I ragazzi e l’inquietudine
(materia della crescita )
trattata come disturbo

di Angelo Palmieri
Per anni abbiamo pensato che proteggere significasse spianare la strada, evitare ferite, neutralizzare ogni frustrazione. Abbiamo confuso la cura con l’immunizzazione dalla vita. Ma un’esistenza senza attrito non educa: anestetizza. Mentre la fatica educa
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June 6, 2026
I ragazzi e l’inquietudine
(materia della crescita )
trattata come disturbo
/Foto Icp
Parlando con educatori e insegnanti, ascolto spesso una diagnosi ricorrente sui ragazzi: sono irruenti, sembrano incapaci di sostare dentro una domanda. È un giudizio comprensibile, ma rischia di fermarsi alla superficie. La sfrontatezza adolescenziale, quando non diventa violenza, è spesso una lingua scomposta: dice un disagio senza parole, una fame di riconoscimento che si esprime attraverso il frastuono perché non ha incontrato ascolto.
Uno sguardo sociologico invita a diffidare delle spiegazioni troppo rapide. È comodo attribuire tutto alla trap, ai social, ai videogiochi. Certo, questi ambienti modellano immaginari. Ma sono soprattutto camere di risonanza: amplificano ciò che una società ha già seminato. Il punto più profondo è un altro: abbiamo cresciuto molti ragazzi dentro una cultura che promette vie laterali alla fatica e poi li giudica quando inciampano; una cultura che esalta il successo immediato e rimuove il valore formativo della prova.
Per anni abbiamo pensato che proteggere significasse spianare la strada, evitare ferite, neutralizzare ogni frustrazione. Abbiamo confuso la cura con l’immunizzazione dalla vita. Ma un’esistenza senza attrito non educa: anestetizza. Si cresce quando qualcuno resta accanto mentre si attraversano il limite, l’errore, l’attesa, la sconfitta.
Molti adolescenti vivono sotto il cielo basso della prestazione: devono apparire pronti prima ancora di essere cresciuti, brillanti prima ancora di conoscersi, vincenti prima ancora di aver imparato a perdere. Sono chiamati a correre su una pista illuminata, ma senza il diritto alla caduta. Chiediamo loro di diventare adulti, ma li priviamo del laboratorio dell’adultità, fatto di esitazioni e ripartenze. L’errore non è più una soglia di apprendimento; diventa una sentenza. E così l’inquietudine, materia incandescente della crescita, viene trattata come un disturbo da sedare. Ma può essere una soglia. È il segnale che qualcosa dentro il ragazzo non si accontenta, non coincide con le maschere disponibili, cerca una forma più vera. Senza inquietudine non c’è domanda; senza domanda non c’è educazione; senza educazione resta solo addestramento.
Il compito degli adulti non è fabbricare percorsi lisci, ma custodire attraversamenti. La fatica non va mitizzata, ma neppure cancellata. Un ragazzo che non incontra mai un limite non diventa più libero: diventa fragile, perché non ha imparato la resistenza della realtà. Una comunità che non accompagna l’inquietudine giovanile produce solitudini sonore, rabbie senza vocabolario, appartenenze provvisorie cercate nei gruppi, negli schermi, nei codici aggressivi.
Per questo non bastano appelli generici. Occorre che gli adulti tornino a fare la loro parte, ciascuno nel luogo che abita: in famiglia, a scuola, nelle parrocchie, nelle associazioni, nelle istituzioni. Servono spazi in cui i ragazzi possano sbagliare senza sentirsi perduti, discutere senza essere catalogati, sperimentare senza essere lasciati soli.
Dobbiamo dire ai ragazzi che non tutto si ottiene subito, che una ferita non è la fine, che una caduta può diventare conoscenza. Non con la severità di chi rimprovera, ma con la credibilità di chi ha attraversato il vento contrario. Educare non significa consegnare mappe perfette. Significa accendere una luce mentre qualcuno impara a camminare nel buio. L’inquietudine dei giovani non va soffocata: va interpretata, accompagnata, trasformata. Dentro quella tensione può nascere il principio di una vita più consapevole.

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