martedì 16 aprile 2024
I vescovi dell’isola dal Papa in visita ad limina. Il presidente Mura: valorizziamo la tradizione per una comunità adeguata ai tempi e capace di restare casa accogliente per i sardi
I vescovi della Sardegna assieme al Papa nella loro visita ad limina. Monsignor Mura è il primo a sinistra di Francesco

I vescovi della Sardegna assieme al Papa nella loro visita ad limina. Monsignor Mura è il primo a sinistra di Francesco - Vatican Media

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Nei taccuini dei vescovi sardi di ritorno dalla visita ad limina ricorrono almeno un paio di temi: «La necessità di ripensare la trasmissione della fede e il nostro rapporto con i preti: sono i due punti che stanno più a cuore a tutti». A far da portavoce della pattuglia della Conferenza episcopale sarda reduce dalla settimana a Roma è il presidente monsignor Antonello Mura, vescovo di Nuoro e di Lanusei, che aggiunge «l’opportunità di un nuovo patto educativo efficace con la famiglia e la società, del quale la Chiesa sia protagonista».

Cosa riportate nelle vostre diocesi?
Anzitutto la bella esperienza di fraternità, di incontro e dialogo tra noi, parlando a lungo di quanto stava avvenendo giorno dopo giorno nei vari appuntamenti, approfondendo, rimandando quando necessario l’esame di alcuni temi. Questa esperienza ci ha permesso di essere e sentirci ascoltati, di poter esporre questioni che ci stanno a cuore, fare sintesi tra noi di tanti percorsi, idee, intuizioni che richiedevano tempo per una vera condivisione. Presentarci preparati ai colloqui con il Papa e i vari dicasteri ci ha posti dinanzi all’esigenza di operare tra noi la sintesi necessaria per presentare le relazioni che ci venivano chieste, mobilitando anche i nostri collaboratori.

Da questo lavoro e dai colloqui a Roma cos’è emerso?
Vorrei iniziare dalle molte positività di una pastorale che, pur incontrando fattori di fatica, fa registrare la presenza di sacerdoti dediti totalmente a un ministero che li sfida a stare al passo con il cammino che la Chiesa gli chiede. Lungo le giornate romane abbiamo pensato molto ai nostri preti: noi vescovi li sentiamo molto vicini, ci danno una grande mano a vivere questo tempo della Chiesa in modo fruttuoso. Un altro aspetto bello che è emerso tra tutti è la pietà popolare, così radicata nella nostra terra: stiamo cercando di valorizzarla e purificarla come presenza di una Chiesa che sa mantenere radici e memoria. Abbiamo anche messo in evidenza il tema della liturgia, che in alcuni momenti può essere valorizzata con la lingua sarda.

La tradizione oggi è ancora un punto di forza o può diventare un modo per chiamarsi fuori dalla società?
Abbiamo la consapevolezza che, facendo più fatica a trasmettere la fede, gli strumenti devono modificarsi rispetto al passato, sia nella formazione di chi fa catechesi sia nella necessità di mettersi in discussione rispetto a un atteggiamento consolidato. Parrocchie e persone che dicono “ho sempre fatto così, non posso cambiare” rischiano di porsi fuori dal tempo, di non incidere più. Serve attenzione a come la famiglia è oggi, alle esigenze dei ragazzi, alla catechesi degli adulti andando a incontrarli dove vivono. Un atteggiamento scoraggiato, lamentoso, porta con sé il rischio di un adeguamento al ribasso rispetto al nostro tempo.

Qual è stata l’agenda dell’incontro col Papa?
È stato un colloquio molto familiare, con più possibilità per ciascuno di esprimere le sue riflessioni, fare domande, rispondere a quel che il Papa chiedeva. Gli abbiamo potuto sottoporre anche le nostre difficoltà e le sofferenze, che non mancano. Il Papa ci ha molto incoraggiati a stare vicini ai preti, ascoltandoli, andando a trovarli. Si è anche detto disponibile a interloquire direttamente con noi singoli vescovi per aiutarci in percorsi di chiarificazione. Abbiamo parlato anche delle unioni tra diocesi in persona episcopi, con quattro diocesi interessate in regione, mostrandosi molto attento alle diversità presenti e considerando che la formula attuale non può che essere transitoria e di non lunga durata. Sui temi sociali, abbiamo parlato di alcune ombre. Il Papa ci ha chiesto le nostre riflessioni. Sull’emergenza demografica la riflessione comune è che senza una politica sulla famiglia i soli sussidi messi in campo in alcune zone non bastano. Quanto allo spopolamento delle aree interne, non è solo una questione di abbandono ma anche di capacità di incidere sulla scelta delle persone di restare quando hanno una speranza, perché chi se ne va difficilmente torna. Altro tema è la ricerca fuori Regione delle risposte sulla salute che non si trovano in Sardegna. E poi, la situazione di difficoltà delle scuole, specie quelle di ispirazione cattolica, per la perdita del legame con la comunità ecclesiale e la carenza di risorse che a volte costringe a chiudere. Temi che intendiamo riprendere con la giunta regionale appena insediata.

Cosa auspicate rispetto al nuovo governo sardo?
Che veda nella Chiesa un’interlocutrice capace di ispirare linee efficaci per servire al bene di questa terra. È difficile fare scelte per il futuro senza considerare la Chiesa nella quale molta gente ripone ancora la sua fiducia.

E cosa occorre perché questo legame di fiducia resti saldo?
Bisogna aiutare a comprendere il tempo che viviamo, con una Chiesa che sa offrire parole significative, luoghi dove la gente possa stare in comunità e i giovani trovino attenzione alle loro domande. I sardi devono continuare a sapere che nella Chiesa stanno bene, sono accolti e ascoltati.

Il cammino sinodale cosa sta portando?
Il recupero della vita comunitaria, dell’ascolto reciproco, della capacità di dare parola e di ricevere parole. E soprattutto ai laici di sentirsi protagonisti e corresponsabili di molte scelte.

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