Don Diana, prete anticamorra: la diocesi è pronta ad aprire la causa di beatificazione

Domani, nel 32° anniversario della morte, il vescovo di Aversa Spinillo presiederà la Messa «che don Peppe non riuscì a celebrare». E poi l'annuncio: conclusa la raccolta dei pareri preliminari in vista dell'apertura della causa
March 18, 2026
Don Peppe Diana assieme alla famiglia
Don Peppe Diana assieme alla famiglia / SICILIANI
Martire in odium fidei, martire della fede. È con questo titolo che la diocesi di Aversa spera che un giorno riconosciuto sia don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994. Ed è per questo che nella Chiesa locale campana è stato compiuto tutto quello che serve per arrivare all’apertura della causa di beatificazione. La notizia verrà data domani , anniversario della morte, dal vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, in occasione della Messa delle 7,30, nella chiesa di San Nicola, la parrocchia di don Peppe, quella stessa Messa che non poté celebrare perché ucciso mentre usciva dalla sacrestia. Avvenire può anticipare motivazioni e contenuti della decisione della diocesi. Attori della causa, la cosiddetta «inchiesta», sono la Diocesi e l’Associazione familiari e amici di don Peppe Diana, che hanno già avuto il «nullaosta» della Conferenza episcopale calabra sull’opportunità e attualità della causa.
Il prossimo passo sarà la richiesta del «nihil obstat» al Dicastero delle Cause dei santi. Solitamente, poi, dopo il via libera dal Vaticano, può iniziare ufficialmente la raccolta delle testimonianze e dei documenti. Nel caso di don Diana molto materiale è già stato messo insieme in questi anni grazie soprattutto al forte e convinto impegno del «Comitato don Peppe Diana» che più volte aveva promosso iniziative a favore della beatificazione. Documenti e testimonianze non solo sulla vita di don Peppe ma anche su quello che è cresciuto, ed è tantissimo, dopo la sua morte come si legge sulla sua tomba: «Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace».
Intanto il vescovo ha deciso di annunciare «l’avvio del cammino». Anche per rispondere a chi in questi anni si è lamentato del fatto che don Peppe non fosse stato ancora proclamato beato. «Mi sembrava opportuno – ora spiega – un consenso più generale. Ora penso che ci sia e in modo sereno. Non si sono superate tutte le resistenze ma si può procedere». Con una scelta precisa. «Nel martirio di don Peppe vediamo un atto sacerdotale, di fede e non sociale. Testimone di fede fino a dare la vita». Il vescovo insiste molto su questo aspetto nell’incontro nel salone dell’episcopio col postulatore Paolo Villotta, i fratelli di don Peppe, Marisa e Emilio, il vicario generale della dicesi, don Franco Picone, successore di don Peppe nella parrocchia di San Nicola. «C’è stato nel passato un equivoco, come se la beatificazione fosse un riconoscimento della sua opere. Ci si domandava "perché la Chiesa non la dà?". Le beatificazione, però, non è un’onorificenza, ma il riconoscimento che quella morte si collega a un cammino di fede». Un cammino completo.
Don Picone ricorda un incontro proprio nel salone dell’episcopio in occasione dell’anniversario del martirio. «Ci rendemmo conto quale dovesse essere il percorso da seguire, leggendo l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco, appena pubblicata, nella parte in cui il Pontefice scriveva: "Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona"». Proprio come il martirio sacerdotale di don Peppe, strettamente legato all’impegno sociale, come sottolinea il vescovo: «Era un periodo nel quale c’era rassegnazione di fronte alla violenza della camorra. Anche nella Chiesa. Quando una persona veniva uccisa si diceva "a qualcuno avrà dato fastidio". Don Peppe però capisce che non basta operare il bene in questo "sistema" ma che il "sistema" andava cambiato. Così lui e gli altri parroci di Casal di Principe firmano il famoso documento del Natale 1991, "In nome del mio popolo non tacerò" perché capiscono che non basta quello che fanno come opere di carità ma che devono mettere in discussione il "sistema"».
E don Peppe lo sapeva che questo lo poteva mettere a rischio ma non arretrò, in nome dell’amore. Per tutti. Anche i camorristi. «Il perdono è tipico del martire» sottolinea Spinillo citando Martin Luther King: «Qualunque cosa facciate non finiremo di amarvi». Perché don Peppe era anche un «noi», ricordato nell’incontro in episcopio. In particolare chi tanto si è speso per la sua memoria e lo ha raggiunto in Cielo. Come Valerio Taglione, scout con don Peppe, fondatore del Comitato, promotore della costituzione di parte civile dell’Agesci nel processo penale e di tante altre iniziative. O come il vescovo di Caserta, Raffale Nogaro, grande amico di don Peppe e suo strenuo difensore, quando partì la macchina del fango sui motivi dell’omicidio. Don Paolo Dell’Aversana, uno dei parroci che aveva firmato il documento del 1991 e che aveva fatto del Santuario della Madonna di Briano un luogo di memoria e impegno nel ricordo di don Peppe. Tanti ricordi emergono da questo incontro. Così il vescovo riporta alla memoria come nel febbraio 2011 cominciò la sua missione ad Aversa recandosi in preghiera davanti alla tomba di don Peppe. Ora la conclude (a maggio scadrà il suo mandato) sempre nel nome del parroco martire.

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