Patto fra Chiese, profezia di pace. Ecco la «via italiana al dialogo»
di Giacomo Gambassi, inviato ad Bari
I rappresentanti di diciotto comunità ecclesiali, riuniti a Bari per il primo Simposio nazionale, hanno firmato il documento che sancisce il loro impegno nel «cammino comune di testimonianza»

Diciotto nomi uno accanto all’altro. A sancire l’impegno delle Chiese cristiane in Italia a «un cammino comune di testimonianza». Diciotto denominazioni che, oltre le ferite della storia, firmano il Patto che vuole scrivere la «via italiana del dialogo». Dialogo fra le comunità ecclesiali che intende essere profezia anche per la società di fronte alle «grandi sfide di una cultura secolarizzata che non crede più all’umanesimo evangelico, che non sa parlare di pace, che diffida dell’umanitario, che è pervasa dall’idolatria dell’individualismo personale e di gruppo, che riempie di paure e giustifica la forza e la chiusura», spiega il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Il suo è il primo nome in calce all’intesa. Poi c’è quello del metropolita dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia, Polykarpos, “riferimento” del patriarcato ecumenico di Costantinopoli. E fa un certo effetto vedere che vicino ci sia padre Ambrogio Matsegora, vicario generale delle parrocchie del patriarcato di Mosca in Italia, dopo la frattura che la crisi ucraina ha prodotto nel mondo ortodosso. Un piccolo “miracolo” che si porta con sé il primo Simposio delle Chiese cristiane della Penisola aperto ieri sera nella Cattedrale di Bari proprio con la firma del documento d’intenti frutto di tre anni di incontri fra i leader delle confessioni del Paese.
Gli altri nomi che chiudono il Patto sono quelli del vescovo Siluan della Diocesi ortodossa romena; del pastore Carsten Gerdes della Chiesa evangelica luterana; del sacerdote Ivan Ivanov della Chiesa ortodossa bulgara; della moderatora Alessandra Trotta della Chiesa valdese; del pastore Alessandro Spanu dell’Unione cristiana evangelica battista; del pastore e biblista Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche; del pastore Giovanni Traettino della Chiesa evangelica della riconciliazione; di padre Nerses Harutyunyan della Chiesa apostolica armena; della pastora Jules Cave Bergquist della Chiesa d’Inghilterra; di padre Dusan Dukanovic della Chiesa serbo ortodossa; di Lidia Bruno dell’Esercito della Salvezza; di padre Shenuda Gerges della Chiesa copta di Milano; della pastora Tara Curlewis della Chiesa di Scozia; del pastore Luca Anziani dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste; e di Eduardo Zumpano, delegato della Comunione Chiese libere. Non tutte le confessioni che intervengono all’appuntamento in terra pugliese – ventuno – sottoscrivono il testo, ma tutte hanno i loro rappresentanti al Simposio. Centoventi in totale: cinquanta in rappresentanza della Chiesa cattolica; quaranta del “ramo” anglicano; trenta del pianeta ortodosso. «Una vera e propria assemblea ecumenica nazionale», la definisce il pastore Garrone nel suo saluto, in cui «i delegati non sono solo figure apicali» e in cui è «da notare il numero e la varietà delle Chiese cristiane intervenute». Un raduno senza precedenti che «non si configura come un evento meramente storico», aggiunge il metropolita ortodosso Polykarpos, ma come un «segno dei tempi» perché, «in un’epoca segnata da profonde lacerazioni, da guerre fratricide, da smarrimento spirituale e da una crescente dimenticanza di Dio, lo Spirito Santo convoca coloro che portano il nome di Cristo affinché, nella diversità delle tradizioni e dei carismi, rendano testimonianza all’unica fede apostolica e alla speranza che non delude» e perché «in un mondo ferito da conflitti armati, da ingiustizie strutturali, da migrazioni forzate e da una crisi ecologica che interpella la coscienza dell’umanità, l’azione comune dei cristiani appare non solo desiderabile ma necessaria». Così, prosegue Polykarpos, «le Chiese sono chiamate a essere voce per i senza voce, rifugio per i feriti della storia e custodi della dignità di ogni persona». Da qui il Patto che «include e non esclude» e che chiede di «collaborare, in spirito di corresponsabilità, per una feconda coesione sociale nel contesto della nostra Italia». Guai, però, a ridurlo a un esperimento di «diplomazia ecclesiastica»: è piuttosto un esempio di «sinfonia ecclesiale» che «non nasce dal silenzio delle differenze, ma dalla loro trasfigurazione». Consapevoli che il dialogo «non si esaurisce nel confronto teologico, ma si esprime anche nella condivisione delle sofferenze dell’umanità, nella solidarietà concreta e nella comune invocazione della pace».
È uno degli snodi sia del Patto, sia del Simposio che arrivano durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026. Il cardinale Zuppi è netto: «È insopportabile per noi credenti la divisione in un mondo che alza muri, che crede pericolosamente di trovare se stesso tracciando vecchi confini che tanto sangue sono costati in passato». L’iniziativa è una delle declinazioni che la Cei ha voluto dare all’invito di Leone XIV a coltivare «il dialogo ecumenico e interreligioso come via di pace» e a far sì che «ogni comunità diventi una “casa della pace”», aveva detto il Papa ai vescovi italiani. E il pastore Garrone sottolinea che «le nostre Chiese» si impegnano anche a contrastare «il sempre più diffuso e trasversale utilizzo di aggressivi riferimenti religiosi nella propaganda politica», a combattere «il diffondersi dell’antisemitismo e dell’anti islamismo», a denunciare «le persecuzioni religiose». È la pastora Jules Cave Bergquist a ribadire che le comunità ecclesiali della Penisola sono pronte a «pregare e lavorare insieme» e a «parlare con un’unica voce mentre ormai si tende alla frammentazione». Il presidente della Cei si affida a una metafora per descrivere la sfida che dalla Puglia viene lanciata: passare in Italia da un «condominio» ecclesiale alla «comunione». Coinvolgendo le «comunità locali» che devono essere «protagoniste di questo processo» ecumenico. Come mostrerà la giornata di oggi, la seconda e ultima del Simposio: laboratori con i delegati su «temi decisamente promettenti: la pace, lo spazio pubblico, la ricerca spirituale, le relazioni tra Chiese», ricorda Zuppi. A fare gli onori di casa l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Giuseppe Satriano, che descrive la città come «una vera capitale dell’unità». E ricorda che «le Chiese cristiane assumono il dialogo non come strategia, ma come stile capace di trasformare il Mediterraneo in un laboratorio di pace, di fraternità e di condivisione reale».
