Leone XIV nella terra della guerra civile. «Il mondo distrutto da un manipolo di tiranni. Serviamo insieme la pace»
di Giacomo Gambassi, inviato a Bamenda (Camerun)
Il Papa vola a Bamenda, regione del Camerun devastata da nove anni di scontri. «Il mondo è al rovescio: si spende per uccidere, non per educare». Migliaia di persone in festa lungo le strade: i “nemici” fianco a fianco ad accogliere il Papa. Il duro monito: l’Africa saccheggiata nel nome del profitto. L’invito alla collaborazione fra le religioni. Va sostenuta la «speranza nel cambiamento della società»

Sono anche i segni a scrivere la storia. Il Papa arriva in una terra «martoriata» dalla guerra civile, come lui stesso la chiama. Evento unico in sé, che ha per cornice il Camerun. Ma è come se succedesse qualcosa non appena Leone XIV si presenta sui gradini della Cattedrale di Bamenda con una colomba fra le mani. «Simbolo della pace: la pace che Dio vuole su tutti noi», dice a braccio. Il cielo è velato; il caldo torrido. Però un attimo prima che la liberi, il sole torna a splendere intenso. E, quando la colomba prende il volo, si dirige verso la vetrata sulla facciata con il volto di Paolo VI: il primo Pontefice che ha visitato l’Africa. Leone XIV ha davanti a sé una folla che si allunga per centinaia di metri. E sullo sfondo la città di Bamenda, con le catapecchie poverissime fatte di pochi mattoni, di assi di legno e di tetti in lamiera, gli scheletri delle case incendiate durante gli scontri, le torrette dell’esercito nazionale che presidia le strade. Luogo-simbolo di un conflitto che da quasi nove anni dilania il Camerun, uno dei quattro Paesi al centro del suo terzo viaggio apostolico internazionale.

Crisi che vede, da una parte, i separatisti delle regioni anglofone del sud-ovest e del nord-ovest, come Bamenda, rivendicare la tutela delle loro radici; dall’altra, il resto del Paese – francofono – con le forze armate nazionali che li combattono. Più di 6mila morti; un milione di sfollati; i rapimenti per alimentare la lotta armata; i bambini senza più scuola usati come esche. Guerra dimenticata. E terra altrettanto dimenticata che il Papa abbraccia per essere accanto a un popolo vittima della violenza, a nome di tutte le genti del pianeta prigioniere delle guerre. «Dio non ci ha mai abbandonato», assicura fin dalle prime parole durante l’incontro per la pace nella Cattedrale. Ha un tono energico e risoluto, com’è accaduto poche volte in un anno di pontificato. E il Papa sceglie Bamenda anche come “pulpito” per ribadire che la pace «non è da inventare» bensì «da accogliere» in un mondo «distrutto da un manipolo di tiranni» e per puntare l’indice contro «coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Tre giorni di tregua per garantire la visita. E i “nemici” fianco a fianco dove passa Leone XIV: le centinaia di militari governativi schierati con mitra e passamontagna; e le migliaia di persone di una regione ferita. Alla fine sarà una grande festa di riscatto, fra canti, balli, vestiti con l'immagine del Papa. E soprattutto una festa di speranza: la «speranza nel cambiamento della società» che «è possibile», sintetizza il Pontefice. Parla sempre in inglese, come il giorno prima aveva parlato in francese nella capitale. Un’ora di volo da Yaoundé. Le strade che percorre sono tutte in terra battuta, di un rosso acceso. E «insanguinate», ripete Leone XIV dopo aver ascoltato suor Carine Tangiri Mangu che gli ha raccontato il suo rapimento «senza cibo né acqua» e Denis Salo, rifugiato con la moglie e i tre figli, costretto a lasciare tutto «mentre eravamo sotto il fuoco dei combattenti separatisti e i soldati governativi davano fuoco alle case». «Sono qui per annunciare la pace», spiega il Papa. E per alzare la voce di fronte a «un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare», afferma. Un mondo in cui «i signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire» oppure «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Un mondo in cui «chi rapina» una nazione «delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine».

Eppure c’è un popolo della pace che supera i confini. «E siamo già questo popolo immenso», assicura il Pontefice a Bamenda. Perché è il Vangelo stesso che «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male: e questo è il primo passo per cambiare le cose», spiega nell’omelia della Messa con 20mila fedeli sulla pista dell’aeroporto immerso fra la vegetazione equatoriale. È una terra di «affamati e assetati di giustizia» quella in cui Leone XIV si ferma per otto ore, come lui sottolinea. Abbandonati dai potenti e dalla comunità internazionale, indifferente a una delle più gravi catastrofi umanitarie del mondo, ma non dal Papa «pellegrino di pace e di unità», chiarisce.

Ed è una terra dove il miracolo della fraternità è già stato realizzato dalle diverse espressioni religiose, secondo quel “sogno” del Pontefice che è uno dei fili conduttori del suo viaggio in Africa: il dialogo fra le fedi come volano di riconciliazione. «La crisi che ha sconvolto queste regioni – spiega in Cattedrale – ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse. In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così». E la citazione del Vangelo: «Beati gli operatori di pace». Poi il monito: «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso». E mai «una guerra religiosa».

«Questo è il tempo della pace», annuncia l’arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkea. Il desiderio di una svolta viene affidato nelle mani di Leone XIV non solo dalla comunità cattolica, ma anche dalle guide spirituali locali. «Per favore ci aiuti ad avere di nuovo la pace», gli dice l’imam Mohamad Abubakar. E il moderatore emerito della Chiesa presbiteriana in Camerun, Fonki Samuel Forba, fa sapere: «Ci appelliamo a lei, Santo Padre, perché usi i suoi buoni uffici in qualsiasi modo per trovare una soluzione duratura». E ricorda sia come «il Vaticano è stato addirittura disposto ad agevolare il dialogo tra le fazioni in guerra», sia il ruolo dell’arcivescovo Nkea con cui «siamo andati a incontrare i combattenti separatisti sul campo, convincendoli che la pace è meglio della guerra». Anche il capo tradizionale supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor, ripete: «Dio benedica la Chiesa cattolica, Dio benedica il Vaticano». Ecco perché il Papa vuole tutti loro al suo fianco quando lancia la colomba. «Serviamo la pace», è la consegna. E lo sprone: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme».
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