A Gerusalemme le Messe e l'adorazione nei rifugi antimissile sotto la chiesa
di Irene Funghi
Nella comunità cattolica di lingua ebraica della Città Santa la vita pastorale prosegue nonostante gli allarmi: tra timori, solidarietà e gesti quotidiani di dialogo

Sono giorni questi che a Gerusalemme si consumano tra il timore delle sirene che suonano e il desiderio che la vita non si interrompa. Mentre scuole e luoghi di aggregazione chiudono, ristoranti, barbieri e alimentari rimangono aperti, assieme ai servizi essenziali della città. Per gli altri, l’indicazione è di seguire le linee guida che lo Stato d’Israele dispone quando gli allarmi tornano a farsi sentire. Anche sul telefono di fra Francesco Ravaioli, francescano conventuale, ospite nella comunità di fedeli di lingua ebraica a Gerusalemme, arriva la notifica che segnala missili in arrivo mentre risponde al telefono ad Avvenire. Il suo, assieme a quello del parroco don Benedetto Di Bitonto, è l’impegno di chi «non vuole lasciare da solo questo piccolo gregge, definito anche da Haaretz troppo poco numeroso anche per dirsi minoranza», ricorda il frate. Si tratta di un migliaio di fedeli riuniti in Israele nelle cinque comunità del vicariato di San Giacomo. Quella di Gerusalemme, dove si trova Ravaioli, ne conta un centinaio, più qualche catecumeno. Sono migranti di varia provenienza, russi e ucraini trasferitisi in Israele perché legati, per motivi familiari, al popolo ebraico, e israeliani che «hanno abbracciato la fede cristiana», dice il frate. Per loro, in questi giorni la pastorale non è cambiata, ma le celebrazioni e i momenti di preghiera si sono spostati dalla chiesa dei Santi Simeone e Anna, nel sotterraneo usato come rifugio contro i missili e altrimenti adibito a lavanderia. «È il luogo più sicuro – afferma Ravaioli –, lo abbiamo sistemato per ospitare Messe e adorazioni. In più, per chi non se la sente di venire, il parroco don Benedetto ha ideato un appuntamento serale su Zoom in cui condividiamo le piccole cose belle e le difficoltà della giornata prima di pregare compieta». Ad emergere dall’ascolto dei fedeli sono i timori di chi, rimasto in Europa a causa del blocco aereo, si sente al sicuro, ma lontano dai cari, e le difficoltà di chi si trova ad accudire bambini o anziani e fa più fatica a correre nei rifugi dopo gli allarmi.
«La loro è la fatica quotidiana di chi tenta di costruire la propria identità di fedeli e cittadini, tenendo insieme storie personali, background ebraico e desiderio di essere cristiani – spiega Ravaioli –. Alcuni mantengono rapporti anche con le comunità religiose ebraiche, coltivando rapporti personali e dialogo interreligioso». Allo stesso tempo, tra questa minoranza, nasce un piccolo laboratorio di pace: «Sono fedeli sensibili verso i cristiani arabi, compresi quelli di Gaza, uno dei quali è stato accolto anche in parrocchia quando è arrivato in città, bisognoso di lunghi ricoveri in ospedale a Gerusalemme». Ma tra le mura della Città Santa arrivano anche i conflitti europei: «Russi e ucraini qui pregano a vicenda». Come pure si prega per chi, richiamato dall’esercito, rischia di trovarsi in condizioni di particolare pericolo: «Spesso si tratta dei propri figli o dei figli di amici», fa notare il frate. Su tutti però prevale una sola intenzione: «Che dentro a queste pagine di ingiustizie, che sovrastano i piccoli e i deboli, il Signore possa far germogliare qualche seme di bene. In molti qui cercano di affrontare le giornate così».
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