Abusi, morale sessuale, etica animale: perché il dibattito non può fare a meno della teologia

I nuovi vertici dell’Associazione per lo studio della morale invitano a superare
le rigide opposizioni ideologiche. Dal fine vita all’identità
di genere e alla tutela del creato, la sfida
è formare davvero le coscienze e costruire spazi di confronto
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August 25, 2026
Abusi, morale sessuale, etica animale: perché il dibattito non può fare a meno della teologia
Tra tante questioni urgenti che interpellano i credenti nello spazio pubblico e privato, ce n’è una che i teologi morali ritengono fondamentale. Quella di riportare il dibattito, qualsiasi dibattito, in un ambito di dialogo civile e non di scontro ideologico. Oggi, anche nelle nostre comunità, che si discuta di legittima difesa o di persone transgender, di fine vita o di questioni ambientali i toni sono sempre quelli del tifo più esasperato, bianco o nero, destra o sinistra, o sei con me o contro di me. E, per rimanere in ambito ecclesiale, o vuoi difendere la dottrina o la vuoi distruggere. «Lo riteniamo sbagliato. Dobbiamo riportare la riflessione sull’umano in uno spazio di dialogo e di rispettoso confronto, mettendo da parte la logica delle forze contrapposte. In questo sforzo la teologia morale può avere un ruolo importante, offrendo argomentazioni etiche in modo pacato e costruttivo nello spazio pubblico. Vale anche a livello ecclesiale, continuando a essere ponte tra il magistero e la vita ordinaria delle persone, i loro bisogni, le loro speranze, le loro esperienze di coscienza». Lo spiegano padre Martin M. Lintner e Gaia De Vecchi che qualche giorno fa sono stati eletti presidente e vicepresidente (per la prima volta una donna) dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (Atism). Lui, religioso Servo di Maria, è preside e professore presso lo Studio teologico accademico di Bressanone. Lei, laica, insegna a Milano, presso la Facoltà teologica, l’Università Cattolica e in altre realtà accademiche italiane.
Quali sono i temi che più di altri, proprio per la delicatezza e la complessità, dovrebbero essere affrontati con questo nuovo stile di dialogo e di confronto?
«Direi che ogni problema dovrebbe essere affrontato in questo modo – risponde Lintner –. Oggi avverto toni aspri, divisivi, che non servono a nessuno, per esempio sul suicidio assistito e sulla questione transgender. Invece di dividerci, chiediamoci quale approccio etico potrebbe servire a far progredire il dibattito e venire incontro alle esigenze esistenziali di una persona. Per quanto riguarda il tema identitario, mettiamo da parte gli opposti oltranzismi e vediamo come accompagnare queste persone, come costruire spazi di libertà, per quanto riguarda il linguaggio ma soprattutto la coscienza. Oggi si parla tanto di dignità della persona, ma la comune concezione della dignità umana è in erosione. Ecco, cosa vuol dire dignità della persona quando approfondiamo temi come suicidio assistito o identità di genere?»
«Purtroppo oggi la dignità umana viene riconosciuta a corrente alternata – nota De Vecchi –. Per alcune categorie di persone conta sempre, per altre, come per gli immigrati, solo in alcuni i casi. Non si pare, per esempio, che per il caso dell’immigrato di origini marocchine, Abderrahim Fakir, morto a Bologna dopo l’intervento della polizia – comunque finisca l’inchiesta – ci sia stata grande attenzione, nel dibattito pubblico e politico, all’aspetto della dignità umana. Stessi toni polarizzati per il dibattito sulla imputabilità dei minori. Dovremmo avere tutti la pazienza di ricostruire un “glossario” basico e comune per intenderci sui termini prima ancora che sui contenuti: il confronto è conditio sine qua non di ogni incontro».
E sulla questione degli abusi, al di là degli interventi già fatti, come potrebbe la teologia morale contribuire a rendere più credibile il cammino di purificazione delle coscienze?
