Chi tutto, chi niente: il patrimonio di pochi supermiliardari vale il debito dei Paesi poveri
di Paolo Alfieri e Pietro Saccò
Gli Stati piegati dai costi dei passivi sono costretti a tagliare gli investimenti necessari allo sviluppo, dalle scuole alle infrastrutture. Mentre i patrimoni miliardari continuano a gonfiarsi a dismisura

Il rapporto Unctad: diversi Paesi a basso reddito "inchiodati" nella trappola del debito
Il costo del denaro sta diventando uno dei principali ostacoli allo sviluppo globale. Mentre si avvicina la scadenza del 2030 per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, decine di Paesi a basso e medio reddito si trovano a destinare una quota crescente delle proprie risorse al pagamento degli interessi sul debito invece che a scuole, ospedali e infrastrutture. È il quadro che viene ribadito anche dall'ultimo rapporto sul finanziamento dello sviluppo diffuso nei giorni scorsi dall'Unctad, l'agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, secondo cui i flussi finanziari internazionali destinati ai Paesi fragili sono oggi troppo limitati, troppo costosi e troppo instabili per sostenere gli investimenti necessari alla crescita. Tra il 2018 e il 2024, ben 99 Paesi in via di sviluppo, che ospitano 5,5 miliardi di persone, hanno visto aumentare il peso degli interessi sul debito al punto da ridurre drasticamente lo spazio fiscale per le politiche pubbliche. All’interno di situazioni sempre più strutturali, le entrate dello Stato vengono di fatto assorbite dal servizio del debito, lasciando briciole per i servizi essenziali.
Il divario tra risorse disponibili e necessità reali è ormai un abisso. Nel 2024 i Paesi in via di sviluppo hanno ricevuto circa 1.500 miliardi di dollari di flussi esterni (metà investimenti azionari, metà prestiti). Una cifra apparentemente enorme, ma insufficiente: l'Unctad stima infatti che il deficit annuo per raggiungere gli obiettivi dell'Onu sia di circa 4.300 miliardi di dollari. Per colmare questo gap servirebbe mobilitare ogni anno oltre 460 miliardi di dollari aggiuntivi. Negli ultimi dieci anni, inoltre, il ruolo della finanza internazionale si è progressivamente contratto. Tra il 2014 e il 2024 gli afflussi esterni verso il Sud del mondo sono diminuiti del 18%, costringendo gli Stati a fare affidamento sulle risorse domestiche, aumentate del 60%. Tuttavia, la finanza esterna continua a esercitare un'influenza decisiva sul costo del capitale. La disparità resta marcata: nel 2024 i finanziamenti esteri hanno coperto appena l'11% degli investimenti nei Paesi in via di sviluppo, contro il 38% registrato nelle economie avanzate. Anche la geografia punisce i più deboli: l’Africa, che ospita il 22% della popolazione delle aree in via di sviluppo, intercetta appena il 10% dei flussi globali.
Ma è soprattutto il costo del debito a preoccupare l'Onu. Nel 2024 questi Paesi hanno pagato 384 miliardi di dollari di interessi sul debito estero. Negli ultimi dieci anni il costo del servizio del debito è cresciuto molto più rapidamente dello stock complessivo: se le passività sono aumentate del 42%, il costo per sostenerle è esploso del 111%. L'impatto sui conti pubblici è devastante: tra il 2014 e il 2024 la spesa per interessi è aumentata del 102%, mentre le entrate fiscali sono cresciute soltanto del 39%. Secondo il rapporto, il 73% dei Paesi in via di sviluppo ha perso margini di bilancio proprio a causa di questo squilibrio.
Il tema del debito è da anni al centro del dibattito internazionale e oggi più che mai istituzioni multilaterali e società civile chiedono una riforma delle regole finanziarie globali. Nel 2025, anche la Commissione sul debito che era stata istituita da papa Francesco in vista del Giubileo aveva chiesto di promuovere forme di finanziamento sostenibili, orientate a obiettivi sociali di lungo periodo e con condizioni favorevoli per i più vulnerabili. Il rapporto della Commissione sollecitava meccanismi di ristrutturazione rapidi, fondati sulla crescita e non su politiche di austerità che comprimono i servizi essenziali. Un richiamo ripreso con forza da Papa Leone XIV che, nel suo discorso di inizio pontificato ha denunciato un «paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri».
In questo contesto, i dati dell'Unctad dimostrano che la questione non è solo tecnica, ma rappresenta una delle principali sfide politiche d
el secolo. Oltre ai tassi elevati, pesano le condizioni di accesso al credito: le scadenze medie delle obbligazioni emesse dai Paesi emergenti si sono quasi dimezzate, passando da 17 anni (pre-2021) a 9,5 anni nel 2025, aumentando il rischio di rifinanziamento costante. Le simulazioni contenute nel rapporto sono emblematiche: se 94 governi del Sud del mondo potessero finanziarsi agli stessi tassi delle economie avanzate, risparmierebbero circa 500 miliardi di dollari all'anno. Una cifra sufficiente a finanziare 1,3 milioni di strutture sanitarie di base o oltre 920 gigawatt di nuova capacità solare ogni anno. Secondo l'Unctad senza una riduzione del costo del capitale e una riforma dell'architettura finanziaria, il debito, nato per finanziare la crescita, resterà un vincolo che sottrae ai Paesi più fragili la possibilità di costruire il proprio futuro.
