Stiamo costruendo un «ordine»
che si nutre di minacce continue

Il riarmo non risponde sempre a pericoli reali, ma li alimenta. Tra deterrenza e interessi economici, così la ricerca di sicurezza alimenta un ciclo che genera instabilità permanente
April 21, 2026
Stiamo costruendo un «ordine»
che si nutre di minacce continue
/ FOTOGRAMMA
Che nesso c’è tra insicurezza geopolitica e crescita della produzione di armamenti? È l’insicurezza a far crescere gli investimenti in armi o è la necessità della crescita economica ad alimentare insicurezza e conflitti? Vittorio Pelligra, economista e saggista, propone, a partire da oggi, una serie di analisi e approfondimenti su quella che possiamo definire «La nuova monarchia della paura».
Ci stiamo riarmando in nome della sicurezza. Eppure, più crescono gli arsenali, più il mondo appare fragile, instabile, esposto. È un paradosso solo apparente. Perché forse non siamo davanti a una semplice risposta alle minacce del presente, ma alla costruzione di un ordine che della minaccia ha bisogno per giustificare sé stesso. Un ordine che non ha nessun interesse a rassicurarci, perché la nostra paura è la sua risorsa più preziosa. È giunta l’ora di chiedersi esplicitamente se la scelta delle armi è la conseguenza della crescente insicurezza o ne è una causa? È una risposta alla fragilità di un ordine mondiale divenuto minaccioso, o è una delle ragioni di tale fragilità? Per cercare una risposta bisogna guardare oltre la cronaca e riconoscere la forza della cornice narrativa che si è imposta negli ultimi anni: quella secondo cui la pace può essere garantita soltanto dalla deterrenza, e la deterrenza soltanto dalla superiorità del più forte. Ma quando la pace viene affidata alla potenza, vuol dire che qualcosa del suo significato originario si è perduto. E quando il conflitto mondiale torna a essere pensabile, anzi probabile, non siamo soltanto davanti a una necessità storica, ma ad una volontà ben precisa. Una scelta, prima ancora che una necessità. L’insicurezza è diventata il tema costante delle nostre vite. Si ripudiano vecchie alleanze, si oltrepassano frontiere impunemente, si calpesta il diritto internazionale, e la reazione della comunità internazionale è il silenzio. Un silenzio colpevole, perfino complice. Stiamo contribuendo a plasmare un nuovo ordine mondiale fondato sull’insicurezza permanente. Non come condizione temporanea da superare, ma come principio ordinario di funzionamento.
La tesi che esporrò in questa serie di articoli è semplice. Non siamo davanti a una causalità lineare, nella quale l’aumento delle minacce produce maggiori esigenze di difesa. Siamo entrati in una causalità circolare: l’insicurezza geopolitica alimenta un’industria tecnologica della difesa sempre più sofisticata, che a sua volta ridefinisce le minacce, accelera le decisioni, amplia il campo del possibile conflitto e rende più difficile interrompere la spirale. Un’industria che ha tutto l’interesse ad alimentare la domanda di armi perché da quella domanda trae linfa vitale. Quando Keynes scriveva nella Teoria Generale che «la costruzione di piramidi, i terremoti, persino le guerre possono contribuire ad aumentare la ricchezza», aggiungeva col suo tipico british wit che questo valeva solo «e l’educazione dei nostri governanti ai princìpi dell’economia classica impedisce di fare qualcosa di meglio». Un misto di crisi sistemica, hybris tecnologica e insipienza politica è ciò che sta determinando l’attuale stato del mondo. Ma oggi l’industria bellica ha assunto tratti inediti: è divenuta espressione di quel capitalismo della sorveglianza che si appropria delle nostre intere vite – scrutate, investigate, controllate, previste – attraverso i dati che rilasciamo nell’infosfera. Un’industria sostenuta da un’ideologia antidemocratica, elitaria, tecnocratica, per la quale i cittadini sono al contempo utilizzatori finali e materia prima.
Per lungo tempo abbiamo pensato la sicurezza come uno dei fini più alti della politica. Oggi essa si presenta invece come un processo senza fine: non una soglia oltre la quale la paura si ritira, ma un’attività continua di anticipazione, sorveglianza, preparazione. Il problema non riguarda soltanto eserciti o teatri di guerra. Riguarda il modo in cui le nostre società imparano a percepire il rischio, a giustificare l’eccezione, a convivere con l’idea che la minaccia sia permanente. Occorre allora prendere sul serio Hannah Arendt quando ci invita a «Niente di più che pensare a ciò che facciamo» (La condizione umana, p. 143). Il tratto più inquietante della nostra epoca non è la crescita della capacità tecnica di controllare e colpire. È la rapidità con cui quella capacità si normalizza, smettendo di apparire come problema politico e morale per presentarsi come semplice necessità tecnica. Come ci ricorda Ulrich Beck, le nostre paure ci hanno trasformati in una società in cui «lo stato di emergenza minaccia di diventare normalità» (La società del rischio, p. 103). È su questo crinale che l’analisi del filosofo Brian Massumi getta luce. Dopo l’11 settembre, scrive in Ontopower, molti aspetti della vita contemporanea si sono riconfigurati attorno a una nuova dominante: la preemption. Diversamente dalla prevenzione, che interviene su un rischio già in formazione, la preemption porta a prepararsi a qualcosa che potrebbe accadere anche se non è ancora accaduto e forse non accadrà mai. L’anticipazione prende il posto della risposta. Ma così il possibile smette di essere uno spazio aperto e diventa un campo da presidiare. Un sistema fondato sull’anticipazione continua ha bisogno, per definizione, che le minacce non finiscano mai. Più aumenta la capacità di prevenire il rischio, più si allarga il campo di ciò che può essere considerato rischioso. L’insicurezza non scompare: cambia funzione. Da limite esterno diventa risorsa interna.
La questione centrale che ne deriva, sempre seguendo la Arendt – se vogliamo usare le nostre conoscenze scientifiche e tecniche nella direzione in cui stiamo andando – «non può essere decisa con i mezzi della scienza; è una questione politica di prim’ordine, e perciò non può essere lasciata alla decisione degli scienziati di professione e neppure a quella dei politici di professione» ( p. 41). La politica ha a che fare con una pluralità di esseri umani, prospettive, vulnerabilità, relazioni. Ogni volta che la sicurezza viene tradotta interamente nel linguaggio dell’efficienza tecnica, questa pluralità tende a sparire. Restano profili di rischio, categorie operative, sequenze decisionali. Ma la politica, propriamente parlando, arretra.
Per questo la questione non può essere lasciata agli specialisti. Non stiamo discutendo di strumenti, ma del tipo di ordine che quegli strumenti presuppongono e consolidano. Il rischio più grande non è l’espansione di poteri tecnologici straordinari. È l’assuefazione culturale che li accompagna: il fatto che passaggi decisivi vengano assorbiti nel lessico dell’inevitabile. Il problema non è solo che il mondo diventa più pericoloso. È che stiamo costruendo un sistema che non può più permettersi di considerarsi al sicuro.
(1 - continua)

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