
Nel tempo dell’Intelligenza artificiale, l’Enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV ci consegna un messaggio essenziale: il progresso non può essere misurato soltanto dalla potenza degli strumenti che sviluppiamo, ma dalla capacità di custodire la dignità della persona umana. È un richiamo di grande forza, che interpella istituzioni, imprese, comunità scientifica e società nel suo insieme. La tecnologia, ci ricorda il Papa, non è mai neutrale. Assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la utilizza. Per questo la vera domanda non è solo che cosa l’Intelligenza artificiale possa fare, ma quale idea di uomo, di salute e di convivenza intendiamo promuovere attraverso di essa.
Per chi opera nel mondo della salute, questo richiamo è particolarmente significativo. L’Intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie: può aiutarci a leggere rapidamente grandi quantità di dati, rendere più tempestive le decisioni, sostenere il progresso della ricerca, accelerare lo sviluppo di nuove terapie, favorire percorsi di cura più personalizzati, ottimizzare produzione e catena di fornitura dei farmaci e contribuire a una sanità più predittiva, efficace e vicina ai bisogni delle persone. Ma proprio in sanità emerge con chiarezza il punto decisivo indicato dall’Enciclica: l’innovazione ha valore solo se resta al servizio della persona. L’IA non è un fine in sé, ma uno strumento clinico e scientifico che deve rispondere a una domanda fondamentale: tutto questo migliora davvero la vita delle persone?
Il rischio di un utilizzo freddo e cieco dell’IA è quello di trasformare i pazienti in “profili”, in aggregati di dati privati del loro volto, della loro storia, della loro fragilità. Nessun modello predittivo, per quanto sofisticato, può ridurre una persona alla somma dei suoi parametri biologici. E nessun algoritmo può sostituire la responsabilità clinica, il giudizio umano, l’ascolto e la relazione di fiducia tra professionista sanitario e paziente.
La sfida, allora, non è contrapporre medico e algoritmo. Al contrario, è costruire uno scenario in cui il medico sia potenziato dall’algoritmo, ma mai sostituito da esso. La tecnologia deve offrire ai professionisti della salute più informazioni per decidere, più strumenti per curare, più capacità di personalizzare i percorsi terapeutici. Ma deve anche restituire tempo alla relazione, non sottrarlo. Perché la cura non è soltanto decisione clinica: è ascolto, presenza, responsabilità, accompagnamento.
Ecco perché il tema dell’uso etico e sicuro dell’Intelligenza artificiale è oggi centrale. E questo non significa frenare l’innovazione, ma renderla degna della fiducia delle persone. Significa lavorare perché i sistemi siano trasparenti, sicuri e responsabili; significa prevenire bias e discriminazioni; proteggere i dati; garantire sempre una supervisione umana nelle decisioni cliniche; favorire un ecosistema dell’innovazione aperto, inclusivo e orientato al bene comune. In questo senso, il monito dell’Enciclica è chiaro e attuale: senza governo, senza responsabilità e senza una visione del bene comune, si rischia di perdere di vista il fine ultimo dell’innovazione, che resta il bene della persona e della comunità.
È anche da questa consapevolezza che come Johnson & Johnson, insieme a Microsoft Italia e a Fondazione Mondo Digitale, abbiamo lanciato il progetto “Il Futuro della Cura”, dove l’idea di fondo è semplice, ma decisiva: l’innovazione non si realizza davvero se il sistema non sviluppa le competenze per comprenderla, governarla e integrarla nei processi di cura. Formare gli operatori della salute significa non solo trasferire strumenti, ma costruire cultura, senso critico e responsabilità. Ogni operatore sanitario, ogni regolatore, ogni istituzione deve poter comprendere e governare ciò che utilizza. Solo così l’IA potrà contribuire a una sanità più vicina ai bisogni delle persone, più capace di intercettare precocemente le fragilità, più pronta a offrire cure personalizzate e accessibili.
In fondo, il cuore di Magnifica humanitas è un invito esigente e concreto: restare umani. Per chi fa impresa, per chi innova, per chi cura, questo significa assumere fino in fondo una responsabilità pubblica. Significa scegliere un progresso che non metta in secondo piano la persona, ma la accompagni nel suo percorso; che non amplifichi le disuguaglianze, ma le riduca; che non impoverisca la libertà, ma la custodisca.
L’Intelligenza artificiale potrà essere una grande alleata della salute e dello sviluppo umano solo se sapremo orientarla con coscienza, competenza e visione etica. È questa la sfida del nostro tempo. Ed è anche una grande occasione per testimoniare che il futuro non appartiene semplicemente alla tecnologia più forte, ma all’umanità capace di metterla al servizio del bene, della cura e della salute delle persone.
Managing Director
di Johnson & Johnson
Innovative Medicine Italia
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