Le «suore dell’Ebola»: la storia delle sei religiose morte a Kikwit nel 1995
Il sacrificio delle sei Suore delle Poverelle missionarie in Congo, dichiarate venerabili nel 2021, continua a parlare alla coscienza cristiana. Nel 1995 scelsero di assistere malati e consorelle colpiti dal virus mortale, consapevoli dei rischi

«È Gesù che deve essere al centro della nostra vita e del nostro apostolato. Allora faremo tutto con amore, trovando e scoprendo, e facendo conoscere, Chi e per Chi siamo a servizio». Suor Annelvira Ossoli scriveva così il 20 aprile 1995 alle consorelle della provincia d’Africa delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo, di cui era superiora provinciale. Intorno a quella stessa data, nella Casa madre di Bergamo è ormai arrivata la notizia che una di loro, suor Floralba Rondi, dopo aver partecipato a un intervento chirurgico su un paziente colpito da una malattia ancora sconosciuta, ha contratto una grave febbre emorragica. Altre cinque religiose dello stesso Istituto manifestano gli stessi sintomi, morendo una dopo l’altra nel giro di 33 giorni, dal 25 aprile al 28 maggio: a suor Floralba seguono suor Clarangela Ghilardi, suor Danielangela Sorti, suor Dinarosa Belleri, la già citata suor Annelvira Ossoli e suor Vitarosa Zorza.
Da allora sono note come «le suore dell’Ebola»: la loro vicenda riaffiora alla memoria ogni volta che il virus torna a colpire, come sta accadendo in questi mesi nella Repubblica Democratica del Congo. L’epidemia, dichiarata ufficialmente dalle autorità congolesi il 15 maggio e causata dal virus Bundibugyo, è diventata la più grave mai registrata nella storia del Paese. Il 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha dichiarata un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.
Come chiarisce la postulatrice generale delle Suore delle Poverelle, suor Linadele Canclini, benché la loro vicenda sia stata tra le prime a cui molti hanno pensato quando papa Francesco, nel 2017, con il motu proprio Maiorem hac dilectionem , ha introdotto la via dell’«offerta della vita» nelle cause di beatificazione e canonizzazione, a quella data il lavoro sulla loro causa, fondato su ricerche approfondite, era già impostato sull’eroicità delle virtù. I sei decreti che ne hanno riconosciuto le virtù eroiche sono stati promulgati in due riprese: il 20 febbraio 2021 per suor Floralba, suor Clarangela e suor Dinarosa; il 17 marzo 2021 per suor Danielangela, suor Annelvira e suor Vitarosa.
Le sei suore avevano alle spalle una lunga esperienza nell’assistenza ospedaliera, maturata anche nell’allora Zaire, l’odierna Repubblica Democratica del Congo. Suor Floralba, nata a Pedrengo (Bergamo) il 10 dicembre 1924, fu tra le pioniere del suo Istituto a partire per il Congo, nel 1952. Rimase per venticinque anni a Kikwit, quindi prestò servizio per sei anni a Kingasani, popoloso quartiere alla periferia di Kinshasa, e successivamente nel centro ospedaliero di Mosango. Tornata infine a Kikwit, nonostante l’età e alcuni problemi di salute continuò a dedicarsi soprattutto ai malati più gravi. Contagiata dal virus, morì il 25 aprile 1995 a Mosango, dove era stata ricoverata.
Suor Clarangela, invece, originaria di Trescore Balneario, dove era nata il 21 aprile 1931, arrivò in Congo a ventott’anni. Infermiera e ostetrica, lavorò per undici anni a Kikwit e successivamente a Tumikia e a Mosango, prima di tornare a Kikwit. Durante il servizio nel centro ospedaliero di Mosango si spostava abitualmente con un motorino che le era stato regalato: divenne così nota come «la suora della motoretta». Morì il 6 maggio 1995, quando la natura dell’epidemia non era stata ancora ufficialmente identificata.
Suor Danielangela, nata a Bergamo il 15 giugno 1947, era quella con la più marcata inclinazione contemplativa del gruppo – anche se tutte e sei affidavano al Signore fatiche e gioie in prolungati tempi di preghiera, spesso notturna. Accettò di partire per lo Zaire nel 1978, benché avesse manifestato il desiderio di ritirarsi in monastero. Riconobbe che il Signore la voleva lì, chiamata a obbedire e a servire. E continuò a farlo anche quando partì per Kikwit per assistere le consorelle malate: bastò una notte trascorsa accanto a loro perché fosse a sua volta contagiata.
Suor Dinarosa, nata l’11 novembre 1936 a Cailina di Villa Carcina (Brescia), partì nel 1966 per una terra che avrebbe imparato ad amare profondamente, tanto da soffrire quando, durante i periodi di congedo in Italia, si trovava di fronte all’abbondanza di beni essenziali che in Congo scarseggiavano: nel 1990 portò via dalla casa della sorella asciugamani, lenzuola e qualche capo d’abbigliamento da riportare in missione.

Suor Annelvira, nata a Orzivecchi (Brescia) il 26 agosto 1936, infermiera e ostetrica, era dal 1992 superiora della provincia africana dell’Istituto. Informata delle gravi condizioni di suor Floralba e delle altre consorelle, affrontò il lungo viaggio da Kinshasa a Kikwit pur di assisterle. Le sue lettere alla superiora generale, insieme alle informazioni che arrivavano a Bergamo via telefax, scandiscono le tappe di una consegna dolorosa che si sarebbe conclusa con la morte di suor Vitarosa, nata a Palosco (Bergamo) il 9 ottobre 1943. Quest’ultima, come la superiora provinciale, scelse consapevolmente di raggiungere le sorelle di Kikwit. Pur conoscendo il rischio, lasciò Kingasani, nella periferia di Kinshasa, cantando in lingua lingala.
Le parole di quel canto, «Se nella Chiesa Gesù Cristo ti chiama, accetta di servirlo con tutto il tuo cuore», fanno quasi da sigillo alla donazione totale delle sei suore, vissuta nella fedeltà al carisma di san Luigi Maria Palazzolo, loro fondatore. Indicando alle sue religiose che avrebbero dovuto assistere gli ammalati «anche in tempo di malattie contagiose», difficilmente avrebbe potuto immaginare ciò che sarebbe accaduto, oltre un secolo dopo e a migliaia di chilometri da Bergamo, a Kikwit.
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