sabato 19 agosto 2017
Per Giulio Romani, segretario della First Cisl, l'ecatombe occupazionale del settore deve essere fermata. Senza accontentarsi del fatto che le uscite siano "morbide"
Il segretario Giulio Romani al primo congresso della First Cisl

Il segretario Giulio Romani al primo congresso della First Cisl

Quando Giulio Romani, segretario della First Cisl, ha parlato di «ecatombe occupazionale» davanti ai 17.500 esuberi decisi dagli istituti di credito solo nei primi sette mesi di questo 2017 i colleghi di Fabi e Fisac Cgil, rispettivamente Lando Maria Sileoni e Agostino Megale, non l’hanno presa bene, ricordando che si tratta di uscide "morbide" in in gran parte volontarie e in ogni caso generosamente accompagnate dal fondo esuberi- «Non li capisco – ammette Romani – mi viene da pensare che ci sia l’esigenza mediatica di difendere il lavoro fatto. Che sicuramente è un buon lavoro, ma anche se abbiamo a che fare con esuberi molto ben gestiti, resta il fatto che nei prossimi anni in banca ci sarà molta meno occupazione».
I clienti gestiscono i loro conti con il computer e il telefonino, tante filiali restano più o meno deserte per ore. Non è banalmente fisiologica la drastica diminuzione del lavoro in banca?
Io non sono rassegnato. Penso che l’innovazione tecnologica, come tutte le altre innovazioni, possa sostituire il lavoro umano oppure aumentare la potenzialità di produzione del lavoro. In questo secondo caso la tecnologia cambia il lavoro dell’uomo, ma non lo sostituisce, portando invece un miglioramento dei prodotti e dei servizi.
Questo cosa significa, concretamente?
Significa che la banca può utilizzare le nuove tecnologie ottenendo solo un’innovazione organizzativa che tocca i processi aziendali, standardizzandoli o rendendoli impersonali e tagliando i posti di lavoro, oppure può evolversi orientando la riorganizzazione al miglioramento della qualità dei servizi. Per esempio sono convinto che se una banca impara ad avere una maggiore capacità di utilizzo dei Big Data può offrire ai clienti consulenze più accurate e precise, e per farlo servono persone capaci di lavorarci.
Ci sono banche in Italia che stanno scegliendo questa strada dell’innovazione positiva?
Per fortuna ce ne sono. Nel piano industriale di UniCredit ci sono molte uscite ma c’è anche un importante sostituzione del personale. Intesa Sanpaolo prevede solo gli esuberi chiesti dall’Europa per l’assorbimento delle quattro venete, i suoi numeri del personale restano integri. Il piano di Cariparma Crédit Agricole prevede un saldo attivo tra uscite e nuovi ingressi. Credo che le banche che vogliono a provare a innovare il proprio modello di servizio oltre che le strutture organizzative sono quelle che più delle altre hanno capito che un istituto di credito, pur avendo dimensioni di capitale importante, deve restare legata al territorio. Anche a Ubi, che ha scelto il modello della banca unica invece di quella federata, ha fatto uno sforzo per mantenere una dimensione territoriale più prossima. Gli esempi positivi ci sono, però non vedo piani industriali che sappiano conciliare davvero bene l’innovazione e il lavoro.
Il taglio delle filiali però pare inevitabile. Vi lascia perplessi?
C’è stato un periodo in cui le banche hanno fatto crescere gli sportelli in modo sbagliato, aprendone molti ma molto piccoli. Filiali con due o tre persone chiamate ognuna a fare un po’ di tutto non riescono a gestire in maniera ordinata e professionale il flusso di una clientela variegata, fatta di imprenditori, artigiani, famiglie che hanno esigenze diverso. Questo modello ha portato a una gestione superficiale e le sofferenze sono uno dei risultati. Anche le chiusure delle filiali, però, senza lo sviluppo di nuovi modelli organizzativi rischiano di produrre solo disservizi.
Ma siete davvero convinti che a clienti sempre più operativi online interessi davvero il rapporto con il bancario “umano”?
L’attività bancaria si basa, più di altre, sulla fiducia, la banca che gestisce i risparmi e gli investimenti sta operando sulla fiducia delle persone che le hanno affidato i loro soldi. E a un essere umano viene più spontaneo riporre la sua fiducia in una persona che in uno sportello online o in una app del telefonino. Lo dico nell’interesse delle stesse banche. Quelle che puntano esasperatamente su un modello online senza una rete di relazioni e consulenze che riumanizzano il rapporto con il cliente finiscono per offrire un servizio spersonalizzato e privo di identità. Qualcosa che qualsiasi altra banca può replicare.
Il fatto che le banche italiane stiano puntando con forza sulla gestione del risparmio vi fa essere ottimisti sulla tenuta occupazionale?
La gestione del risparmio è una delle attività su cui le banche fanno bene a puntare. Come sindacato ci stiamo impegnando per adeguarci alla realtà che cambia. A febbraio con Intesa Sanpaolo abbiamo sottoscritto un accordo sperimentale per un contratto di lavoro inedito, ibrido, per metà lavoro a tempo indeterminato e per metà contratto di consulenza. Prevede l’assunzione per 15 o 21 ore sulle tradizionali 37 ore settimanali e per il resto è un contratto di consulenza. È una sperimentazione piccola, riguarda solo un centinaio di persone, ma è un primo tentativo. Dovremo ragionarci per il rinnovo del contratto nazionale, in scadenza a fine 2018.

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