«Dobbiamo approfondire il tema della vulnerabilità della persona umana, offrendo la possibilità di esprimersi a chi è coinvolto in questi episodi – nota il presidente –. Prima di tutto alle persone, che hanno subito abuso, naturalmente, che spesso si attendono da parte della Chiesa un ascolto sincero e una comprensione che talvolta non va oltre una generica presa di posizione. Ma anche agli abusatori dobbiamo riservare uno sguardo diverso. Spesso dietro l’obiettivo di ferire l’altro si nasconde una forma di autodifesa che nasce dall’impotenza di gestire bene la propria vulnerabilità. Sono dinamiche delicate su cui riflettere per poter adottare misure preventive efficaci».
«Senza dimenticare che l’abuso sessuale è solo l’ultima espressione di una lunga serie di atteggiamenti oppressivi – il più delle volte sistemici – comprendenti l’abuso spirituale, di coscienza, di potere – aggiunge la vicepresidente –. Quando parliamo di abuso, in una prospettiva etica, dobbiamo sempre dare il nome corretto a tutte queste pieghe, personali e strutturali, interdisciplinari: conoscere è importante per ri-conoscere, quindi prevenire e combattere».
Avete parlato di teologia morale come ponte tra il magistero e la vita concreta delle persone. Quanto è difficile questa funzione quando si approfondisce l’evoluzione della morale sessuale?
«Anche nelle nostre comunità ci troviamo spesso di fronte a due atteggiamenti contrapposti – risponde De Vecchi –: c’è chi è disposto a mettersi in gioco e chi tira giù subito la saracinesca. Tra i più dialoganti ci sono coloro che hanno compiti educativi e desiderano conoscere e approfondire, per non risultare spiazzati dalle scelte, dalle parole e dal futuro dei più giovani. E questo è segno di speranza per tutti, ma anche pista epistemica per noi».
«Occorre dire – sottolinea Lintner – che di fronte a un piccolo gruppo che legge come un attacco alla dottrina qualsiasi riflessione sull’evoluzione della morale sessuale, c’è una larghissima maggioranza che comprende come il grande divario tra tradizione e vita reale delle persone e delle coppie può essere colmato anche con scelte personali ma capaci, comunque, di valorizzare una visione cristiana. È un passaggio lento ma inevitabile. Bisogna rivedere anche la criteriologia etica per trovare un giudizio morale sul comportamento delle persone. E qui, come giustamente ha scritto papa Francesco, dobbiamo preoccuparci di formare la coscienza delle persone e non di pretendere di sostituirla».
In questo cammino di rinnovamento quale è stato finora e quale sarà il ruolo delle intuizioni offerte dall’esegesi al femminile?
«Oggi la fatica per noi teologhe morali è grande – ammette De Vecchi –. Abbiamo pochi punti di riferimento femminili, non abbiamo modelli. Abbiamo finora studiato su testi scritti da uomini. Quando rifletto su qualsiasi questione – maternità, educazione, tempo libero, economia, disabilità, vocazione... – lo sguardo iniziale è quello, parziale, della teologia maschile. Negli ultimi anni il Cti (Coordinamento delle Teologhe Italiane) ha colmato tanti vuoti, ma nel campo specifico della morale stiamo costruendo ancora un approccio davvero femminile».
L’evoluzione del pensiero moderno verso gli animali – sia quelli da compagnia che quelli destinati all’alimentazione umana – non dovrebbe imporre anche alla teologia morale di rivedere il suo tradizionale sguardo?
«Certamente – auspica Lintner –. C’è l’esigenza di un cambiamento radicale. Oggi troppo spesso la Chiesa cattolica è vista come un’istituzione che manifesta una scarsa sensibilità verso l’etica animale. Anzi che giustifica lo sfruttamento degli animali, per esempio negli allevamenti intensivi o nei laboratori che studiano gli xenotrapianti. Un nuovo sguardo etico dovrebbe invece arrivare a concludere che è immorale infliggere sofferenze a un animale senziente, che cioè ha la capacità di soffrire. E dobbiamo dirlo con chiarezza perché questo dice la logica della creazione che ci chiama a rispettare il valore proprio di ogni creatura».

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