Così le ricchezze dei "Paperoni" superano il Pil di diverse nazioni
È da un paio d’anni che Elon Musk ha conquistato stabilmente la prima posizione nelle classifiche degli uomini più ricchi del mondo. Dopo la quotazione di Space X il suo primato non sembra più nemmeno contendibile. Le liste dei miliardari aggiornate quotidianamente da Bloomberg e Forbes gli attribuiscono un patrimonio di oltre 1.200 miliardi di dollari. È una cifra superiore alla somma delle ricchezze dei quattro miliardari che seguono l’imprenditore sudafricano in classifica: Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google e proprietari di patrimoni rispettivamente di 314 e 291 miliardi di dollari, Jeff Bezos di Amazon (266 miliardi) e Larry Ellison di Oracle (238 miliardi). La ricchezza di Musk supera il Pil di nazioni come Svizzera, Polonia e Irlanda ed è pari a un po’ meno del doppio di tutte le tasse e imposte pagate dagli italiani nel 2025 (622 miliardi di euro). Potremmo andare avanti a lungo con i raffronti sbalorditivi: basti dire che, secondo i calcoli di Bloomberg, dall’inizio dell’anno il patrimonio di Musk è aumentato di 608 miliardi di dollari.
Sappiamo già di vivere nell’epoca degli esseri umani più ricchi della storia, creature che vivono “come dei tra gli uomini”, espressione scelta dall’economista Guido Alfani per il titolo del suo libro sulla storia dei grandi ricchi pubblicato nel 2024. Ma quello che solo ora appare evidente è che la ricchezza di molte di queste persone è incredibilmente variabile e aleatoria. Restiamo sul caso di Musk: la sua SpaceX ha debuttato al Nasdaq venerdì 12 giugno con un prezzo di collocamento di 135 dollari ad azione. Il titolo SPCX è subito volato a 160 dollari, ha toccato un record oltre i 220 dollari questo martedì per poi scivolare sotto i 180 dollari e chiudere la sua prima settimana a Wall Street a quota 185. È ancora Bloomberg a ricordare che solo venerdì Musk è diventato più “povero” di 32 miliardi di dollari. Cosa è successo per giustificare movimenti bruschi sulle azioni di un’azienda che capitalizza circa 2.430 miliardi di dollari? Niente di significativo, se non che SpaceX nonostante i suoi progetti stellari (da colonizzare Marte in giù) e le strabilianti previsioni sul futuro è un’impresa che brucia grandi quantità di capitale (nel 2025 ha perso quasi 5 miliardi su 18,7 miliardi di ricavi) e quindi è valutata molto per quello che potrebbe diventare e poco per quello che già sa fare. Difatti le stime delle società di analisi, abituate a studiare le imprese per dare loro un valore, sono incredibilmente diverse: si va da 63 dollari ad azione di Morningstar ai 401 dollari ad azione di Arete Research, passando per i 250 dollari di Oppenheimer. Distanze enormi che confermano quanto il patrimonio del patron di Tesla sia allo stesso tempo gigantesco e incerto.
Vale per Musk come per tanti altri. Prendiamo l’italiano più ricco di tutti, che risponde al nome di Giancarlo Devasini, 62enne che resta sconosciuto ai più. Devasini ha un patrimonio che secondo Bloomberg vale 62,8 miliardi e secondo Forbes 89,3. Questa significativa differenza è legata al valore che si vuole attribuire all’attività di Devasini: si ritiene che controlli circa il 45% di Tether Holdings, azienda che si occupa di criptovalute. Più precisamente Tether scambia dollari reali con i tether, criptovalute del genere stablecoin utili a fare trading di bitcoin e simili. I soldi reali che Tether incassa, e che sono la garanzia del valore degli stablecoin, sono investiti in asset sicuri, come titoli di Stato americani o metalli preziosi. I rendimenti dei T-Bond sono il grosso dei profitti di Tether, che ha dichiarato di avere attività totali di 192 miliardi di dollari a fine marzo e ha chiuso il 2025 con 10 miliardi di dollari di utili. Quanto vale questa Tether? Difficile dirlo: l’azienda non è quotata, ha sede a El Salvador e il suo principale interlocutore bancario e la Deltec Bank & Trust Limited delle Bahamas. Quando Devasini si è fatto avanti per comprare la Juventus, di cui Tether controlla l’11,5%, John Elkann ha seccamente respinto l’offerta. Ma tra i due, almeno a guardare le classifiche dei miliardari, chi è ricco per davvero sarebbe l’uomo delle criptovalute, non l’erede degli Agnelli: Forbes mette Devasini al 24esimo posto al mondo, con 89,3 miliardi, mentre Elkann, che di miliardi ne avrebbe 2,5, è alla posizione 1.688.
Sorprendente. Ma è difficile stare dietro a quanto sono ricchi i super ricchi, in un’epoca in cui la finanza sembra sempre più distaccata dall’economia reale e le Borse, Milano compresa, segnano nuovi record nonostante guerre, crisi della democrazia e una generale fiacchezza dell’economia globale. Lo scenario globale non sarà radioso, ma nel 2025, ha calcolato Oxfam in un rapporto diffuso a gennaio, le persone con patrimoni superiori al miliardo di dollari sono salite per la prima volta sopra quota 3mila, la loro ricchezza è aumentata del 16%, a 18.300 miliardi, e basterebbe la rivalutazione annuale dei loro patrimoni, pari a 2.500 miliardi, per eradicare ventisei volte la povertà estrema dal pianeta.
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