Il Papa in Guinea Equatoriale: «Diciamo no all’economia che colonizza e uccide»
di Giacomo Gambassi, inviato a Malabo (Guinea Equatoriale)
Nell'ultima tappa del viaggio in Africa Leone XIV fa proprio il richiamo di papa Francesco e condanna la speculazione sulle risorse africane che calpesta diritti, ambiente e dignità del lavoro

È sui passi di papa Francesco la denuncia di un’«economia che uccide» a cui «dobbiamo dire no». Denuncia che Leone XIV “grida” dalla Guinea Equatoriale dove arriva nel mattino atterrando a Malabo. Il Papa, durante il suo primo incontro pubblico nel quarto e ultimo Paese al centro del suo viaggio apostolico in Africa, cita il suo predecessore che «proprio un anno fa lasciava questo mondo», ricorda con affetto. E dice: «Faccio mio l’appello di papa Francesco». Quello che Leone XIV descrive anche come un j’accuse contro «una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica». Le mani che si allungano sull’Africa vengono raccontate dal Pontefice come una «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli». Fenomeno che è «ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa» e che è anche fra le maggiori cause della «proliferazione dei conflitti armati». Le parole di Leone XIV - tutte in spagnolo, lingua ufficiale dell’ex colonia iberica - risuonano nell’appuntamento con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico ospitato nel palazzo presidenziale di Malabo, città d’impronta tutta coloniale sull’isola di Bioko circondata dall’oceano Atlantico: è l’ex capitale da quando, pochi mesi fa, la nuova polis-vertice del Paese è diventata “Ciudad de la Paz”, metropoli costruita da zero sulla terraferma e approdo di un imponente progetto nel cuore della foresta equatoriale. Il Papa richiama il nome scelto, la “Città della pace”, per affermare: «Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire». Non quella segnata «dall’ingiusta ricchezza e dall’illusione del dominio», aggiunge.

Il Paese in cui Leone XIV conclude il suo viaggio è lo specchio del “paradosso dell’abbondanza”: petrolio e gas a profusione nel Golfo di Guinea che vengono esportati nel mondo e che generano uno dei Pil pro-capite più elevati del continente; sottosuolo ricco di oro, zinco, diamanti, uranio, coltan e sfruttato dalle multinazionali; risorse vendute ai giganti del mondo, a cominciare dalla Cina presente in maniera massiccia; ma metà della popolazione vive in condizioni di povertà, la corruzione è all’ordine del giorno, i diritti umani sono precari. Il Papa cita la Rerum novarum di Leone XIII, il Pontefice che ha ispirato il suo nome, per dire che «oggi l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale». E, chiamando in causa le autorità, spiega che è compito «della buona politica rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, del quale la destinazione universale dei beni e la solidarietà sono principi fondamentali».

Il Papa parla accanto al presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, in carica da oltre 46 anni dopo il colpo di Stato dell’agosto 1979: leader politico al potere da più tempo nel mondo. Con lui ha un colloquio di mezz’ora a porte chiuse. Poi il momento pubblico in cui Obiang Nguema vuole mostrare la particolare vicinanza alla Santa Sede di un Paese dove il 74% della popolazione è cattolico. E inizia l’incontro con una proiezione sulla cupola del salone d’onore di un video in cui il suo volto si alterna a quello del Pontefice. Leone XIV fa riferimento a Giovanni Paolo II, il Papa che lo stesso capo dello Stato aveva accolto nel 1982 nella prima visita di un Pontefice in Guinea Equatoriale, per invocare con le parole di Wojtyla «l’instaurazione di un clima sociale di autentica libertà, di giustizia, di rispetto e promozione dei diritti di ciascuna persona o gruppo, e di migliori condizioni di vita». Frasi che «rimangono attuali e che interrogano chiunque sia investito di responsabilità pubbliche», spiega in modo cristallino. Come a dire che non molto è cambiato in più di trent’anni.

Nel suo intervento Leone XIV torna a condannare il clima bellicistico. «Senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso - afferma -. Dio non vuole questo». E avverte: «Il suo nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione. Soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte». Da qui il monito: «In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia. Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune. Urge il coraggio di visioni nuove».

Un fiume di gente accompagna il Papa lungo le strade della città, fin dall’aeroporto. Bambini, giovani, famiglie, anziani si assiepano sui marciapiedi delle vie che Leone XIV percorre. Un’intera nazione in festa con i colori, i canti, i balli, l’esuberanza che la caratterizzano. Ma, sussurrano in molti, anche costretta dal governo a pagare la visita: percentuale degli stipendi “devoluta” per le spese organizzative e obbligo di acquistare i gadget “papali” dello Stato.

Nel pomeriggio il Pontefice si sposta al nuovo campus dell’Università nazionale che già porta il nome di “León XIV”. Fin dal cancello d’ingresso tutto è nel segno del primo Papa americano. Leone XIV lo inaugura in mezzo a docenti e studenti in delirio. «Vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune», spiega il Papa. Verità «che ci precede, ci chiama, ci trascende» e che «non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità».

Il rapporto fra fede e ragione attraversa la sua riflessione. «Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà». La Chiesa crede nell’educazione, ripete il Pontefice, perché «la nuove generazioni siano formate in maniera integrale, oltre la mera apparenza del successo». Al mattino, con le autorità politiche, aveva rilanciato l’esigenza di «un patto educativo» e messo in luce l’importanza della Dottrina sociale che «educa ad affrontare i problemi che sono sempre diversi». Anche quelli dei più fragili. Il Papa li abbraccia visitando l’ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie” a conclusione della sua giornata. «Sì, Dio ci ama come siamo», è il messaggio che consegna ai pazienti. E all’intera famiglia umana.
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