«Ecco come la "profezia della presenza" si incarna nella vita dei consacrati»
di Irene Funghi
Eliana Karram, madre generale delle carmelitane di Santa Teresa di Firenze, rilegge il messaggio diffuso per la Giornata mondiale della vita consacrata. «Il nostro sguardo vada oltre le difficoltà presenti. E stare a fianco agli ultimi sia per noi una scelta di campo»

È sulla cima del monte Carmelo, nel santuario mariano dove la tradizione vuole che venga conservata la “grotta di Elia”, che Eliana Karram, madre generale delle suore carmelitane di Santa Teresa di Firenze (e sorella della presidente dei Focolari Margaret Karram), ha accolto la missione della profezia. L’ha respirata ad Haifa, nella cittadina della Galilea dove è presente il monte, «ancora prima di nascere – dice lei stessa –, perché i miei genitori frequentavano il santuario» ed erano già, come cristiani di lingua araba in un contesto prevalentemente israeliano, artigiani di pace. Con noi, oggi, rilegge il messaggio inviato per la Giornata mondiale della vita consacrata dal Dicastero competente su “Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata”.
Madre, in che modo questa dimensione della profezia l’ha attratta?
Con il Battesimo siamo già tutti profeti e con la consacrazione religiosa questa dimensione viene rafforzata; personalmente penso che la spiritualità carmelitana l’abbia resa ancora più forte in me.
Come si traduce questo nella sua vita?
Mi viene spontaneo legare la profezia alla contemplazione, perché il profeta è colui che sa vedere Dio, scorgere il divino nel quotidiano e comunicarlo agli altri. In particolare, la “profezia della presenza”, di cui parla il Dicastero, si incarna nella fedeltà di Dio e nella fedeltà a Dio e al Vangelo, che porta al dono totale di sé a servizio dei più piccoli e dei più poveri.
In più, direi che essere profeti significhi testimoniare con gioia nelle diverse situazioni della vita, anche in quelle tragiche e sofferte, che il Signore è l’amore capace di colmare il cuore dell’uomo. E che avere fede significa saper guardare oltre le difficoltà e le sfide attuali.
Nelle diverse parti del mondo come restare accanto alle «ferite dell’umanità», di cui parla il messaggio del Dicastero?
Ogni contesto ha le sue peculiarità. In Libano, a Beirut la nostra scuola è rimasta aperta nonostante le crisi economiche, politiche e i continui conflitti. Quando un’intera generazione rischiava di non avere un’istruzione adeguata, le lezioni sono andate avanti persino mentre mancava l’elettricità, il costo della vita era salito alle stelle e dalle finestre si vedevano e si sentivano i bombardamenti. Le suore hanno accolto nei loro locali le famiglie fuggite dal sud del Paese, coltivando anche con i bambini la dimensione della preghiera per mostrare loro da dove viene la speranza che ci dà la forza di andare avanti. In Israele siamo impegnate nell’educazione alla nonviolenza e all’importanza del dialogo. In Egitto, vengono formati e accompagnati i catechisti e ci facciamo prossime alla condizione della donna. In Brasile, le suore raggiungono in barca i villaggi degli ammalati. In Repubblica Ceca, a Praga, accompagniamo ogni anno al Battesimo circa 50 catecumeni. In Italia, infine, le suore si occupano dei giovani e gestiscono delle case-famiglia.
Restare è difficile?
Le tentazioni che ci mettono alla prova sono, credo, quelle comuni ad ogni donna e ogni uomo che desiderano essere collaboratori di un mondo più bello, buono e vero. Dobbiamo però essere sentinelle che si fanno voce di chi non ha voce e “stanno” accanto ai più deboli come Maria stava sotto la croce. Per noi, questo non sia solo un atteggiamento, ma una vera scelta di campo. Che si traduce nella preghiera, che può sanare e salvare, e in azioni concrete da portare avanti insieme. Combattendo, quindi, un’altra grande tentazione dei nostri giorni, insidiosa e reale anche per noi consacrati: quella dell’individualismo, dell’affermazione di sé, dell’autoreferenzialità. La vita consacrata, che è sequela di Cristo e della sua logica di vita donata, infatti, vuole e deve essere oggi più che mai una “controparola” a tutto questo, per indicare al mondo che l’unità, la fratellanza, la pace e l’amicizia non sono vuoti proclami, ma concrete possibilità di guarigione per tutti.
