Educazione, sport, integrazione: perché gli oratori fanno bene al nostro Paese

Il giorno dopo l’approvazione della legge delega
sulle iniziative educative,
don Riccardo Pincerato (Cei) racconta il tavolo
di studio messo
in campo dai vescovi italiani
sul tema
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July 24, 2026
L’attività di un centro estivo in parrocchia. Il Parlamento ha riconosciuto il valore educativo di queste iniziative / SICILIANI
L’attività di un centro estivo in parrocchia. Il Parlamento ha riconosciuto il valore educativo di queste iniziative / SICILIANI
La Chiesa italiana non arriva impreparata all’approvazione della proposta di legge sull’educazione non formale, che riconosce per la prima volta nell’ordinamento italiano il ruolo educativo di centri estivi, oratori e realtà associative. Da ottobre a giugno, infatti, la Cei ha condotto un percorso di riflessione sugli oratori attraverso un tavolo di studio del Servizio nazionale per la pastorale giovanile riprendendo gli incontri del Forum degli oratori italiani (Foi). «Gli oratori sono comunità e non si possono conoscere né descrivere se non dando voce a chi li abita ogni giorno. Abbiamo cercato di fare proprio questo», ci racconta don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei. Censire tutte queste voci non è semplice. Parliamo di una popolazione giovanile e non che affolla ogni giorno 25mila parrocchie italiane, senza escludere congregazioni e associazioni. Parroci, educatori, operatori, responsabili diocesani, ma soprattutto ragazzi e ragazze, bambini e bambine, con le loro famiglie. Il Vangelo che si fa educazione e l’educazione che si fa storia di un popolo.
Don Riccardo Pincerato / SICILIANI
Don Riccardo Pincerato / SICILIANI
«Abbiamo lavorato all’identità dell’oratorio – racconta don Riccardo – che è presenza educativa intenzionale, ma anche appartenenza, pastorale processuale ma anche esperienza di carità. Ne abbiamo ricavato una tavola sinottica su cui si sta continuando a lavorare». L’oratorio moderno ha anche una dimensione amministrativa e di governance che, aggiunge, «non è un’appendice burocratica alla missione: ne è una forma di espressione. Il modo in cui un oratorio si struttura, gestisce le proprie risorse e distribuisce le responsabilità dice qualcosa di profondo su come quella comunità intende la propria fedeltà al Vangelo. Dietro ogni scelta organizzativa c’è un’immagine di Chiesa». Riflessioni che tornano utili nel momento normativo. «L’oratorio non è un soggetto giuridico autonomo: le sue attività sono sempre svolte da un soggetto che lo gestisce, come una parrocchia o un altro ente ecclesiastico, oppure un ente del terzo settore. Riconoscere questo non è un esercizio di tecnicismo: è il punto di partenza per fare scelte consapevoli e responsabili», osserva il sacerdote. Come si sa, a seconda delle regioni, questa configurazione giuridica può cambiare, con la presenza di associazioni che forniscono gli strumenti per gestire al meglio le attività. «Come è noto negli ultimi anni lo Stato ha manifestato un’attenzione crescente verso gli oratori, tradotta in misure economiche significative, dal Fondo per il triennio 2026-2028 a uno stanziamento rilevante destinato agli oratori di periferia, con una quota prevalente riservata al Sud», commenta don Pincerato, il quale però ci tiene a sottolineare che i riferimenti restano quelli del Magistero, a partire dall’esortazione apostolica “Christus vivit”, «che riconosce l’oratorio come strumento della pastorale giovanile, senza esaurirne la ricchezza in quella categoria, e lo descrive come un poliedro dalle molteplici sfaccettature». Non meno importante è stato, prima ancora, la nota pastorale “Il laboratorio dei talenti” (2012-13), l’unico pronunciamento organico dell’episcopato sull’oratorio nella stagione post-conciliare. «Il tavolo lo ha assunto come riferimento tuttora attuale, un canovaccio fondamentale la cui attuazione, è stato detto con un’immagine musicale, resta un’improvvisazione jazz affidata ai contesti» puntualizza il direttore della Pastorale giovanile.
Nel lavoro del Tavolo, mirato a definire l’identità dell’oratorio, si è sviluppata la riflessione sui bisogni delle giovani generazioni e il tema centrale, racconta don Riccardo, «è stato individuato nel bisogno di appartenenza: i giovani chiedono, spesso senza parole, “di chi sono?”. Si osserva una schizofrenia di appartenenze multiple e una fatica a rimanere nella vita. L’oratorio risponde concentrandosi sulle relazioni e offrendo un’esperienza di Chiesa a bassissima soglia, senza prerequisiti di accesso; diventa luogo di accompagnamento vocazionale, inteso anzitutto come aiuto a scoprire chi si è, e trampolino di lancio per la vita. Il dibattito ha registrato anche osservazioni molto concrete: il ruolo di animatore è esperienza formativa decisiva per gli adolescenti, che si mettono alla prova prendendosi cura dei più piccoli; l’oratorio estivo è spesso progettato più per loro che per i bambini; alcune forme tradizionali di animazione sono in declino presso gli adolescenti, che partecipano più volentieri quando l’attività ha uno scopo riconoscibile; ciò che i giovani cercano anzitutto è lo stare insieme, tanto che le esperienze di convivenza risultano tra le più richieste, e quando si riesce ad agganciare un gruppo di amici è l’intero gruppo a spostarsi dentro l’oratorio». Il Foi ha messo a fuoco a questo punto le sfide operative. «Lo sport attrae, ma integrarlo nella missione educativa, renderlo oratoriano, resta difficile: la sfida è qualificare la proposta e formare in senso ecclesiale dirigenti e allenatori. La formazione degli addetti ai lavori, sacerdoti compresi, è spesso assente, mentre la passione per l’oratorio non può più essere data per scontata e la scarsità di educatori e di adulti impegnati è una fatica costante. Si è discussa la transizione, delicata ma ritenuta necessaria, dall’affidamento esclusivo al volontariato all’introduzione di figure professionali retribuite, specialmente per i servizi socio-educativi strutturati. È stato riaffermato che un chiaro legame parrocchiale è fondamentale per custodire la dimensione sacramentale, pur nella consapevolezza che le parrocchie faticano a essere l’unico centro della vita cristiana. Infine, l’oratorio è stato descritto come crocevia o nodo di una rete territoriale, in dialogo con scuole, servizi sociali e associazioni: qualsiasi attività è legittimamente oratoriana se ha un progetto educativo e costruisce comunità» racconta il sacerdote.
Questo lavoro ha portato ad analizzare anche il rapporto tra accoglienza e identità: «la convergenza è stata netta: le due dimensioni possono e devono coesistere. Un’identità chiara, fondata sul Vangelo, non è un ostacolo al dialogo interreligioso; le tensioni maggiori, è stato osservato con franchezza, sono spesso interne alla comunità cristiana, intraecclesiali, più che esterne. In contesti interculturali e interreligiosi, come quello di una comunità con diciannove nazionalità presenti, è emersa l’importanza di un patto educativo chiaro con le famiglie. Per le nuove generazioni la presenza di un’identità religiosa esplicita, il prete, la suora, non costituisce un problema se la relazione umana è positiva e autentica».

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