lunedì 11 novembre 2019
Il sovrano del Belgio visitò la Santa Casa tre mesi prima di dire “no” alla firma della contestata legge. Lo rivela il nipote dell’ex rettore del Santuario, il padre cappuccino Stanislao Santachiara
La visita di san Giovanni Paolo II a Loreto l'( settembre 1979, quando padre Stanislao era rettore del santuario

La visita di san Giovanni Paolo II a Loreto l'( settembre 1979, quando padre Stanislao era rettore del santuario

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Chiese alla Madonna di Loreto il coraggio necessario a non firmare la legge sull’aborto che andava contro la sua coscienza. E incontrò un frate cappuccino che lo sostenne nella sua dura prova di re e cristiano. Baldovino del Belgio, accompagnato dall’amatissima consorte Fabiola, arrivò in incognito nella città della Santa Casa tre mesi prima del suo “gran rifiuto”, avvenuto il 4 aprile del 1990. Una visita rimasta segreta per 29 anni. A rivelarlo oggi ad “Avvenire” è Giovanni Santachiara, maceratese, ex sindacalista Cisl, nipote dell’allora rettore del santuario lauretano, padre Stanislao Santachiara da San Severino, presidente della Conferenza Italiana dei Superiori Provinciali dei Cappuccini d’Italia, fondatore e direttore dell’Istituto Superiore Marchigiano di Scienze Religiose, docente di teologia dogmatica e missionario in Brasile, dove resse per tre anni la custodia di Bahia-Sergipe. Fu proprio il francescano, scomparso nel 2002, a confidare al nipote di quel pellegrinaggio “privato” compiuto alla fine di gennaio del 1990 dai regnanti del Belgio devoti della Madonna Nera. Baldovino (sul quale è stata aperta nel 1995 la causa di beatificazione) viveva una crisi personale lancinante: la sua fede era entrata in conflitto con i doveri di monarca che lo obbligavano a promulgare un testo, approvato a maggioranza da Camera e Senato, con il quale si depenalizzava l’interruzione della gravidanza entro le prime dodici settimane dal concepimento. Così si autosospese dai poteri regali e la legge passò, con l’avallo del premier democristiano Wilfried Mertens. Dopo tre giorni, grazie a un espediente costituzionale adottato dal Parlamento, Baldovino – che il popolo amava – tornò sul trono. Ma fu una decisione sofferta.

Padre Stanislao Santachiara da San Severino durante la sua missione in Brasile

Padre Stanislao Santachiara da San Severino durante la sua missione in Brasile

«Andavo a trovare spesso mio zio a Loreto, gli portavo dei libri e lui mi offriva un bicchierino di rosolio, discutevamo sulle lettere di Santa Caterina da Siena – ricorda il nipote –, con lui, che era coltissimo, parlavamo di tutto: di letteratura, di scienze e dei fatti che accadevano nel mondo. E un giorno mi raccontò questa storia chiedendomi però di non dirlo a nessuno, per rispettare la volontà del sovrano il quale temeva strumentalizzazioni politiche nel suo Paese».


Questi dunque i fatti. Devoti della Beata Vergine (da fidanzati erano stati a Lourdes), i due reali, che non avevano figli, in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio vollero rinnovare la loro promessa nuziale tra le mura della Santa Casa. Partiti dalla loro residenza di Laeken, dopo un viaggio notturno in auto di 1.400 chilometri arrivarono all’alba in una deserta piazza della Madonna, il cuore di Loreto. La mercedes blu guidata dall’autista, e senza scorta, si fermò di fronte al loggiato. I due passeggeri scesero ed entrarono nel santuario, seguiti a distanza dallo chauffeur che si portò dietro gli abiti del matrimonio dei due sovrani. Padre Stanislao, che parlava perfettamente l’inglese (era stato ordinato sacerdote a Londra), li accolse accompagnandoli nella Casa di Maria. «Chiesero un inginocchiatoio e zio gli andò a prendere quello usato per gli sposalizi celebrati nel santuario – riferisce Giovanni Santachiara – e si fermarono per tre ore a pregare davanti all’immagine della Vergine».

Poi i due monarchi, e l’autista, su invito di padre Stanislao pranzarono nella mensa dei frati. Il rettore del santuario e i sovrani parlarono molto tra loro. Ma tutto si svolse nella più assoluta segretezza. Della visita non fu informato subito nemmeno l’arcivescovo Pasquale Macchi, già segretario di Papa Paolo VI, al tempo delegato pontificio del Santuario lauretano. «A tal proposito zio mi disse “lo so, ho disobbedito ma non potevo fare diversamente”» racconta Giovanni. Quando poi, mesi dopo, informò monsignor Macchi di quell'incontro, questi gli rispose: «La tua, padre Stanislao, è stata una disobbedienza... intelligente». Il cappuccino si commosse di fronte alla fede del re e quell’incontro rafforzò la sua vocazione sacerdotale. «Anche se non ne aveva bisogno» precisa il nipote.

I fatti raccontati da Giovanni Santachiara ci sono stati confermati da padre Mario Pigini, oggi 90enne (vive nel convento dei cappuccini di Renacavata a Camerino), che di padre Stanislao fu prima allievo e poi stretto collaboratore: «Era un sant’uomo – ricorda – e lavorò sempre perché l’ordine camminasse secondo l’insegnamento francescano e seguendo la Chiesa». Padre Pigini si sofferma molto sulla figura, ricca e complessa, del suo maestro: «Con noi novizi era paterno e misericordioso e nello svolgere i suoi delicati incarichi seppe rileggere con uno sguardo moderno la sensibilità e il carisma dei cappuccini, che visse personalmente in modo rigoroso».

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