Nel messaggio diffuso dal Dicastero e nelle parole del Papa c’è un continuo invito a costruire la pace. Come è possibile questo davanti a tante azioni di segno opposto?
Nel vangelo della festa della Presentazione di Gesù al Tempio, viene detto di lui che sarà un segno di contraddizione. Anche noi siamo chiamati ad esserlo: non per dividere, ma per mostrare che la vera unità nasce dal rispetto, dall’ascolto e dalla conoscenza reciproca. È vero che la pace può sembrare un ideale distante e difficile da raggiungere e che può scoraggiarci non intravedere i risultati delle nostre azioni. Sapere che ci sono tante persone che investono tempo, energie e talenti per promuovere giustizia, dialogo e pace, però, infonde gioia e speranza. Anche in Israele, ad esempio, le azioni di chi costruisce la pace sono moltissime, anche se silenziose. Questo ci dice che, alla fine, il bene vincerà.
Come religiose siete impegnate anche nell’USMI (Unione superiori maggiori d’Italia) e nell’USIG (Unione internazionale delle superiori generali). Cosa possono portare al mondo consacrate con carismi diversi che si riuniscono insieme?
Provenire da tantissimi Paesi differenti ci allena a costruire l’unità nella diversità. Impariamo le une dalle altre come affrontare le sfide del mondo di oggi, ma, in particolare, è da sottolineare l’iniziativa dell’intercongregazionalità: per servire le povertà attuali sono state formate comunità di consacrate appartenenti ad istituti diversi e che convivono, quindi, con diversi carismi. In questo modo, nei luoghi in cui un ordine religioso non sarebbe riuscito ad essere presente, si apre la possibilità di formare una comunità di questo tipo. È accaduto a Lampedusa, dove le religiose sono a servizio dei migranti, e in Egitto, dove assistono gli ammalati negli ospedali.
In Europa quali sfide vede per chi vuole dare una testimonianza di vita a servizio del Vangelo? Cosa possono portare le religiose di altri continenti che vivono qui?
Nonostante in Europa sia diminuita la partecipazione alla vita della Chiesa, si può intravedere un seme per una rinascita spirituale profonda. Ora che si perde la dimensione più “culturale” o di abitudine, può crearsi lo spazio per una religiosità forse più combattuta, ma magari più radicata, frutto di una riflessione sulla fede e di una interiorizzazione nella vita personale di ognuno. In questo cammino un ostacolo lo possiamo porre, come Chiesa, se il nostro annuncio è ancora fermo a dei contenuti o dei comportamenti “da osservare”, e non è in grado di accompagnare la persona nella sua crescita integrale, dove anche l’incredulità e il dubbio fanno parte della vicenda di fede di ognuno, perché in ogni momento Dio tesse con noi la sua storia sacra.
Le comunità o i singoli religiosi e religiose che vengono da altri continenti ci possono aiutare a rispondere alla sete di spiritualità che resta presente nella nostra società, ormai non troppo “religiosa”, ma che anela ardentemente a una ricerca di profondità, di vita interiore e senso, nonché a relazioni interpersonali e sociali fondate sull’amore, sull’accoglienza e sul sostegno reciproco. Che anela ad avere testimoni, prima ancora di strutture o certezze. Ad una Chiesa corresponsabile del mondo, capace di vivere il proprio rapporto contemplativo con Dio in un impegno concreto per la vita dell’uomo.
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