sabato 2 febbraio 2019
Domenica la partenza da Roma. I cattolici sono in larga parte lavoratori stranieri. Monsignor Hinder: siamo una Chiesa migrante e plurale
L'attesa del Papa ad Abu Dhabi (Lapresse)

L'attesa del Papa ad Abu Dhabi (Lapresse)

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Venerdì mattina, cortile della chiesa di Saint Joseph, Abu Dhabi. A stento si riesce a varcare il cancello del compound parrocchiale, facendosi strada tra il flusso ininterrotto di fedeli che stipano il piazzale. Donne indiane in sari sgargianti, uomini africani in tuniche tradizionali o eleganti completi all’occidentale, bimbi di tutti i colori. E tanti giovani. Pachistani e filippini, arabi e cingalesi. Sono una Babele di lingue e culture le parrocchie degli Emirati Arabi nel giorno di festa settimanale che, da queste parti, si adegua ai ritmi dell’islam.

La chiesa di Saint Joseph, che papa Francesco visiterà martedì prossimo nel corso del suo storico viaggio nel Golfo Persico, è anche la sede del Vicariato dell’Arabia del Sud: una “diocesi” eccezionale, che comprende tre Paesi - oltre agli Emirati, l’Oman e il martoriato Yemen - e ospita almeno un milione di cattolici. La sorprendente Chiesa del Golfo è l’unica, in un Medio Oriente che assiste all’inesorabile esodo dei suoi cristiani, in cui il numero dei fedeli non cessa di crescere. Sono i lavoratori - professionisti e imprenditori ma soprattutto operai, impiegati di hotel e ristoranti, domestiche - che il Paese importa per garantirsi la manodopera e i cervelli necessari a sostenere il suo sviluppo galoppante.

Tra questi migranti, tanti sono i cattolici: di 150 nazionalità diverse, sono autorizzati a celebrare il proprio culto nei confini delle otto parrocchie sparse nei sette Emirati (una nuova è in costruzione a Ruwais, nella zona degli impianti petroliferi di Abu Dhabi). Troppo poche, per i numeri esorbitanti di queste parti.

«Nel week end, a Messa nella capitale vengono tra le 25mila e le 30mila persone, a Dubai almeno il doppio», racconta il vicario monsignor Paul Hinder, cappuccino di origine svizzera, pastore nella Penisola Arabica da quindici anni. «Questo significa anche problemi logistici, perché non è facile attribuire spazi e fasce orarie alle diverse comunità… c’è sempre qualcuno che rimane scontento!». L’orario delle celebrazioni di Saint Jospeh e della contigua Santa Theresa è significativo: si inizia alle 6.30, con la prima delle sei Messe in inglese, seguita dai gremiti riti in tagalog e malayalam. E poi arabo, tamil, konkani, urdu... e via fino alle 20. «Senza contare che, contemporaneamente, bisogna impartire il catechismo a migliaia di ragazzi, una responsabilità dei laici», aggiunge il vescovo.

La Chiesa del Golfo non è solo numerosa, ma anche plurale: «Qui abbiamo tutti i riti cattolici orientali, una dozzina. È una ricchezza eccezionale, ma anche una sfida quotidiana, perché dobbiamo superare le diverse sensibilità per restare uniti, e parlare a una voce sola in mezzo al mare di islam che ci circonda». Quando ci si riesce, il risultato è incredibile: i fedeli sono entusiasti, si buttano anima e corpo nei diversi ministeri parrocchiali. Ci sono cori e gruppi di preghiera, percorsi per giovani e famiglie, attività di animazione e volontariato.

«Per noi, che veniamo da lontano, la chiesa è anche una casa», spiega Eugene Pereira, originario dell’India e coordinatore dei cammini giovanili per il Vicariato. «Ogni sera, dopo il lavoro, passo in parrocchia a “ricaricarmi”, a staccare dai ritmi frenetici di questa società». Una società contraddittoria, che se da una parte promuove la tolleranza, dall’altra non permette agli stranieri - ben l’88% della popolazione totale -di acquisire la cittadinanza.

L'attesa del Papa ad Abu Dhabi (Lapresse)

L'attesa del Papa ad Abu Dhabi (Lapresse)

«Siamo una Chiesa migrante», spiega ancora monsignor Hinder. «Tutti, a cominciare dal vescovo, dobbiamo rinnovare regolarmente il permesso di soggiorno, e se per qualche ragione il rinnovo viene negato, per le famiglie sorgono problemi enormi. Questo ci fa vivere una costante precarietà. Eppure, vedere la fede incrollabile con cui i miei parrocchiani affrontano le difficoltà quotidiane a volte mi commuove».

Il programma

In un contesto così delicato, non è facile incidere sulla società ospitante. Sul fronte dei diritti dei lavoratori, ad esempio, il Vicariato può solo operare discretamente, in forma privata, per offrire aiuto e supporto nelle situazioni di violazioni e di bisogno.
C’è tuttavia un settore importante in cui la Chiesa è attiva: quello educativo. Le scuole cattoliche negli Emirati sono nove (un’altra aprirà a settembre a Ras Al Khaimah), frequentate da oltre 8.500 studenti, tra cui molti ragazzi di famiglie locali. Un’opportunità preziosa per formare al mutuo rispetto e alla convivenza le nuove generazioni di emiratini.

Da lì, poi, potranno forse partire nuovi cammini di confronto interreligioso. «Il dialogo con l’islam – ammette il vicario – rimane generalmente superficiale: parlerei soprattutto di contatti quotidiani, con i datori o i colleghi di lavoro, o nel mio caso con le autorità, che possono essere cordiali ma che non raggiungono una profondità teorica. Poi esistono le iniziative organizzate, anche dalle istituzioni governative, tutte valide ma limitate quando si arriva al concreto».

La visita di papa Francesco, invitato dal principe ereditario shaykh Mohammed al Nahyan, sarà un segno importante anche su questo fronte. Oltre - si spera - a richiamare la necessità di una vera libertà religiosa. Se la Messa pubblica che Francesco celebrerà allo stadio rappresenta un felice inedito per il Paese, dove di solito qualunque culto diverso dall’islam è autorizzato a esprimersi solo al chiuso degli spazi delle rispettive comunità, resta il fatto che qui proselitismo e conversioni non sono accettati.
Senza dubbio, il viaggio del Papa sarà un’occasione per mettere sotto i riflettori un pezzo di cattolicità di cui il resto della Chiesa globale ha troppo poca consapevolezza. «Noi non ci sentiamo periferici, ma in contatto con il mondo», afferma Grace, originaria delle Filippine. «Tra di noi ci sono persone con provenienze, tradizioni e storie diversissime, eppure impariamo a sentirci uniti, siamo davvero cattolici. Forse i cristiani occidentali dovrebbero ispirarsi a questo, e al modo con cui qui i fedeli prendono sul serio la loro vita religiosa, senza darla per scontata».

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