Il “tabaccaio santo”, le lettere a La Pira e l'alluvione di Firenze: la storia di un sogno premonitore
Nella causa del Servo di Dio Renzo Buricchi emergono due lettere a Giorgio La Pira. Il racconto di una visione avuta prima del disastro del 1966 e l'impegno di preghiera per Firenze

Il vescovo di Prato Giovanni Nerbini ha chiuso lo scorso anno l’inchiesta diocesana per accertare la fama di santità di Renzo Buricchi (1913-1983), il "Tabaccaio santo"', già riconosciuto come servo di Dio. Buricchi per oltre trent’anni ha gestito un bar nella piazza del Comune di Prato, ma era, come è stato ricostruito, un mistico, teologo della natura, seguace di Francesco d'Assisi. Raccoglieva intorno a sé amici con i quali pregava, si portava davanti e dentro i luoghi di sofferenza della sua città, in una stagione difficile della Chiesa pratese e, più in generale, del rapporto tra politica e fede. Sedici anni dopo la sua morte, avvenuta il 6 ottobre 1983, con il libro "Un cipresso per maestro", scritto da Marcello Pierucci, venne alla luce la sua storia di avvicinamento a Dio e di testimonianza di fede. Grazie al lavoro condotto dal postulatore don Alessandro Andreini, sono emerse anche due lettere preziose tra Buricchi e Giorgio La Pira, con la descrizione di un sogno fatto dal tabaccaio poco tempo prima dell'alluvione del 1966. Buricchi ne scrisse al sindaco dopo l'alluvione stessa: «Una notte mi sono sognato di venire nella sua amata città di Firenze, qui da Prato. Giunto alla Porta a Prato mi imbattei in una processione: portavano in processione un Santo vestito da domenicano, secco, lungo, con la veste un po’ corta, era di un aspetto truce che ne rimasi spaventato. Fatto curioso che chi lo portava in processione erano tutti vestiti in maschera e saltavano, ballavano, cantando e ridendo come al carnevale, non limitandosi negli scherzi fra donne e uomini».
Buricchi nel sogno osservava come la processione provenisse dall’Arno, poco distante dalla zona di Porta al Prato, e si dirigeva, curvando, verso la città; ma quando il santo «fu sulla curva dirimpetto a me, si incurvò verso di me e si ruppe a metà rimanendo al suo posto un’asta; io, con sforzo enorme riuscii a rimetterlo in piedi, mentre gli astanti non si curarono affatto di quanto successo. Rimasi così impressionato che mi misi a fare delle ricerche, per potere sapere chi era codesto santo, e non vi è dubbio che era sant’Antonino da Firenze». Impressionato da quanto aveva sognato, Buricchi e i suoi amici più volte parlarono «di questo sogno per trarne delle indicazioni ma mai riuscimmo a pensare al disastro che i fiorentini si preparavano. Tanto più che io essendo pratese non conoscevo affatto né la devozione al santo, né tantomeno il santo. Però tutti d'accordo pensammo a cose molto serie per Firenze. Ma voi mi capirete, in questa epoca dell'idolatria della scienza, chi oserebbe menzionare un sogno come questo, come segno premonitore di sì disastroso evento». Eppure il gruppo pratese si recò da allora anche due o tre volte alla settimana a Firenze «e in auto girando attorno al Duomo e intorno a Firenze abbiamo recitato il nostro ufficio di preghiere. E forse sarebbe bastato se il maligno nei suoi disegni non avesse escogitato uno stratagemma da immobilizzarmi per due giorni e due notti (il 3 e il 4 novembre) staccandomi completamente da quello che accadeva». Il 4 novembre 1966 l'Arno uscì dal suo letto.
Di fronte alla tragicità dell'evento, che devastò il cuore della Città del Fiore e parte del territorio limitrofo, determinando la morte di 35 persone, Buricchi sottolineò a La Pira che «non bisogna perdere tempo! Il maligno va battuto sul campo! Firenze langue! E con lei langue la civiltà!». Se con lo stesso alfabeto «si scrive il Vangelo od un libro diabolico», allora «il valore non sta nelle lettere, ma sta nell'essenza della loro composizione, la quale riesce a suscitare nell'essere l'amore o l'odio». Buricchi raccolse offerte poi destinate al comitato “pro alluvionati”, ma rimise nelle mani di La Pira (le lettere mostrano che i due si conoscevano già) la «preghiera che vorrete offrire a Dio perché Firenze riviva e divenga "La cittadella di Dio" e tutto il mondo come guarda all'arte guardi alla sua fede ben espressa sopra al portale del suo comune», dove è riportata la scritta "Rex regum et dominus dominantium" (Gesù Cristo, Re dei Re e Signore dei Signori). La Pira gli rispose il 5 dicembre, sembra nello stesso giorno in cui ricevette la lettera del tabaccaio: «Caro Buricchi, grazie: c'è una sola, via di ripresa: l'orazione profonda, e la sofferenza creatrice (il "digiuno"!). Preghiamo, dunque, con tutto il cuore per la resurrezione di questa città e di questo popolo (che appartengono al Signore!). Fraternamente. La Pira».
Tutta la documentazione raccolta su Buricchi è stata portata al Dicastero per le cause dei santi in Vaticano. Il nuovo postulatore della causa è don Gildas Vegan, per il riconoscimento di Buricchi come venerabile. Nei giorni scorsi, presso la Basilica di San Marco, il vescovo di Fiesole, Stefano Manetti, ha celebrato la Messa in occasione del 49° anniversario della morte di Giorgio La Pira.
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