del 1999, Agron Boshtraj è tornato a casa sua, l’ha trovata bruciata. «La contaminazione dei terreni rappresentava un pericolo costante. Nel primo mese dopo la fine della guerra circa 150 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi», riferisce. Così, poche settimane dopo l’arrivo dell’Ong in Kosovo, lui si è unito al primo team locale di Halo Trust per provare a fare qualcosa di buono per il suo territorio. «Cercavo un’occupazione e l’organizzazione assumeva personale. Ma non è stato solo un lavoro, è stata una missione», prosegue l’uomo. «Ho imparato a gestire le paure grazie all’addestramento e alle procedure impartite. Ho iniziato come autista-interprete, poi ho ricoperto ruoli come addetto alla logistica, responsabile delle risorse umane, responsabile operativo, amministratore di programma, responsabile di progetto per la ricostruzione».

Da principio, il team ha identificato le aree in cui la contaminazione costituiva una priorità assoluta, all’interno delle città, nel cuore dei villaggi e lungo le strade principali. «È stato un processo molto rapido, prima dell’avvio della preparazione dei piani per bonificare. Abbiamo quindi iniziato ad assumere centinaia di persone, solo nei primi mesi più di cinquecento dipendenti locali, il che ha portato alla creazione di numerosi team, anche femminili, con un effetto diretto anche sull’occupazione e sulla possibilità di avere un reddito. Migliaia sono stati i kosovari che, in quasi tre decenni, hanno lavorato per Halo. È stata un’esperienza molto intensa», spiega Agron Boshtraj.
Il numero totale delle vittime delle mine antiuomo dal 1999 al 2024 in Kosovo è arrivato a 585, il 75% delle quali registrato nei due anni subito dopo la fine del conflitto. «L’impatto che il nostro lavoro ha avuto è stato significativo: abbiamo eliminato in sicurezza 41.005 ordigni esplosivi, consentendo così la bonifica di 193 campi minati. La superficie totale resa sicura da Halo nel Paese equivale a oltre 3.000 campi da calcio», riferisce l’esperto. «Le operazioni sono andate a beneficio di una percentuale della popolazione totale compresa tra il 10 e il 15%. Allora il Kosovo era distrutto, lo sminamento ha permesso di ricostruirlo». Oggi, il suo impegno, cominciato quasi tre decenni fa a casa sua, proseguirà altrove. «Ovviamente è commovente vedere il programma chiudersi dopo ventisette anni. Mi sono sentito parte integrante di un grande team, che ha avuto un forte impatto sull’economia locale, perché abbiamo bonificato aree dove poi sono state costruite autostrade, fabbriche e stabilimenti. Abbiamo lavorato nei pressi dell’aeroporto internazionale di Pristina, che serve oltre 4 milioni e mezzo di passeggeri. Abbiamo sminato i cortili delle scuole, terreni privati, lo stadio di calcio, i campetti da gioco e le aree comuni dei villaggi, dove ora si fanno picnic. Abbiamo ripulito i sentieri di montagna oggi percorsi da migliaia di turisti. Insomma – conclude Agron Boshtraj - abbiamo fatto un ottimo lavoro».
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