«Agire insieme per la giustizia e la solidarietà». Così i cristiani contribuiscono al bene del Paese
Citano la Costituzione per sottolineare il «contributo che le religioni possono offrire al progresso materiale e spirituale della società». Le Chiese cristiane in Italia lanciano la sfida della testimonianza comune nello spazio pubblico. E lo scrivono nel Patto che hanno firmato ieri a Bari «in spirito di fraternità e pace», come si specifica nell’ultimo paragrafo. Diciotto le denominazioni che, attraverso un loro referente, hanno siglato il documento d’intenti in apertura del primo Simposio che riunisce centoventi delegati delle comunità ecclesiali presenti nella Penisola. Un testo in sei articoli preceduto da un’ampia introduzione che ne spiega l’«importanza» e che racconta come si tratti di un «evento di portata storica» per la Penisola. Non «un semplice atto formale» ma il risultato di «un lungo e proficuo cammino vissuto insieme, segnato dall’incontro, dal dialogo e dalla maturazione reciproca» che si propone di scrivere la «via italiana del dialogo» come progetto ecumenico “pilota” di stampo nazionale destinato a fare scuola in Europa.
Nel Patto le Chiese ripetono più volte «ci impegniamo…». Impegni che riguardano sia l’ambito ecclesiale, sia la dimensione civile. Come dice la volontà di «rendere visibile l’unità della fede attraverso la preghiera comune, l’ascolto condiviso della Parola di Dio e l’azione solidale nelle nostre città». Azione che l’intesa traduce in «collaborazione per la coesione sociale e il bene comune». «In obbedienza al comandamento dell’amore e al mandato evangelico» le comunità cristiane stabiliscono di agire insieme «in favore della giustizia, della pace e della solidarietà tra gli uomini e le donne del nostro tempo» in Italia. Soprattutto intendono essere voce e pungolo nella «tutela della dignità di ogni persona», nella «promozione della pace e del dialogo tra popoli, culture e religioni», nell’«accoglienza dei poveri, dei migranti, degli emarginati e di quanti soffrono», nella «custodia del creato», nella «lotta contro l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni forma di discriminazione religiosa». Rinunciare a queste sfide significherebbe «tradire la vocazione cristiana», avverte l’introduzione. Non Chiese che immaginano una fede intimista ma che desiderano «assumere una presenza pubblica rispettosa della laicità», afferma il Patto. In maniera condivisa. Perché «solo una testimonianza concorde, pur nella diversità, può essere segno dell’amore di Cristo per il mondo». La testimonianza contempla anche la necessità di «annunciare nel modo migliore il Vangelo nella società secolarizzata e post-secolarizzata» com’è quella italiana. E l’urgenza di «perseguire la libertà religiosa per ogni persona».
L’intesa si apre richiamando il versetto della Lettera di san Paolo agli Efesini al centro della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 che si conclude domani: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. E comincia ponendo l’accento sulla «chiamata a camminare insieme come testimoni del Vangelo». Consapevoli delle «diversità di tradizioni e di esperienze ecclesiali», le Chiese mettono nero su bianco la scelta di «vivere nella reciproca stima» e di «riconoscersi e rispettarsi vicendevolmente» evitando «ogni forma di competizione, proselitismo o prevaricazione». E il testo tiene a precisare che ciascuna «comunità custodirà la propria identità confessionale nella verità e nell’amore, accogliendo l’altra come sorella nella fede». Nell’introduzione si evidenzia che serve «equilibrio fra identità e comunione»: un equilibrio che per essere mantenuto ha bisogno di «maturità teologica», «ascolto» e «discernimento». Fondamento dell’unità è «Cristo Gesù», ricorda il Patto. Perciò «ogni divisione e incomprensione è una ferita» e «manifesta il peccato delle Chiese». Da qui il dovere «del perdono e della riconciliazione».
Le confessioni chiariscono che il testo non riguarderà solo i vertici ma intenderà incidere sulla vita delle «nostre comunità». Inoltre «ogni Chiesa si farà promotrice, al proprio interno, di iniziative che favoriscano la conoscenza e la stima fra i fedeli». Colonna portante è l’impegno alla «fedeltà» dell’accordo. Tutto ciò chiede che l’«opzione del dialogo» rimanga la strada da «percorrere con determinazione anche quando le posizioni divergono e quando le pressioni interne o esterne alimentano fatture o dissidi». Nell’introduzione si ricorda che il Patto esige «perseveranza, soprattutto quando emergono divergenze dottrinali» o «sensibilità diverse». Poi il documento segna «un passaggio decisivo dalla coesistenza spesso diffidente a una fraternità responsabile». Le comunità ecclesiali annunciano una «collaborazione concreta nelle città e nei territori». Poi al loro interno indicano come cruciale la «formazione» ecumenica di «tutto il popolo» e l’esigenza di un dialogo «permanente» attraverso incontri pubblici, programmi annuali e iniziative locali.
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