sabato 4 novembre 2017
La risposta pastorale al calo dei preti, il legame con la Comunità di Sant’Egidio. Parla l’arcivescovo di Bologna: come ci ha detto il Papa la priorità è garantire tre diritti...
Zuppi: rimettiamoci per strada

Matteo Maria Zuppi, romano, è figlio di Enrico storico direttore dell’Osservatore della Domenica. È pronipote, per parte di madre, del cardinale Carlo Confalonieri. Ma soprattutto è cresciuto nella Comunità di Sant’Egidio. Dopo che Benedetto XVI lo ha nominato ausiliare di Roma, nell’ottobre 2015 papa Francesco lo ha scelto come arcivescovo di Bologna, una delle diocesi storicamente più rilevanti della Penisola. Il quotidiano cattolico francese La Croix lo ha definito «un vescovo secondo il cuore di Francesco». Una sintonia che si caratterizza nell’amore per le periferie e nell’esigenza di promuovere una Chiesa in uscita. «In una situazione di crisi profonda e di grande disillusione – spiega ad Avvenire – nel nostro Paese la Chiesa ha un patrimonio di valori e di speranza che deve spendere e uscire comunicare a tanti». «Qualche volta – osserva – le difficoltà interne sembrano consigliarci una chiusura a riccio per difendere la nostra identità, ma proprio per difenderla oggi dobbiamo invece rimetterci per strada». E questo «non è scontato». Infatti «a volte pensiamo che uscendo per strada rischiamo di diventare come tutti». Invece «la grande fiducia che papa Francesco vuole trasmetterci è questa: se tu hai il Vangelo dentro non devi temere di perderti, non diventi come tutti». E «la mondanizzazione peggiore e più insidiosa è proprio quella di quando ci si chiude. Questo vale per Bologna, per l’Emilia, per l’Italia».


Eccellenza, che ricordo ha di suo zio cardinale?
Era cresciuto alla scuola di Pio XI per cui la Chiesa si serve e non se ne serve. Oneri e non onori, trovai scritto sul suo tavolo. Era attentissimo a non fare preferenze. Quel che mi resta di lui è un senso di servizio e obbedienza alla Chiesa essenziale e indiscusso.

E di suo padre?
Papà è stato un punto di riferimento molto più importante. Lui ha vissuto tutto il periodo preconciliare alla scuola di don Giovanni Rossi, fino alla Pro Civitate Cristiana, con l’impegno a divulgare e far conoscere il Vangelo alle classi più umili e ai più lontani dalla Chiesa. Questa tensione l’ha testimoniata anche a casa, in famiglia. Era un uomo affettivo, di comunicazione e di preghiera.

La sua storia è segnata dall’incontro con la Comunità di Sant’Egidio.
Che mi ha fatto comprendere il Vangelo, aiutandomi col tempo a capire mio papà. Quando sono entrato al liceo al Virgilio, dove Andrea Riccardi aveva iniziato la Comunità, era l’ottobre del 1968, ed è noto che all’epoca i giovani non erano molto disposti ad ascoltare i padri. In questo non facevo eccezione.

Che cosa l’ha colpito della Comunità?
Lì ho incontrato il Vangelo vivo, l’ho vissuto a livello più personale, e non in modo semplicemente ereditario. Lì ho capito le vere domande della mia vita e il mondo intorno.

Con Sant’Egidio il mondo ha potuto conoscerlo da vicino: l’Africa...
Il primo mondo che ho conosciuto sono stata le borgate di Roma. Primavalle. Dove ho cominciato a capire la vita e a vedere la realtà non dall’alto dei quartieri bene ma dalla periferia. Questa esperienza mi fa sentire molto in sintonia con papa Francesco quando parla di periferie.

Successivamente però gli orizzonti di questa periferia si sono allargati.

In effetti è stato così. Abbiamo seguito l’intuizione di san Giovanni Paolo II quando ha invitato la Comunità ad avere come unico confine quello della carità. E la carità non ha confini. Ecco quindi l’impegno per la pace in Mozambico e anche le missioni tra i poveri nelle periferie delle grandi metropoli del mondo.

In questi viaggi ha avuto modo di incontrare il Papa in quella che è stata la sua prima diocesi?

Andai a Buenos Aires con una delegazione di Sant’Egidio nel 1987, quando fu celebrata la prima Giornata mondiale della gioventù. In quella occasione nacque una prima nostra Comunità nella capitale argentina. Successivamente, nei viaggi per incontrare questa realtà ho avuto modo di conoscere l’arcivescovo Bergoglio.

Papa Francesco l’ha chiamata a guidare una delle diocesi storicamente più importanti della Penisola. Come ha accolto di questa ultima nomina?
All’inizio con molta incertezza. Pensando alla storia della Chiesa di Bologna e riflettendo sulla mia storia personale avvertivo l’inadeguatezza rispetto alla fiducia che papa Francesco manifestava nei miei confronti. Ma proprio questa fiducia alla fine mi ha spinto a vincere questo senso di inadeguatezza.

Bologna conserva un’importante eredità sociale e culturale. Come è stato l’impatto?

