venerdì 23 marzo 2018
Il "ministro degli esteri" vaticano Gallagher: la sua naturale apertura a tutti i popoli può contribuire ak dialogo tra il Paese e il mondo d'oggi
Fedeli cinesi in piazza San Pietro in una foto dell'archivio Siciliani del 2000

Fedeli cinesi in piazza San Pietro in una foto dell'archivio Siciliani del 2000

La Cina non fa paura. E la missione della Chiesa nella Cina attuale è quella di essere «pienamente cattolica e pienamente cinese», per rendere il Vangelo di Cristo «accessibile a tutti e porsi al servizio del bene comune».

È quanto ha affermato Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, all’apertura del convegno internazionale su “Cristianesimo in Cina. Impatto, interazione ed inculturazione” promosso dalla facoltà di missiologia della Pontificia Università Gregoriana.

Un intervento puntuale quello del “ministro degli esteri” vaticano al convegno che si conclude oggi e che ha visto la partecipazione non solo di molti accademici e relatori provenienti dalla Repubblica popolare cinese perché, come hanno spiegato gli organizzatori, l’arrivo, lo sviluppo, l’inculturazione e il ruolo del cristianesimo in Cina è diventato motivo di interesse non soltanto per accademici e studiosi specializzati, ma anche per i leader della Chiesa e i funzionari governativi cinesi. In questo momento storico delicato, contraddistinto anche dal dialogo in corso tra governo cinese e Santa Sede al fine di risolvere gradualmente i problemi che rendono anomala la condizione della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese, l’arcivescovo a guida della seconda sezione della Segreteria di Stato ha voluto sottolineare i criteri seguiti dalla diplomazia vaticana nel suo approccio al Paese asiatico.

Gallagher non ha manifestato alcuna preoccupazione davanti al nuovo protagonismo globale della Cina Popolare. Al contrario ha voluto evidenziare che se la Cina insiste «sulla propria identità attraverso il modello economico, politico e culturale che cerca di imprimere “caratteristiche cinesi” alla globalizzazione », «con la sua propria, originale visione del mondo e la sua eredità inestimabile di cultura e di civiltà» il grande «sforzo di dialogo tra la Cina e il mondo contemporaneo» può essere realizzarlo anche attraverso «la comunità cattolica cinese», che è «pienamente integrata» nell’attuale dinamismo storico vissuto dal popolo cinese.

L’ex Celeste Impero «cerca di riguadagnare una posizione centrale nel mondo» ha rilevato l’arcivescovo osservando come «la nuova “parola chiave” richiamata con insistenza dalle autorità politiche cinesi, anche riguardo alle questioni religiose, sia il termine “sinicizzazione”». Gallagher ha così unito il termine “sinicizzazione” alla dinamica dell’inculturazione. L’universalità della Chiesa cattolica, con la sua «naturale apertura a tutti i popoli – ha affermato – può dare un contributo in termini di ispirazione morale e spirituale al grande sforzo di dialogo tra la Cina e il mondo contemporaneo».

Tale processo pertanto può avvenire non tagliando fuori, ma valorizzando il contributo della «comunità cattolica cinese, che è pienamente integrata nel dinamismo storico vissuto dal popolo cinese». Né il proselitismo né la proclamazione disincarnata delle verità di fede possono infatti rispondere in maniera consona alla chiamata di annunciare il Vangelo a tutte le genti perché «non riescono a cogliere le coordinate spazio-temporali che rendono possibile una feconda inculturazione della fede».

Il “ministro degli esteri” vaticano ha sottolineato che le relazioni tra Chiesa e Cina «sono passate attraverso fasi diverse», tra incomprensioni e collaborazione. Tuttavia, pur attraversando «grandi sofferenze» sperimentate nel corso delle vicende storiche dai cristiani in Cina, Gallagher ha evidenziato come sia stato anche in passato proprio il metodo dell’inculturazione della fede, «attraverso l’esperienza concreta di conoscenza, cultura e amicizia col popolo cinese », a favorire incontri fruttuosi tra il «mondo cristiano» e il «mondo cinese».

E a questo proposito ha ricordato il lavoro dei gesuiti nella storia della Chiesa in Cina che certamente ha contribuito a indicare la via per un «cattolicesimo con forme cinesi, solidamente radicato nel cuore del Celeste Impero, per proclamare il Vangelo a partire da una prospettiva pienamente cinese». Alle sue parole ha fatto eco anche l’intervento del cardinale al cardinale John Tong Hon, vescovo emerito di Hong Kong, in un un ambiente aperto che ha visto così a Roma il confronto sereno di partecipanti arrivati da centri accademici statali e religiosi dell’Estremo Oriente e dell’Occidente.

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