venerdì 31 agosto 2018
Il dramma del francescano Dong Guangqing, primo vescovo eletto senza l'approvazione del Papa. Decenni dopo sarebbe stato fra i primi pastori a tornare in comunione con Roma
Una Messa celebrata nel Seminario cattolico nazionale di Pechino, gestito dall'Associazione Patriottica (AP)

Una Messa celebrata nel Seminario cattolico nazionale di Pechino, gestito dall'Associazione Patriottica (AP)

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La Santa Sede e il governo cinese sembrano vicini alla soluzione di una delle questioni più delicate e complesse per la Chiesa in Cina degli ultimi sessant’anni: la nomina dei vescovi nella Repubblica popolare cinese. È una questione cruciale, la cui soluzione permetterà di sanare in radice una ferita profonda che ha creato divisione nella Chiesa cinese. Si parla spesso di due Chiese in Cina, l’una “clandestina” (che sarebbe l’unica fedele al Papa) e l’altra “patriottica” (che sarebbe invece appiattita sulle posizioni del Partito comunista cinese). Non è affatto così: esiste una sola Chiesa che, per ragioni storiche, vive una divisione in due parti.
Tutto è cominciato nel 1958 quando vennero consacrati i primi vescovi illegittimi, cioè senza l’approvazione del Papa. Nella Cina che si accingeva a vivere gli anni drammatici del Grande balzo in avanti e la creazione delle Comuni popolari, nell’aprile del 1958 ebbe luogo a Hankou (Cina centro-orientale) la prima consacrazione episcopale autonoma, dopo che il mese precedente si era avuta l’“elezione democratica” del candidato vescovo, Bernardino Dong Guangqing (1917-2007).

Questi era un frate minore molto stimato dai suoi superiori italiani, cui era stata affidata la diocesi di Hankou. I missionari stranieri vennero espulsi dalla Cina come “nemici del popolo” nei primi anni Cinquanta, e Bernardino Dong si distinse per la resistenza alla politica religiosa del governo di Mao e in particolare al Movimento delle tre autonomie per la riforma della Chiesa. Venne arrestato, subì periodi di isolamento e rimase sotto sorveglianza. Nel 1955 vennero arrestati nella stessa diocesi Odorico Liu Hede e altri due sacerdoti che erano stati indicati come vicario generale e suoi successori dal vescovo italiano prima dell’espulsione. Dong, che era il più anziano tra i francescani rimasti nella diocesi, ritenne di doverne assumere la guida in base al diritto canonico. Si affrettò ad informare il vescovo espulso, monsignor Maurizio Rosà, di questa nuova situazione. Quest’ultimo, consultata Propaganda Fide, lo riconobbe come vicario capitolare.

Il telegramma e il filo spezzato

In seguito, però, si trovò di fronte ad alternative drammatiche. Nel 1957 prima di partire per Pechino e partecipare all’Assemblea di fondazione dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, scrisse a monsignor Rosà, spiegando che non poteva fare altrimenti e assicurando che avrebbe trattato ogni cosa «per la gloria di Dio e l’utilità della Chiesa in Cina». L’assemblea aprì la strada all’ordinazione di nuovi vescovi cinesi. Bernardino Dong venne scelto dalle autorità per essere ordinato, proprio perché stimato dai suoi superiori e dai fedeli. Nel marzo del 1958, alla vigilia della sua “elezione episcopale democratica”, scrisse nuovamente a monsignor Rosà dichiarando tra l’altro che tutti i sacerdoti, ivi compresi probabilmente quelli in carcere, approvavano la sua scelta. Dopo la sua “elezione episcopale democratica”, venne inviato a Roma un telegramma per informare la Santa Sede dell’avvenuta elezione. Era un estremo tentativo di conciliare quella decisione obbligata dalle circostanze con la volontà di restare fedeli al Papa. È anche probabile che Dong Guangqing fosse convinto di dover assumere questa nuova posizione per impedire che lo facessero altri, più compromessi di lui con il movimento di riforma della Chiesa. Questo telegramma ha un’eccezionale importanza. Permettendo al neoeletto di mettersi direttamente in contatto con la Santa Sede, i comunisti cinesi riconoscevano l’autorità del Papa sull’episcopato, sul clero e sui fedeli, almeno per alcune questioni. Dong Guangqing e altri preti si erano battuti per inviare i telegrammi a Roma così come, durante l’Assemblea di fondazione dell’Associazione patriottica, si erano battuti per far approvare una risoluzione secondo cui i suoi membri potevano mantenere «rapporti puramente religiosi con la Santa Sede e per ciò che riguarda la dottrina religiosa e le regole ecclesiastiche [dovevano] obbedire al Papa».