È una città in cui questa eredità si percepisce fisicamente. Anche nei suoi edifici. Accogliendo il Papa nella sua visita del primo ottobre ho insistito su quella caratteristica di Bologna che sono i portici. Segno di una città che si fa casa, e di una casa che si apre alla città. Segno di protezione e di incontri. Ora si tratta di vincere le difficoltà generate dalla globalizzazione - penso anche alla questione dei migranti - senza voltare le spalle a questa preziosa eredità.

Bologna è una diocesi di grande tradizione ecclesiale...
Certamente. Basti pensare al secolo scorso. Alle grandi figure di vescovi, sacerdoti e laici che l’hanno popolata. A Raimondo Manzini direttore dell’Avvenire d’Italia e a Giuseppe Dossetti con lo studio della Parola. Alle opere di carità di padre Marella e di tanti santi della carità, come don Salmi. Alla competizione di valori con il Partito comunista. Ai tanti don Camillo che si sono scontrati e incontrati con i molti Peppone delle nostre contrade.

Bologna ha avuto anche una serie di vescovi di primo piano che hanno segnato la storia della Chiesa italiana: Giovanni Battista della Chiesa che poi è diventato Benedetto XV, Lercaro e Poma, Biffi e Caffarra.
Senza dimenticare che ausiliare di Poma fu Marco Cé, poi patriarca di Venezia, che lo aiutò nell’inizio di una scelta di Chiesa ministeriale. Sono tutte grandi figure. Lercaro con il suo amore per la liturgia e per i poveri. Biffi con la sua intelligenza e il richiamo ad un Vangelo scomodo che superi le banalizzazioni e i conformismi. Caffarra con la sua profonda cultura e grande paternità. Figure che sono una ricchezza per la nostra Chiesa, ed anche una responsabilità per chi è chiamato a venire dopo...

Quali sono le sfide che si trova a dover affrontare?
Le ha indicate papa Francesco nel suo discorso all’Università. Quando ha esortato a custodire e promuovere i tre diritti: alla cultura per vincere semplificazioni populistiche; alla speranza per superare politiche di piccolo cabotaggio; alla pace ricordando sempre che ogni guerra è sempre un’«inutile strage». E questo deve diventare una priorità nel nostro dialogo con il mondo.

E a livello ecclesiale?
La sfida più urgente è una rivisitazione della nostra presenza nella città degli uomini che tocchi anche la strutturazione delle parrocchie. I numeri parlano da soli. Un terzo dei preti ha più di 75 anni. Nell’ultimo quinquennio sono “nati” otto sacerdoti e ne sono morti 66. Una ristrutturazione è necessaria: ma non per ritirarsi o chiudersi, bensì per trovare nuove forme di presenza e ministerialità. Tenendo sempre a mente che senza vivere la comunione non è possibile quella conversione pastorale e missionaria che ci propone il Papa.

Proprio nelle ultime settimane lei ha rilanciato l’indicazione per una collaborazione interparrocchiale.
La vera sfida è che nelle parrocchie l’indispensabile ministero presbiterale possa favorire la crescita di altri ministeri laicali, ad esempio nel campo della carità o in quello dell’ascolto della Parola.

La Croix l’ha definita «un vescovo secondo il cuore di Francesco». Allo stesso tempo è uno dei non molti presuli della Penisola ad aver celebrato - da ausiliare di Roma - la Messa secondo il rito «preconciliare»...
Non vedo nessuna contraddizione. Ho celebrato secondo il Messale del 1962 quando sono stato invitato in una parrocchia personale riservata a questo rito. Con una liturgia che ha nutrito la fede della Chiesa per secoli e che Benedetto XVI ha stabilito essere forma “straordinaria” dell’unico rito latino. La sfida è sempre quella della comunione.

CHI E'

Matteo Maria Zuppi è nato a Roma 62 anni fa. Il papà Enrico fu lo storico direttore dell’Osservatore Romano della Domenica, mentre il cardinale Carlo Confalonieri gli era prozio da parte materna. Da giovane liceale ha aderito alla Comunità di Sant’Egidio. Oltre agli studi ecclesiastici si è anche laureato in storia del cristianesimo all’Università La Sapienza. Ordinato sacerdote nel 1981, è stato parroco della Basilica di Santa Maria in Trastevere dal 2000 al 2010 quando è stato nominato parroco dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, una delle più grandi comunità di Roma, con 70mila abitanti, oltre il raccordo anulare. Nel gennaio 2012 Benedetto XVI lo ha nominato vescovo ausiliare di Roma per il settore Centro e nell’ottobre 2015 papa Francesco lo ha scelto come arcivescovo di Bologna. Dal 2000 alla nomina episcopale è stato anche assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant’Egidio. Insieme al fondatore della Comunità Andrea Riccardi ha svolto un ruolo di mediazione che ha portato nel 1992 agli storici accordi di pace in Mozambico. Lo scorso 1º ottobre ha accolto papa Francesco in visita pastorale a Bologna per la conclusione del Congresso eucaristico diocesano.

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