Nel 2026 si può ancora parlare di Dio? La sfida della teologia

Trovare un linguaggio corretto ma comprensibile per descrivere i contenuti della fede cristiana è da sempre il principale compito di chi indaga le realtà divine. Vergottini: «La chiarezza aiuta a essere concreti»
January 3, 2026
Nel 2026 si può ancora parlare di Dio? La sfida della teologia
Si parlerà ancora di Dio in questo 2026 appena cominciato? O meglio, coloro che parlano di Dio troveranno ancora in questo tempo, apparentemente perso dietro ad altre priorità, qualcuno che li ascolti e li comprenda? La domanda è stata in parte provocata dallo stesso Leone XIV, che a cavallo tra l’ultimo giorno dell’anno e l’inizio del 2026, ha più volte insistito sullo stile cristiano nella costruzione di un mondo privo di violenza. Appelli tenuti assieme da un filo rosso ben preciso: ai credenti spetta il compito di dare forma al «disegno di Dio» nella storia, un progetto ben lontano dalle logiche del mondo, spesso «ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici». Indagare, capire e comunicare questo «disegno divino» è da sempre, nella Chiesa, un impegno primario affidato alla teologia, vera e propria scienza, chiamata a “dire Dio” usando un linguaggio comprensibile a tutti. Una sfida tra rigore e chiarezza che accompagna da sempre i teologi nel loro lavoro: già Tommaso d’Aquino, all’inizio della Summa Theologiae, raccomandava «brevità e chiarezza», pur nella consapevolezza che il rigore concettuale richiede talvolta un lessico tecnico. Oggi la questione è tutt’altro che risolta. A dare una risposta ci prova Marco Vergottini, docente di teologia alla Facoltà teologica di Sicilia.
Come può oggi la teologia tenere insieme chiarezza e rigore?
«La teologia non nasce anzitutto da definizioni astratte, ma dal racconto dell’evento cristiano. Per questo il suo linguaggio è chiamato a tenere insieme narrazione e concetto, esperienza e pensiero. Il rischio, da evitare, è duplice: da un lato la riduzione moralistica o semplificata; dall’altro l’astrazione sistematica o una esposizione dottrinale puramente deduttiva. La sfida è restituire la forma concreta della fede senza tradirne la densità».
Quali parole deve usare, allora, la teologia come sapere della fede?
«Il rinnovamento conciliare ha insegnato a riconoscere il carattere “mediato” del teologare. La fede cristiana non si dà mai in forma immediata: passa attraverso narrazioni, simboli, concetti, pratiche. Il linguaggio teologico è una mediazione responsabile: deve custodire il contenuto senza trasformarlo in un gergo esoterico. La difficoltà, di per sé, non è un difetto. Lo diventa quando si perde il contatto con l’esperienza credente e con la vita concreta della Chiesa».
Perché il linguaggio teologico risulta spesso ostico ai non specialisti?
«Perché la teologia è una disciplina scientifica, con una lunga storia concettuale e un proprio lessico tecnico. Accade lo stesso in filosofia, in medicina o nel diritto: alcuni termini non sono facilmente sostituibili senza perdere precisione. Il problema nasce quando il linguaggio specialistico viene usato indiscriminatamente, anche là dove sarebbe possibile – e doveroso – uno sforzo di traduzione».
Si parla spesso di “teologhese”. È una critica fondata?
«In parte sì, se con questo termine si intende l’uso non necessario di formule autoreferenziali e ricercate. Il rischio non è il tecnicismo in sé, ma l’abitudine a parlare solo per gli addetti ai lavori, dimenticando che la teologia nasce al servizio della fede della Chiesa, non di una cerchia ristretta».
C’è anche chi parla di “narcisismo linguistico”...
«Può accadere che alcuni teologi – una minoranza, va detto – finiscano per compiacersi dell’oscurità. Ricordo un collega che tentava di scrivere intere pagine senza punteggiatura: un esercizio spericolato, più vicino all’esibizionismo che alla chiarezza del pensiero. Ma sono derive marginali, non la regola».
Però il linguaggio complesso non è, di per sé, un difetto, giusto?
«Esatto. Alcune questioni che toccano il mistero cristiano richiedono categorie precise e un linguaggio rigoroso. La complessità non va demonizzata. Diventa un problema quando non corrisponde più alla complessità dell’oggetto, ma si trasforma in uno stile automatico, poco sorvegliato sul piano concettuale».
Le è mai capitato di cadere in questo rischio?
«Sì, soprattutto negli anni della formazione. Rileggendo oggi certi miei testi giovanili, riconosco un linguaggio più appesantito del necessario. Col tempo ho imparato che la chiarezza non abbassa il livello del pensiero: al contrario, lo affina».
Cosa ha favorito questo cambiamento?
«Il confronto con contesti diversi. L’esperienza nell’Associazione teologica italiana, ad esempio, mi ha insegnato a modulare il linguaggio su interlocutori differenti e a dialogare con colleghi provenienti da altre tradizioni rispetto alla scuola teologica di Milano. Decisivo è stato anche l’incontro con il cardinale Carlo Maria Martini: la sua capacità di dire cose complesse con parole semplici resta per me un modello raro».
Altri esempi di teologi che hanno saputo parlare al loro tempo?
«Karl Barth, polemizzando con certe mode heideggeriane, osservava che un po’ di dialetto di Canaan e un po’ di positivismo della rivelazione fanno bene alla teologia. Don Bruno Maggioni, dal canto suo, diceva: “Prima di scrivere devo es-sere sicuro di aver capito io. Chi parla difficile, spesso, non ha capito davvero”».
E gli studenti, come vivono questa tensione?
«Con fatica, com’è naturale. Studiare teologia richiede un apprendistato linguistico e concettuale. Non tutto può risultare subito semplice. Ma è compito del docente accompagnare questo processo, senza rinunciare alla precisione né indulgere in oscurità inutili».
Il linguaggio teologico dovrebbe allora diventare più “popolare”?
«Preferisco parlare di teologia “contestuale”. Un articolo scientifico, una lezione universitaria, una conferenza divulgativa o un intervento pastorale richiedono registri diversi. Non si tratta di una gerarchia di valore, ma di adeguatezza comunicativa. L’unità della teologia non sta nell’uniformità del linguaggio, bensì nella coerenza dell’atto teologico».
Non c’è il rischio che per farsi comprendere si cada nella banalizzazione?
«La banalizzazione non nasce dal desiderio di farsi capire, ma dalla perdita del nucleo essenziale. Nella sua prima Critica così recitava Kant: “I pensieri senza contenuto sono vuoti; le intuizioni senza concetti sono cieche”. Anche se va detto che nella seconda metà dell’espressione Kant errava: l’esperienza della fede non è cieca, ma ricca, creativa, piena di simboli e racconti, per questo ha bisogno del pensiero per essere compresa e comunicata. Tuttavia resta sempre inesauribile e perciò il pensiero deve sempre attingere alla fede».
In conclusione che “forma” deve avere la teologia?
«Una teologia senza esperienza ecclesiale e storica è vuota; una fede senza elaborazione concettuale è cieca. Non a caso, Dei Verbum ha insistito sulla forma storica e narrativa della rivelazione e, insieme, sulla responsabilità dell’intelligenza credente nel comprenderla e interpretarla. Il concetto teologico non crea la rivelazione, ma ne custodisce l’intelligibilità; rende la fede in Gesù Cristo comunicabile, critica e condivisibile nella Chiesa».

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