«Ecco come a Betlemme ci lasciamo salvare dai “piccoli”»

Marco Messina, giovane partito in missione all’“Hogar niño Dios”, racconta come nella piccola cittadina siano i bambini con disabilità, a volte rifiutati dalle famiglie, ad insegnare il valore della fragilità
January 15, 2026
Marco Messina con una piccola ospite a Betlemme
Marco Messina con una piccola ospite a Betlemme
Non doveva partire Marco Messina. Aveva frequentato a Firenze il corso dedicato ai giovani futuri missionari promosso dai frati minori “solo” perché «mi ero accorto che facevo fatica ad accorgermi dell’altro, di chi avevo davanti». Spiega così il periodo che stava vivendo, anche se si fa fatica a cedere come questo potesse accadere ad un giovane insegnante di sostegno, volontario dell’ospedale pediatrico Meyer, con alle spalle la vicenda tutta particolare di una sorella, Mariachiara Messina, di cui già si inizia a parlare di probabile santità, vissuta nella malattia. «Due persone a cui, in alcuni momenti avrei potuto parlare di Dio, erano venute a mancare – spiega –: questo mi ha fatto riflettere su fatto che certe cose non si possono rimandare». Così tra il 2024 e 2025 inizia il corso promosso dai francescani, interessato a diventare più missionario nel suo quotidiano. Poi il primo ritiro e… «un sussulto nel cuore quando ho sentito Betlemme tra le possibili destinazioni», racconta. Quindi l’acquisto dei biglietti per arrivare in estate all’“Hogar niño Dios”, la struttura che, nella piccola cittadina, si occupa, grazie all’opera delle suore del Verbo Incarnato, dei bambini con disabilità, di cui le famiglie non possono prendersi cura o che vengono rifiutati per la loro malattia. Studia l’arabo, si abitua all’idea di partire, ma la guerra tra Israele e Iran cancella il suo volo.
Arriva però qualche «segno», lo chiama lui, «che mi ha fatto pensare che in qualche modo sarei dovuto partire per la Terra Santa», continua. Tra i bambini dell’ospedale pediatrico fiorentino, che visita come volontario, un giorno, si affaccia una bambina arrivata dalla Striscia di Gaza: «Era spaventata – dice Marco –, aveva perso tutti. C’era, con lei, solo il nonno. Allora provai ad avvicinarmi e a tranquillizzarla. Le dissi qualche parola in arabo. Ormai lo avevo studiato e iniziavo a chiedermi quale senso avesse aver fatto quella fatica. Così riuscii a vederla sorridere», racconta. Passati alcuni mesi, «la incontrai ancora nel reparto di neurochirurgia, dove era arrivata la cugina». E un frate, intanto, «venne a chiedermi di prendere di nuovo in considerazione l’ipotesi di partire, perché le suore a Betlemme avevano bisogno di volontari: ecco allora l’idea di passare lì le vacanze di Natale». Un tempo forte, vissuto in un luogo d’eccezione. Circondato da piccoli Gesù bambini «disarmati e disarmanti», direbbe il Papa. «Alcuni di loro sono stati maltrattati per via della loro malattia, qui la disabilità è un tabù – ci dice mentre lo raggiungiamo con una videochiamata a Betlemme –, eppure sono proprio loro a farci apprezzare il valore della vita, a permetterci di non dare per scontato neanche di poter camminare. A ricordarci che le cose più piccole sono le più preziose».
La domanda viene spontanea: perché la fragilità ci spaventa? Gliela facciamo, consapevoli che a pochi passi da sé Marco ha sia la grotta della natività che i lettini dei bambini, di cui i volontari si prendono cura cambiando pannolini, aiutandoli a lavarsi i denti, riboccando loro le coperte e organizzando giochi e attività. Perché la fragilità fa paura? «Perché la guardiamo come se non ci dovesse appartenere – risponde –. Invece è proprio lì che incontriamo Dio». Cita san Paolo, mentre racconta che anche lui in quei giorni ha visto il piccolo ostacolo della malattia: «È quando siamo deboli che allora siamo forti: nei miei giorni di influenza mi sono sentito molto amato perché c’è stato chi si è preso cura di me e, forse, anche io avevo molto bisogno di tutto questo. Essere fragili ci permette di essere amati. E lasciarsi amare è la cosa più difficile. Perché, quando ti avvicini molto all’Amore, ti spaventi. È per questo che la fragilità ci fa paura». Fragilità che è anche la cifra distintiva della Terra Santa: «Qui si vive senza sapere come può evolvere la situazione e senza rendersi conto di ciò che accade a pochi chilometri, dove Gaza è distrutta», continua. Ne arriva qualche testimonianza grazie ad alcune suore, che nella Striscia hanno prestato servizio, ma l’attenzione, questo Natale, è stata tutta sulla vita che a Betlemme, dopo due anni, sembra ricominciare con l’accensione delle luci e i permessi con cui chi ha parenti a Gerusalemme ha potuto finalmente fare loro visita. Una vita che riparte, come l’aereo che qualche giorno fa ha riportato Marco in Itala, dove “l’altro”, adesso, ha il volto di un Bimbo fragile, davanti a cui non c’è più bisogno di scappare.

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