venerdì 20 gennaio 2017
Un incontro di preghiera e amicizia ma con un pizzico di umorismo. Già promotore del dialogo in gravi crisi internazionali, il porporato ha dedicato alla speranza anche i recenti auguri natalizi
Papa Francesco con il cardinale Roger Etchegaray

Papa Francesco con il cardinale Roger Etchegaray

Il Papa l’aveva già salutato. Era stato Francesco, un pomeriggio, ad andare da lui, nella casa di San Calisto, e avevano parlato e pregato, anzi pregato e parlato perché, per tutti, la porta d’ingresso di casa Etchegaray (accanto al campanello, una ceramica con la scritta del titolo di un suo libro, “j’avance comme un ane...”) è sempre stata, in realtà, la Cappella, un tavolo d’altare e una serie di icone alle pareti. Ma poi il Papa aveva saputo di un ultimo passaggio in Vaticano, prima della partenza imminente, e a chi accompagnava il cardinale fu detto di fermarsi a Santa Marta. Francesco era ad attendere prima nella hall poi nel salottino per un nuovo incontro e un nuovo saluto.

Roger Etchegaray che riprende la valigia, e stavolta per tornare, ultranovantenne, nei luoghi di origine e nella Chiesa della sua vocazione, non può essere un fatto privato. Si chiude un tratto di storia, e resta tuttavia aperto il capitolo di una vita straordinaria, che ha preso infine il verso di un addio senza ali tarpate al futuro: un altro tratto di una strada che diventa ponte tra il passato e un nuovo inizio che, come ha detto al Papa, per quanto possibile, è servizio, ma prima di tutto, consegna e riaffidamento alla Chiesa-madre. Non avevano consumato, il Papa e il cardinale, nell’incontro a San Calisto, le parole e le preghiere; e non era rimasta fuori, neppure stavolta, qualche punta di umorismo legata alla considerevole somma di età complessivamente messa insieme. Ma era scontato, in quel dialogo, che il peso degli anni non potesse avere altro valore se non quello di una banale frase fatta. Più degli anni era preponderante, da una parte e dall’altra, la vita.

E sul volto dell’ultranovantenne Etchegaray, ora costretto su una sedia a rotelle, non è poi mai sfiorito quel sorriso che è stato da sempre la ruga profonda che ne ha segnato l’immagine. D’altra parte, per conto di almeno due Papi, le missioni impossibili per il mondo sono state affare suo. E punto di partenza per quei viaggi nelle aree di crisi non poteva che essere quell’ottimismo della speranza del quale il cardinale basco si è fatto, a suo modo, cantore: «Amo troppo la speranza, ha scritto negli auguri inviati per il Natale agli amici, per non deplorare l’inflazione verbale che subisce e che ne fa, per taluni, un’autentica droga. L’importante non è ciò che diciamo sulla speranza, ma come la viviamo nel profondo nella nostra vita quotidiana». Ma di quell’incontro a Santa Marta, co- me accade spesso con Francesco, centro di tutto è diventato alla fine un gesto.

È stato all’atto del saluto. Il Papa ha voluto accompagnare il vecchio cardinale fin sull’uscio della porta. È così si è visto il Papa “guidare” di persona, le due mani che afferravano il manubrio, e allontanare chi voleva farlo per lui, la carrozzella di Etchegaray fino a sistemarla sulla pedana dell’elevatore posto all’ingresso. Prima del viaggio di ritorno, destinazione Cambo-Les Bains, nella diocesi di Bayonne, pochi chilometri dalla natia Espelette, Etchegaray ha preso nuovamente carta e penna per ringraziare il Papa anche di questo. Santa Marta, ma anche il monastero, nei Giardini vaticani, dove risiede Benedetto XVI. Il vecchio Papa emerito e il vecchio cardinale ancora una volta insieme per un commiato sul filo dei ricordi e delle emozioni: ma con lo sguardo sempre avanti perché non ha età l’amore alla Chiesa. A Cambo, in una residenza per gli anziani della diocesi, il cardinale è andato a raggiungere l’amata sorella Maite, con meno anno di lui, ma costretta anche lei su una carrozzina a rotella. Non si chiude la porta dei ricordi, ma si riapre ora dal vivo quella degli affetti primari: la famiglia, la chiesa d’origine.

«Credo che Dio è tutto nuovo ogni mattina, e che il suo Vangelo mi rende nuovo ogni mattina», ha scritto ai suoi amici per il Natale. E ancora una volta ha dato conto di quella domanda che si è sentito rivolgere più volte nelle sue peregrinazioni nel mondo: «Perché lei è cristiano?», affermando, come risposta, di «sentire ogni volta ringiovanire la fede battesimale e ripulito da tutti gli spruzzi della routine appiccicata alla mia vecchia pelle». Lo stile di Etchegaray, anche con la penna in mano, è stato sempre quello di uno “scanzonato” uomo di Dio. Citando Jean Sullivan, il prete pastore di uomini, ha scritto che la «Chiesa è la comunione di tutti quelli, né migliori né peggiori il cui sguardo è regolato su un’altra distanza, che hanno l’aria di designare un “territorio” umano dove la notte è un poco meno densa e che danno la voglia di credere che è da questo lato che l’alba spunterà». Aveva anche un titolo quest’ultimo messaggio natalizio dalla casa di San Calisto: «Sento battere il cuore di un mondo nuovo».

E una serie di sottotitoli che lo completavano come a rievocare e rinnovare i capitoli più significativi della sua vita. Il cuore di un mondo nuovo «che aspira instancabilmente a vivere in pace» («La pace! Dopo averla così a lungo servita, mi rendo conto che la pace è da fare in tempo di pace, più ancora che in tempo di guerra. Mai tanto come oggi, la guerra si è installata nella pace»). Il cuore di un mondo nuovo « che aspira follemente ad essere amato» («Le avanzate di un popolo verso l’umanità, attraverso i secoli, sono state realizzate a partire dalle alleanze con i poveri. Il paradosso della nostra epoca è che ci si sveglia al dramma dei poveri con una mentalità da ricco, mentre la chiesa se ne avvicina con un cuore di povero » ). Etchegaray, 94 anni, ha ripreso la sua valigia.

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