Come sviluppare strumenti potenti
senza perdere di vista la persona?

di Giorgio Metta
L’IA non ha coscienza. Ma non è autonoma: le intenzioni restano umane, così come la responsabilità
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June 6, 2026
Come sviluppare strumenti potenti
senza perdere di vista la persona?
/Foto Icp
Leggo Magnifica humanitas da una prospettiva laica e scientifica. Il fatto che la prima Enciclica di papa Leone XIV sia dedicata all’Intelligenza artificiale è già un segnale importante: riconosce che questa tecnologia non appartiene più solo ai laboratori o alle grandi aziende digitali, ma incide ormai su lavoro, salute, educazione, sicurezza e produzione della conoscenza. Non entro nel merito teologico del documento. Il punto che mi interessa è un altro: come sviluppare tecnologie sempre più potenti senza perdere di vista la persona, i diritti e le responsabilità delle nostre scelte. L’Intelligenza artificiale non è una forza autonoma. È il risultato di modelli, dati, infrastrutture e decisioni progettuali. Può accelerare la scoperta di nuovi farmaci, migliorare la sanità, rendere più efficienti i processi industriali, aumentare la sicurezza sul lavoro e supportare la ricerca scientifica. In molti ambiti sta diventando parte integrante delle infrastrutture con cui produciamo conoscenza e prendiamo decisioni. Per questo va affrontata con serietà. L’IA non è coscienza, non ha intenzioni. Le intenzioni restano umane, così come le responsabilità. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui governi, imprese e organizzazioni scelgono di svilupparla e utilizzarla.
La ricerca deve poter sperimentare liberamente. Senza libertà scientifica non esiste progresso. Ma quando una tecnologia esce dal laboratorio e incide sulla vita delle persone servono regole, verifiche e responsabilità. Nessuno accetterebbe un farmaco o un aereo senza controlli rigorosi. Lo stesso principio deve valere per l’Intelligenza artificiale nei settori sensibili: trasparenza, valutazione del rischio, responsabilità giuridica e standard tecnici affidabili. Questo tema riguarda direttamente anche l’Europa. La capacità regolatoria è importante, ma non sufficiente. Se l’Europa si limita a definire regole senza sviluppare infrastrutture, modelli e competenze, rischia di dipendere dalle scelte tecnologiche altrui. La sovranità tecnologica non è uno slogan: significa avere capacità scientifiche, industriali e formative adeguate a partecipare allo sviluppo delle tecnologie che useremo nei prossimi decenni.
Qui il ruolo dei centri di ricerca diventa cruciale. Non devono solo produrre conoscenza avanzata, ma anche formare ricercatori, ingegneri e decisori pubblici capaci di comprendere e governare tecnologie sempre più complesse. La formazione non è un’attività accessoria rispetto alla ricerca: ne è parte integrante. Il tema del lavoro va affrontato con lo stesso realismo. L’Intelligenza artificiale trasformerà molte professioni. Alcune attività saranno automatizzate, altre cambieranno profondamente. La questione decisiva sarà evitare che si allarghi il divario tra chi possiede competenze tecnologiche e chi ne resta escluso. Parleremo sempre più di AI divide : non solo accesso agli strumenti, ma capacità di comprenderli e usarli criticamente. Per l’Italia questa è una questione strategica. Abbiamo un problema demografico, una produttività stagnante e una carenza strutturale di competenze tecnologiche. L’IA può contribuire a migliorare servizi, industria, sanità e qualità della vita, ma solo se investiremo davvero in ricerca, capitale umano e trasferimento tecnologico.
La tecnologia migliore non è quella che impressiona di più, ma quella che rende le persone più autonome, sicure e capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica. In questo senso, la custodia dell’umano può diventare un terreno comune tra sensibilità diverse: per la ricerca significa sviluppare tecnologie affidabili e utili, per le istituzioni costruire regole efficaci, per le imprese innovare con responsabilità, per la scuola e la società diffondere competenze, spirito critico e cultura scientifica. La sfida non è fermare la conoscenza, ma orientarla verso obiettivi condivisi e socialmente desiderabili.
Direttore scientifico 
Istituto Italiano di Tecnologia (IIT)

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