Ottaviani, il Vaticano II e la tradizione. Ma il “baluardo” da conservare resta il Vangelo
Figura simbolo della stagione preconciliare, il prefetto del Sant’Uffizio affrontò il cambiamento voluto da Roncalli senza rompere
la comunione.
La sua vicenda illumina ancora
il rapporto tra fede, dottrina e riforma

Ci sono libri che si leggono. E libri che, già dal titolo, confessano un’intera visione del mondo. Il Baluardo , pubblicato dal cardinale Alfredo Ottaviani nel 1961, appartiene alla seconda categoria. Basti una citazione: «L’atomica crea un deserto meno atroce di quello che la dottrina imperante d’una società senza Dio ha creato: c’è un Sahara dello Spirito, oltre che un Sahara materiale» (p. 280). Mancava ancora un anno all’apertura del Vaticano II e il futuro prefetto del Sant’Uffizio aveva già scelto la metafora con cui interpretare la Chiesa: una fortezza da presidiare, chiamata a resistere agli errori del mondo moderno, al comunismo, al relativismo morale e alle derive della cosiddetta “nuova teologia”. Parole d’ordine: ortodossia – disciplina – sospetto antimodernista.
Di lì a poco, papa Giovanni avrebbe parlato di finestre da aprire. La storia del Concilio può essere raccontata come la vicenda drammatica, e talora persino comica, di questo confronto tra mura da erigere e finestre da spalancare.
Nato nel 1890, cresciuto a Trastevere da una famiglia modesta, fece una carriera ecclesiastica impressionante grazie a un’intelligenza non comune, una memoria prodigiosa e una capacità di lavoro che impressionava collaboratori e avversari. Dal 1959 guidò il Sant’Uffizio, incaricato di vigilare sull’ortodossia cattolica. Per molti era il “ministro degli interni” della Chiesa; per altri, più maliziosamente, il capo della polizia teologica. Egli incarnò come pochi la Chiesa preconciliare: compatta, giuridica, difensiva, convinta che la modernità fosse soprattutto un errore da denunciare. Il suo motto episcopale, Semper idem , diceva già tutto: sempre lo stesso. Bellissimo, se riferito alla fedeltà evangelica. Inquietante, se diventa programma storico.
Quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio, Ottaviani non poté impedirlo. Provò allora a governarlo prima che cominciasse. Da presidente della Commissione teologica preparatoria – la Suprema –, fece predisporre schemi solidi, sorvegliati, perfettamente allineati alla teologia manualistica dominante.
Ma il Concilio, per fortuna, non era stato convocato per protocollare il già detto. Nel novembre 1962 l’aula respinse di fatto quegli schemi. Molti vescovi europei li giudicarono insufficienti, perché apparivano incapaci di dialogare con il mondo contemporaneo. La contestazione fu tale da costringere il Papa a ritirare i testi e a riaprire il lavoro. Per la Curia romana fu una sorpresa; per Ottaviani, probabilmente, uno choc.
L’episodio forse più famoso del passaggio da una Chiesa governata dalla Curia a una Chiesa più collegiale resta quello del microfono spento. Ottaviani stava parlando accalorato nell’aula conciliare ben oltre il tempo consentito. Il cardinale Alfrink, presidente di turno, fece azionare il segnale che interrompeva automaticamente l’amplificazione. Il vecchio leone continuò a parlare senza accorgersi che nessuno lo stava più ascoltando. L’aula esplose in un misto di imbarazzo, ironia e applausi. La scena divenne subito simbolica, così perfetta da sembrare quasi inventata: il Sant’Uffizio parlava ancora, ma il Concilio aveva già cominciato ad ascoltare altrove.
La leggenda ha trasformato la scena in una sorta di umiliazione pubblica. In realtà il cardinale dimostrò una tempra ben più robusta di quella attribuitagli dai suoi critici. Continuò a combattere le proprie battaglie con tenacia e senza vittimismo.
La sua preoccupazione dominante era che l’aggiornamento diventasse cedimento, che il dialogo annacquasse la dottrina, che la libertà religiosa sembrasse smentire il passato. Ma il punto era precisamente questo: il Concilio non voleva tradire la tradizione; voleva liberarla dalla sua corazza antimoderna. Ottaviani, invece, scambiava troppo spesso la corazza per il corpo vivo della fede.
Alla fine, il Vaticano II non soltanto abbatté il baluardo, ma spostò il baricentro della Chiesa. Dalla difesa all’annuncio. Dalla sorveglianza all’evangelizzazione. Dalla paura dell’errore alla fiducia nella forza della verità.
Quando il Concilio si concluse, Ottaviani non nascose le proprie riserve su alcuni sviluppi postconciliari. Tuttavia rimase sempre dentro la comunione ecclesiale. Non fondò movimenti di protesta, non organizzò resistenze parallele, non si trasformò nel capo di una opposizione permanente. Continuò a servire la Chiesa che aveva conosciuto e quella che stava nascendo.
Un aneddoto burlone racconta che Ottaviani si sarebbe addormentato sul taxi che lo conduceva in Vaticano. L’autista avrebbe proseguito ben oltre San Pietro, dirigendosi verso la campagna romana. Risvegliatosi di soprassalto, il cardinale avrebbe protestato: «Ma non doveva portarmi al Concilio?». «Certamente, Eminenza» avrebbe risposto il conducente. «La sto portando al Concilio di Trento».
Corrisponde al vero, invece, un altro episodio avvenuto durante le tensioni suscitate dalla decisione di Paolo VI di riservare a sé la questione della regolazione delle nascite, sottraendola alla discussione conciliare. Un padre conciliare indiano, ignaro della disposizione pontificia, affrontò ugualmente il tema in aula. Ottaviani lo interruppe con fermezza e, per rafforzare l’argomentazione, ricordò di essere l’undicesimo figlio di una famiglia profondamente cattolica: sua madre, osservò, non avrebbe mai pensato di ricorrere alla pillola anticoncezionale. Da qualche settore dell’aula si levò una sola parola latina: Utinam . Magari.
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