«Dal desiderio dei giovani nasce la pace»
di Agnese Palmucci, Roma
il segretario generale della Cei, Baturi, a Firenze per il Consiglio dei giovani del Mediterraneo: «Vogliamo fare del Mare nostrum un luogo di fraternità e accoglienza. Dalla terra del Libano in particolare affiora una grande domanda di senso su Dio e sull'uomo»

Otto giorni di dialogo, formazione, preghiera e progettazione per fare del Mediterraneo un’«oasi di pace», come ha chiesto Leone XIV. Dal 18 al 25 luglio si sono dati appuntamento in Italia (tra Roma, Assisi, Fiesole, Firenze e altre località) i 34 delegati del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, provenienti dalle Chiese che si affacciano sul “Mare nostrum”, da Europa, Africa e Medio Oriente. «Si tratta di giovani che hanno assunto un impegno di tipo vocazionale, – spiega l’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei che nel 2023 ha promosso il progetto – , come una risposta alla chiamata di Dio e della Chiesa». Oggi pomeriggio il presule della diocesi di Cagliari interverrà a Firenze nella sessione dei lavori dedicata alla pace in Libano.
Come si sta concretizzando il desiderio della Chiesa italiana di costruire pace e fraternità lungo le sponde del Mediterraneo?
«Questo desiderio sta prendendo forma grazie a tanti giovani che non vogliono voltarsi dall’altra parte. Che vogliono vivere la propria vita da protagonisti come cristiani, e contribuire sul serio al cambiamento del mondo. Il Papa, ricevendo il Consiglio in udienza a settembre scorso, aveva chiesto ai ragazzi di non voltarsi dall’altra parte, ma di fare sempre il primo passo nei propri ambienti di vita, con coraggio. Per esempio, i giovani stanno promuovendo nei diversi territori una serie di attività nel campo della formazione e dell’istruzione, in particolare sui temi delle migrazioni e del lavoro. Ogni mese, in un Paese diverso, si propone un’iniziativa che ha come obiettivo la promozione della pace e dell’accoglienza».
In questi giorni i giovani definiranno un protocollo per i gemellaggi tra le diocesi delle diverse sponde del Mediterraneo. Come funzionerà questa iniziativa e qual è l’obiettivo a lungo termine?
«Il protocollo che i giovani firmeranno prevede dei gemellaggi tra le diocesi, le parrocchie, le associazioni, i movimenti. Iniziative comuni su temi come l’evangelizzazione e l’immigrazione, ad esempio. È un accordo molto complesso, e le finalità fondamentali sono rafforzare la comunione ecclesiale tra le varie Chiese locali, e condividere alcune responsabilità pastorali su temi come immigrazione, povertà, pace, giovani e Mediterraneo. Il progetto prevede lo scambio periodico di delegazioni per esperienze concrete in ambito caritativo oppure la condivisione di percorsi formativi che riguardano anche catechisti, docenti e studenti. Si prevede anche la possibilità di mettere a disposizione fondi di solidarietà congiunti per emergenze che si verificano nei diversi Paesi gemellati. Sarebbe bello vedere poi le diverse diocesi anche pregare stabilmente per la Chiesa con cui sono gemellate, organizzare insieme campi scuola, occasioni di volontariato, attività di promozione sociale».
Oggi lei interverrà durante la sessione dedicata al Libano, per cui è stato scelto il titolo “Pace in Libano, pace nel Mediterraneo”. Quali riflessioni proporrà ai giovani?
«Chiederò di riprendere in mano le sollecitazioni del Papa, in particolare per quanto riguarda la situazione del Paese mediorientale. Ecco, c’è una grande domanda di senso che sale da quella terra su Dio, sull’uomo e sulla propria responsabilità. In fondo è quello che il Pontefice ci chiedeva: lasciare che le sofferenze dell’altro tocchino il nostro cuore, per essere capaci di cambiare la storia. Leone XIV ha proposto al Consiglio dei giovani del Mediterraneo due orizzonti molto interessanti, per cui cercheremo di impegnarci. Da un lato quello di pensare in grande, alle relazioni con il Libano per esempio, per tentare di cambiare qualcosa da protagonisti. E poi, dall’altro, la necessità di guardare al proprio ambiente di vita, perché la vera trasformazione comincia ad accadere dove l’uomo vive, nelle proprie parrocchie, lì dove si studia, si lavora».
Cosa si aspetta la Chiesa italiana dal Consiglio dei giovani del Mediterraneo in questo momento storico così complesso?
«Noi siamo molto contenti, soprattutto per questa “soggettività” e libertà che i giovani hanno voluto esprimere. Hanno creato tra loro delle relazioni che vanno al di là delle semplici attività, dialogano anche sul senso della vita. Ogni anno si incontrano per una settimana in presenza, come in questi giorni a Fiesole, e poi durante l’anno si frequentano online, si scambiano idee e proposte. Adesso cercheremo di dare anche una forma più stabile, più precisa, alle diverse forme di gemellaggio. Il tema del Mediterraneo, poi, sta molto a cuore alla Chiesa italiana, tanto che questa iniziativa è per noi una vera e propria “opera segno”, nata dopo l’incontro di Firenze nel febbraio 2022. Dire che questo progetto è un “segno” significa sottolineare che c’è dietro un desiderio grande, quello di fare del Mediterraneo un luogo di accoglienza, di riconoscimento, di stima vicendevole, come sta avvenendo già tra questi giovani. L’emozione più grande per me è vedere come sono diventati amici, assumendo una responsabilità comune. Cosa danno alla Chiesa? Tengono fisso questo orizzonte che come Chiesa italiana abbiamo insieme alle altre Chiese vicine. Penso anche agli incontri dei vescovi del Mediterraneo, da quello di Marsiglia all’ultimo un mese fa a Barcellona».
Come vengono coinvolte le istituzioni locali?
«Questo tema è tipico della “via italiana”, che tiene conto del ruolo della cittadinanza, del dialogo con le istituzioni civili e accademiche, con la politica. Perché una vera azione di cambiamento non può evitare di confrontarsi a questi livelli».
Giovani, speranza, pace, Medio Oriente. Questo progetto sembra proprio nelle corde di papa Leone XIV, in diretta continuità con Francesco...
«Certamente. A settembre il Papa ci ha chiesto di continuare il nostro lavoro promuovendo l’accoglienza reciproca, il dialogo e il confronto anche con le grandi tradizioni religiose. Poi ci ha esortati a continuare a radicare questo impegno nella fede in Dio, perché non può esistere una fede che non implichi il riconoscimento dell’amabilità dell’altro, come un fratello. E poi, esattamente nel ricordo di papa Francesco, ci ha spinto ad osare, senza paura. D’altra parte direi che alcuni discorsi del Pontefice, come quelli pronunciati nei viaggi apostolici in Africa, nelle Canarie o a Lampedusa, ci aiutano a capire qual è il focus verso cui tendere: salvare l’uomo dentro una relazione, ma in nome di Dio».
Ci sono già iniziative o prossimi passi già messi in programma?
«Tra le idee che abbiamo c’è anche quella di incrementare le visite nei Paesi del Mediterraneo, come ad esempio in Libano, e non soltanto per portare le nostre testimonianze. Ci piacerebbe piuttosto creare relazioni capaci di essere fermento per la società e la Chiesa locale».
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