Dieci anni di “Amoris laetitia”: «Così la Chiesa s'è fatta vicina alle famiglie»
di Irene Funghi
Nell’anniversario dell’esortazione apostolica di papa Francesco le Chiese di Milano, Roma e Catania raccontano l’impegno per fidanzati, coppie in crisi, separati e genitori di persone lgbtiq+

La preoccupazione di Amoris laetitia di raggiungere le ferite della società «ci ha abituati ad accantonare l’immagine della famiglia perfetta, che non esiste, per occuparci del nuovo volto che le famiglie hanno assunto». A dirlo sono gli incaricati degli uffici di pastorale familiare di Milano, Roma e Catania. Realtà dove, sulle orme dell’esortazione apostolica di papa Francesco «sull’amore nella famiglia», che compie oggi dieci anni, sono nati gruppi che si occupano di coppie che attraversano momenti di crisi (anche con il cammino “Retrouvaille”), che hanno perso i propri figli, per separati fedeli al proprio coniuge, per separati che vivono una nuova unione, per le vedove e, a Catania, anche per i single, i cui numeri crescono a discapito dei matrimoni.
La parola d’ordine, però, è “relazioni”: da nord a sud il cambio di passo più sentito è stato nello stile che Francesco raccomandava, tutto teso verso la misericordia, che ha portato a creare spazi «privi di giudizio», dove testimoniare la bellezza dell’amore in modo discreto senza sottolineare continuamente a chi ha una situazione cosiddetta “irregolare” che si trova, in qualche modo, in difetto. È accaduto anche con i percorsi per i fidanzati, quasi sempre conviventi o sposati civilmente. «“Coppie guida” di sposi, a differenza del passato, accompagnano i più giovani», dicono Maria e Paolo Zambon assieme a don Gianluigi Frova, responsabili dell’ufficio milanese. Anche a Roma gli itinerari sono stati ripensati nell’ottica di un primo annuncio che bisogna tornare a dare. «Si tratta di portare i giovani ad interrogarsi di nuovo sulle scelte compiute, in modo che si mettano in gioco senza sentirsi giudicati», ribadiscono Paolo Perelli e Maria Doretta Di Pompeo, coniugi responsabili dell’ufficio del vicariato di Roma. È questo l’approccio che ha permesso loro di essere credibili e di veder nascere il “Laboratorio delle giovani coppie”, dove gli sposi novelli continuano a incontrarsi e mettersi in discussione per crescere insieme. A Milano, gruppi simili hanno permesso di far emergere una sete di relazioni tra giovani sposi «trasferitisi, a motivo della casa, in zone dove le uniche amicizie sono quelle del lavoro o della palestra, lontani anche dai genitori», fa notare don Frova. Mentre a Catania il tentativo è quello di proporre anche una preparazione remota (di taglio vocazionale) al matrimonio, avvicinando chi è lontano dalla Chiesa o non ancora coinvolto in un cammino di fede con iniziative come la “Festa diocesana dei fidanzati” (quest’anno tenutasi in maschera), «dopo la quale, in effetti, alcuni giovani hanno iniziato un cammino», raccontano i responsabili Luca Bonifacio e Simona Di Giovanni.
E per i separati o chi vive una nuova unione? Con «una pastorale sempre più individualizzata», dice Di Giovanni, gli uffici cercano annunciare che la Chiesa ha sempre le porte aperte e che «anche attraverso le loro ferite possono essere fecondi per la comunità», sottolinea don Frova. Tra i nuovi percorsi, che si affiancano ai consultori familiari o ai servizi di consulenza giuridica che aiutano a rileggere la propria storia prima di rivolgersi al tribunale ecclesiastico, a Milano ci sono anche i gruppi Acor: «Prendono il nome da una valle biblica apparentemente sterile – spiega don Frova – e offrono occasioni di preghiera a chi si sentiva scartato dalla Chiesa e da Dio, al quale sembrava di dover strappare il permesso di pregarlo». Accade anche che l’accompagnamento personale possa portare qualcuno ad accostarsi di nuovo ai sacramenti: «A Milano è stato scelto di formare 300 sacerdoti, suore e operatori pastorali: si tratta di offrire un percorso di discernimento, una sorta di accompagnamento spirituale», fa sapere ancora don Frova. Mentre a Roma, ad esempio, «il primo punto di riferimento sono ancora le parrocchie – dicono i coniugi Perelli –: stiamo lavorando per creare delle commissioni di pastorale familiare per ciascuna prefettura». Anche se «per la verità – afferma don Salvatore Bucolo, responsabile dell’ufficio di Catania –, qui sono pochi i divorziati in nuova unione che ne fanno richiesta. C’è bisogno di un cambio culturale, si sentono ancora troppo giudicati». E perché, allora, facciano l’esperienza dell’accoglienza, «c’è bisogno degli sposi, veri maestri delle relazioni», prosegue il sacerdote, impegnato anche nel programma televisivo “Parliamone” della rete locale Telecolor, dove si parla, tra le altre cose, di disforia di genere e persone lgbtiq+. «C’è bisogno – e in questo gli fa eco la realtà milanese – di mettere in relazione e formare i genitori, che spesso non sanno come reagire davanti a queste situazioni». «Non è tanto ciò che accade nei ragazzi a spaventare – aggiunge don Bucolo –, ma le risposte che talvolta dà loro il mondo degli adulti».
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