La Chiesa e la condanna (da 60 anni) delle armi nucleari. Ecco perché Trump sbaglia

Dalla "Pacem in terris" alla "Fratelli tutti" la posizione sulla bomba atomica è stata netta: dalla condanna della minaccia di distruzione all'esclusione anche solo del possesso dal perimetro della moralità
May 5, 2026
Vaticano, 9 aprile 1963, papa Giovanni XXIII firma l'enciclica "Pacem in Terris" / SICILIANI
Vaticano, 9 aprile 1963, papa Giovanni XXIII firma l'enciclica "Pacem in Terris" / Siciliani
Da oltre sessant’anni la Chiesa cattolica esprime una condanna netta e progressiva delle armi nucleari. Non si tratta di una posizione contingente o legata al contesto geopolitico del momento, ma di un giudizio morale maturato nel solco della Dottrina sociale della Chiesa e sviluppato con crescente chiarezza dal magistero pontificio. Alla luce di questa tradizione, risulta evidentemente infondata l’accusa di Donald Trump secondo cui a Leone XIV «starebbe bene» il possesso o l’uso di armi nucleari da parte dell’Iran. Una simile lettura non solo travisa le parole del Papa, ma contraddice apertamente l’insegnamento costante della Chiesa.
Il passo decisivo su questo tema avviene nel pieno della Guerra fredda, quando san Giovanni XXIII pubblica nel 1963 l’enciclica Pacem in terris, all’indomani della crisi dei missili di Cuba. Per la prima volta il magistero prende atto che le armi moderne, per la loro capacità distruttiva, segnano una rottura radicale con la tradizione classica della “guerra giusta”. Giovanni XXIII afferma che, in presenza di strumenti capaci di annientare interi popoli, «è alieno dalla ragione pensare che la guerra possa essere uno strumento di giustizia» e chiede esplicitamente il disarmo, indicando come obiettivo la proibizione delle armi atomiche (Pacem in terris, nn. 110-112). La condanna non è ideologica, ma antropologica: ciò che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità non può essere moralmente giustificato.
Due anni più tardi il Concilio Vaticano II recepisce e rafforza questa impostazione nella costituzione Gaudium et spes. Il testo conciliare formula uno dei giudizi morali più severi dell’intera tradizione ecclesiale, affermando che «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti è delitto contro Dio e contro l’uomo» (n. 80). È una condanna che, per la sua formulazione, include senza ambiguità l’arma nucleare, il cui effetto è per definizione indiscriminato e sproporzionato. Da questo momento la distruzione di massa non è solo un problema politico, ma una questione morale non negoziabile.
Con Paolo VI la questione nucleare emerge con ancora più chiarezza come uno dei nodi decisivi per il futuro della pace mondiale. Già nello storico discorso alle Nazioni Unite del 4 ottobre 1965, condensato nel celebre appello «Mai più la guerra», il Papa indicava nella corsa agli armamenti – e in particolare nello sviluppo delle armi di distruzione di massa – una minaccia radicale alla convivenza tra i popoli. Negli anni successivi, la sua posizione si fece ancora più esplicita: nel 1968 egli giunse a invocare «a nome dell’umanità intera» il bando totale delle armi nucleari e un «disarmo generale e completo», riconoscendo in esse non solo un pericolo militare, ma un elemento strutturalmente incompatibile con una pace fondata sulla giustizia e sulla fiducia reciproca. Per papa Montini, infatti, l’equilibrio basato sulla deterrenza restava precario e moralmente insufficiente: la pace non può poggiare sulla paura dell’annientamento, ma richiede un ordine internazionale fondato sul diritto, sul dialogo e sulla cooperazione. In tal senso, il suo insegnamento rappresenta uno snodo fondamentale nel magistero contemporaneo, perché sposta con decisione l’attenzione dalla semplice regolazione degli armamenti alla loro progressiva eliminazione.
Anche nel magistero di Giovanni Paolo II la questione nucleare occupa un posto centrale ed è affrontata con toni di grande urgenza morale. Il Papa polacco, segnato dall’esperienza diretta del totalitarismo e della guerra, vedeva nelle armi atomiche una minaccia radicalmente nuova, capace di mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità. Nel celebre discorso a Hiroshima del 25 febbraio 1981 parlò esplicitamente del «rischio dell’annientamento nucleare» e indicò la necessità di un «rivolgimento morale» globale come unica via per scongiurarlo. Pur non dichiarando in modo assoluto l’illiceità della deterrenza, la considerò tollerabile solo come fase provvisoria, orientata al disarmo, denunciando con chiarezza l’illusione di una sicurezza fondata sull’equilibrio del terrore. Nei suoi interventi alle Nazioni Unite e nei discorsi successivi stigmatizzò la corsa agli armamenti come un fallimento politico e morale, richiamando con forza la responsabilità della comunità internazionale a intraprendere percorsi concreti di disarmo progressivo e verificabile. L’insieme del suo insegnamento si configura così come una decisa condanna della logica nucleare e, insieme, come un appello insistente a fondare la pace sulla fiducia, sulla giustizia e sul rispetto della dignità umana.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato nel 1992, inserisce questo giudizio nel corpo della dottrina morale. Riprendendo direttamente Gaudium et spes, il Catechismo afferma che tali atti «devono essere condannati con fermezza e senza esitazione» (n. 2314). È importante notare che qui la condanna non riguarda soltanto l’eventuale uso concreto delle armi nucleari, ma la logica stessa che le rende accettabili come strumenti politici. La deterrenza fondata sulla minaccia di distruzione totale viene implicitamente delegittimata, perché contraria ai principi di proporzionalità e di tutela dei civili.
Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004, rende esplicito questo passaggio. Il testo afferma che la corsa agli armamenti e l’accumulo di armi di distruzione di massa rappresentano «una grave minaccia per l’umanità» e chiarisce che la pace non può essere fondata sull’equilibrio del terrore. La Dottrina sociale, dunque, non ammette eccezioni geopolitiche: ciò che è moralmente inaccettabile non diventa lecito in base a chi lo possiede.
Benedetto XVI ha affrontato questo tema in continuità con i suoi predecessori, ma con una forte sottolineatura del rapporto tra disarmo, sviluppo e responsabilità morale globale. Nel messaggio Urbi et Orbi di Natale 2005, il Papa denunciò l’illusione di una sicurezza fondata sugli arsenali militari, ricordando che «in una guerra nucleare non vi sarebbero vincitori, ma solo vittime», e invitando gli Stati – sia quelli già dotati di armi nucleari sia quelli intenzionati a procurarsele – a intraprendere decisioni «chiare e decisive» per un disarmo progressivo e concordato. Questo orientamento fu ribadito in occasione della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (2010), quando auspicò che si giungesse a «liberare il pianeta dalle armi nucleari», sottolineando come le ingenti risorse destinate agli arsenali potrebbero essere impiegate per lo sviluppo dei popoli, soprattutto dei più poveri. In linea con interventi come il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2006 e i successivi appelli diplomatici, Benedetto XVI ha inoltre incoraggiato la creazione di zone libere da armi atomiche e il perseguimento di un disarmo progressivo orientato alla loro completa eliminazione. Il suo insegnamento si configura così come un appello coerente alla comunità internazionale a superare la logica della deterrenza, sostituendola con una cultura della fiducia, della cooperazione e dello sviluppo integrale.
Questo percorso trova un’ulteriore chiarificazione nel magistero recente di papa Francesco, che a Hiroshima e Nagasaki nel 2019 ha compiuto un passo ulteriore nello sviluppo dottrinale, affermando che «immorale è non solo l’uso, ma anche il possesso delle armi nucleari». Non si tratta di una rottura, ma di uno sviluppo coerente: se una minaccia è intrinsecamente ingiusta, anche mantenerla come strumento di pressione politica è moralmente inaccettabile.
Questa linea trova una formulazione particolarmente netta nell’enciclica Fratelli tutti (2020), che colloca il tema delle armi nucleari all’interno di una critica radicale alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Nel capitolo dedicato ai “percorsi di pace”, papa Francesco afferma che, a causa delle armi oggi disponibili, «è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”» e rilancia l’imperativo: «Mai più la guerra!» (n. 258). Subito dopo, il Papa esplicita la ragione di questa affermazione, chiamando in causa direttamente l’arma atomica: «Tenendo conto del fatto che le armi nucleari, chimiche e biologiche hanno un enorme impatto sui civili innocenti, oggi non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, perché i rischi probabilmente saranno sempre superiori alla presunta utilità» (n. 260). In queste pagine la deterrenza nucleare viene smascherata come una falsa sicurezza, fondata sulla minaccia della distruzione totale.
Alla luce di questa tradizione, risulta evidente l’inconsistenza delle accuse rivolte a Prevost. Quando il Papa richiama il diritto internazionale, il dialogo multilaterale o la necessità di evitare nuove escalation, non sta legittimando alcun programma nucleare, ma si muove esattamente lungo la linea tracciata dai suoi predecessori: disinnescare le logiche di potenza che portano all’illusione di una sicurezza fondata sulle armi. L’idea che il Papa possa sostenere implicitamente l’arma atomica di uno Stato è incompatibile con l’insegnamento costante della Chiesa, che giudica tale arma intrinsecamente contraria alla dignità umana e alla pace.
La Dottrina sociale della Chiesa, da Pacem in terris fino al magistero contemporaneo, non conosce ambiguità su questo punto. Le armi nucleari non sono uno strumento neutro, ma una minaccia permanente alla vita. Per questo la loro condanna non è legata a equilibri politici o a contingenze internazionali, ma appartiene al cuore stesso dell’annuncio cristiano sulla pace. Chi accusa il Papa di complicità o indulgenza verso l’atomica ignora, o distorce, oltre mezzo secolo di insegnamento morale coerente e documentato.

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