Nella risposta al telegramma, la Santa Sede sollecitò Bernardino Dong a non accettare la consacrazione. Il mancato riconoscimento dell’“elezione democratica” giunse con toni più severi di quanto i religiosi coinvolti avessero previsto e il clero di Hankou si sentì con tutta probabilità non compreso da Roma. Bernardino Dong, che non aveva smesso di inviare notizie e tenere rapporti, confidava nella fiducia di cui aveva sempre goduto. Fu consacrato il 13 aprile 1958 nella cattedrale di Hankou, seguendo in modo scrupoloso le prescrizioni canoniche, sia per il rito sia perché il vescovo consacrante, monsignor Li Daonan, era in piena comunione con il Papa. Bernardino Dong diventò così il primo vescovo cinese illegittimo, ma la sua consacrazione era valida. In seguito, la Santa Sede ritenne nulli gli atti di giurisdizione e di magistero da lui compiuti, ma validi gli atti sacramentali, amministrati in base alla potestas ordinis, conseguita in virtù del sacramento stesso. Nel suo caso, come nel caso di molti altri vescovi “patriottici” ordinati dopo di lui, si trattava insomma di vescovi illegittimi ma validi.

La persecuzione durante la Rivoluzione culturale

Durante un incontro che ho avuto con Dong Guangqing nel 2004, mi parlò in modo accorato di quella scelta ormai lontana nel tempo non in termini di “rigidità” da parte di Roma né tantomeno di “cedimento” da parte sua. C’era stata una diversa valutazione della situazione. Indubbiamente il motivo della “forza maggiore” e la ricerca del “male minore” ebbero molta importanza in quella svolta, ma non spiegano tutto. Non è facile dire cosa convinse Dong Guangqing e altri ad aderire al progetto del governo, dopo averlo a lungo rifiutato in precedenza. I documenti attestano chiaramente la sua convinzione che alcune scelte fossero canonicamente legittime, lo sforzo costante di informare i superiori e Roma, il tentativo tenace di coinvolgere la Santa Sede nella nomina episcopale. Contrariamente alle apparenze, Bernardino voleva salvare il rapporto tra Roma e la Chiesa cattolica in Cina. È probabile che avesse fondati motivi per temere alternative assai peggiori: la creazione di una Chiesa nazionale scismatica, la divisione e la dispersione dei fedeli, la scomparsa di una Chiesa veramente cattolica in Cina. Solo una motivazione spiritualmente, ecclesialmente ed umanamente così forte può spiegare la scelta di accettare un’ordinazione illegittima da parte di sacerdoti già maturi, tanto stimati dai loro superiori e capaci di resistere a forti pressioni.

Anche gli avvenimenti e le scelte successive lo confermano: Bernardino Dong, come tutti i vescovi “patriottici”, fu perseguitato durante i drammatici anni della Rivoluzione culturale (1966-1976). Appena divenne possibile, chiese ed ottenne da Giovanni Paolo II di essere riconosciuto e legittimato. Fu così, dopo aver affrontato vicende dolorose, uno tra i primi vescovi illegittimi che tornò alla piena comunione con il Papa.

La Lettera di Benedetto XVI

Oggi una larga maggioranza dei vescovi cosiddetti “patriottici” sono in piena comunione con il Papa e in molte diocesi si sono già avuti processi di riconciliazione con le comunità cosiddette “clandestine”. Questa riconciliazione, cuore della Lettera che nel 2007 Benedetto XVI ha pubblicamente inviato ai cattolici cinesi, rivolgendosi sia ai “patriottici” sia ai “clandestini”, è ciò di cui hanno più bisogno oggi i cattolici cinesi.

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