«Noi, monache “in rete”: così superiamo i muri innalzati dalle guerre»
di Irene Funghi
Parlano le agostianine di Pennabilli, uno dei monasteri del Mediterraneo impegnati costantemente nella preghiera per la pace:
«Il primo passo è trovare unità dentro di sé»

C’è una soluzione sola di fronte ai confitti. Lo ripetono assieme le monache del monastero agostiniano di Pennabilli (Rimini), spezzando nella loro vita quotidiana le parole che «il fratello», lo chiamano, Leone XIV rivolge al mondo, chiamandolo a raccolta sabato 11 aprile per una veglia di preghiera per la pace. «Sentire che l’altro mi appartiene e che io appartengo all’altro». Nella radice della parola “pace”, in arabo, «c’è questa idea del consegnarsi reciprocamente. Solo così possiamo abbracciare la nostra vocazione di appartenere alla stessa famiglia umana». Così quando un conflitto ferisce un popolo «ciò che accade non mi è più estraneo, ma è qualcosa che ferisce il mio corpo». A spiegarlo, facendosi voce dell’intera comunità, sono le monache Francesca Serreli, torinese, e Abir Hanna, originaria di Beirut, dove adesso si trova ancora tutta la sua famiglia. «Sono in Italia da quasi 23 anni», dice con sincerità suor Abir, senza cedere mai alla tentazione di rendere «romantica», dice lei, la dimensione della preghiera per la pace. «Avevo 28 anni quando sono partita e la guerra l’ho vissuta tutta sulla mia pelle, perdendo anche un fratello». Con realismo, quindi, racconta il “miracolo” reso possibile da una comunità capace di accogliere davvero. «Il conflitto lascia ferite molto profonde e sono state solo queste relazioni fraterne forti, limpide e franche a restituirmi la possibilità di una riconciliazione e di una conversione degli affetti e dei sentimenti. Assieme ad una rilettura del mio vissuto, del modo di guardare agli altri e, in particolare, a coloro che venivano descritti come i “nemici”, tra cui gli israeliani, i palestinesi e i siriani». Per questo, per lei è importante «non nascondersi davanti alle tensioni che tutti abbiamo, raccontate anche dai salmi, tra il benedire e il maledire». Ma piuttosto «imparare a tenere insieme le dimensioni che ci abitano, perché ciò che la guerra vuole è dividerci: dividere la persona nella sua interiorità e dividerla dagli altri». È questa la postura da tenere anche di fronte a Dio, «senza abbandonarsi all’una o all’altra tensione, ma conservando un atteggiamento di discernimento che possa fare affidamento su una coscienza ben informata e formata da esperienze di amicizia e di Vangelo. Altrimenti l’uomo si abbandona all’ideologia e alla propaganda e dà il peggio di sé».
Suor Francesca le fa eco, sottolineando la «chiamata grandissima» che tutti abbiamo «ad entrare nella storia – sia quella personale che quella più ampia – così come si presenta, con tutta la sua complessità». È quello il luogo in cui, «di fronte ai conflitti, dobbiamo condividere uno spazio e un tempo per promuovere l’ascolto e un incontro sincero tra le parti, per non chiamarle subito nemiche». Anche perché, la verità è che senza questo «non riusciamo a vivere davvero». Ce lo dice il tempo che stiamo vivendo, in cui «è diventato così evidente come le azioni di ognuno abbiano conseguenze sulla vita di tutti!». «Comprese quelle compiute nel segreto della propria stanza, apparentemente ininfluenti, ma sempre capaci di plasmare la storia». La loro consapevolezza nasce da quel «lavorio continuo» a cui le chiama la vita di comunità, dove ciascuna entra con un bagaglio di esperienze diverse: «Ci allena ad ascoltare ciò che sentiamo, interrogarlo e decidere cosa farne: scegliere se metterlo in comune con le sorelle o coltivare delle “sacche di vissuto” più o meno nascoste. Per sant’Agostino, tutto va condiviso con i fratelli, perché senza di loro, che vengono scelti anche come amici, non si può arrivare a Dio», spiega suor Francesca.
Così, forgiate dal «lavorio» che plasma il loro vissuto, in preghiera e nelle relazioni personali, hanno fatto della comunità un laboratorio di pace che si interroga su come dire il proprio no alla cultura della guerra. «Nel 2020 abbiamo dato vita alla “Rete dei monasteri del Mediterraneo”, a sostegno dell’incontro dei vescovi dell’area a Bari», dicono assieme. La richiesta era arrivata dal cardinale Bassetti, raccogliendo la duplice intuizione lapiriana che per costruire una pace stabile servissero innanzitutto una rete di amicizie solide tra i popoli e il sostegno della preghiera di chi aveva scelto la vita contemplativa. «Così abbiamo tessuto contatti, ma abbiamo anche condiviso tra le diverse sponde un pensiero teologico che, come voleva papa Francesco, nascesse dal basso, dall’ascolto della realtà e di ciò che la gente vive», spiegano. Da lì, la consapevolezza condivisa che il progetto dovesse riguardare anche i giovani (e non solo cristiani), che in 200 lo scorso ottobre si sono imbarcati a bordo della nave “Le Bel Espoir”, attraversando il bacino per confrontarsi sul suolo dell’educazione, del dialogo tra le culture e le religioni, dell’ambiente, delle sfide migratorie, del cristianesimo orientale e occidentale e della costruzione della pace. Ognuno accompagnato, in modo particolare, da una monaca dell’area. Ma la preghiera per la pace esige anche una «coerenza di vita»: «Il Papa ci ricorda che non viene ascoltato chi ha le mani sporche di sangue. Ma questo non riguarda solo i potenti: ciascuno dovrebbe avere il coraggio di guadagnare meno, rifiutandosi di lasciare che i propri soldi vengano investiti per produrre armi», fanno notare. Sottolineando l’importanza di appuntamenti come la veglia promossa da Leone XIV: «Anche questo può avere un peso nella politica internazionale. La pace la si costruisce insieme, quando in molti si pronunciano insieme a suo favore. Di fronte al mondo, saranno tanti ad aderire e sarà come provare, come fanno le formiche, a spostare un masso più grande di noi, che può rotolare solo se siamo insieme a spingerlo». Senza dimenticare che «chi è sotto le bombe trova linfa vitale per la propria speranza nel vedere che qualcuno ha cuore la sua vita e chiama altri a pregare, come sta facendo il Papa, e in molti rispondono – conclude suor Abir –. Questo non cancella la sua sofferenza o il pericolo di perdere la vita, ma fa di questa situazione drammatica un’esperienza che riguarda l’umanità intera».
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