7 dicembre 1965. Gaudium et spes? Un provvido imprevisto
Il documento più audace, ma anche più travagliato, trasformò la Chiesa da assediata a compagna del mondo

Presso i bookmaker di Londra non risulta che qualcuno abbia scommesso sulla possibilità che Gaudium et spes (Gs) approdasse in porto. Non sarebbe stata una puntata prudente. La costituzione pastorale ha conosciuto una vicenda assai travagliata: fino all’ultimo poteva non essere promulgata. Atto che invece avvenne, il 7 dicembre 1965. Gaudium et spes costituisce l’imprevisto del Vaticano II. Nessuno, nelle commissioni preparatorie, aveva approntato uno schema sul rapporto fra Chiesa e mondo moderno. Eppure, rileggendo il discorso di inaugurazione di Giovanni XXIII, nasce il sospetto che proprio qui fosse il punto segreto del Concilio: superare il plurisecolare abisso fra cattolicesimo e modernità; uscire dalla postura di cittadella assediata; aprire strade di dialogo con la cultura e le società contemporanee. Il conflitto veniva da lontano. Si era fatto drammatico con la Rivoluzione francese e con il crollo di un intero assetto di cristianità, quando la Chiesa pretendeva di rappresentare l’istanza suprema della fede pubblica, della moralità comune, della legislazione e perfino del costume. La democrazia, le libertà moderne di pensiero, di stampa e di religione erano sembrati a lungo una sciagura. Ed ecco la sorpresa conciliare. Prima schema XVII, poi schema XIII, Gs finì per diventare il luogo in cui confluirono un po’ alla rinfusa molti temi "avanzati" durante la redazione degli altri testi. Non a caso il teologo Otto Hermann Pesch la paragonò a un’"arca di Noè": dentro c’era di tutto. Anche la storia del titolo è singolare. All’ingresso era stato posto il cupo binomio Luctus et angor; poi prevalse l’inversione: Gaudium et spes. Non un ritocco cosmetico, ma una scelta di tono e di stile ecclesiale teologico. Alcuni padri temettero un cedimento alla modernità; altri giudicarono il testo ancora troppo timido. Paolo VI seguì da vicino la partita, consapevole che lì si giocava una delle prove più delicate dell’intero Concilio. Il dato finale la dice lunga: dei 16 testi promulgati in Concilio, Gs fu quella che raccolse il maggior numero di non placet, ben 251. Eppure proprio questa origine tormentata è la sua forza. Gaudium et spes non parte da definizioni astratte, ma si pone in ascolto. Il Concilio non mette la Chiesa di fronte al mondo, ma dentro la storia. Non più primato e subalternità, ma prossimità, ascolto, servizio. La Chiesa non rinuncia a dire ciò che ritiene vero e giusto, né a contestare le devianze del mondo moderno. Cerca però di comprendere prima di giudicare, di discernere prima di colpire. Un sano discernimento chiede di coltivare l’analisi critica e la prudenza, superando massimalismi e minimalismi.
Gs accetta, con lucidità non ingenua, alcuni tratti decisivi della modernità: la dignità della coscienza, la democrazia politica, la legittima autonomia delle realtà terrene, la laicità dello Stato, la dimensione personalistica dell’amore coniugale, l’opzione per la pace. Nulla v’è di irenico o sdolcinato. Il testo mette in guardia contro le degenerazioni della tecnica, del potere, del laicismo, della corsa agli armamenti. Ma lo fa con stile propositivo, non da tribunale assediato. Per questo Gs rimane uno dei documenti più audaci del Vaticano II. Vi si avverte il passaggio da un cristianesimo di convenzione a un cristianesimo di convinzione; da una Chiesa che pretende di reggere dall’esterno l’ordine del mondo a una Chiesa che si comprende come popolo di Dio nella storia, esposta alle domande degli uomini d’oggi, chiamata a leggere i "segni dei tempi". Gaudium et spes non è il documento più rifinito, sicuramente il più rischioso. E dunque, in un certo senso, il più evangelico. Perché accetta di stare all’aperto. Alla fine, restano alcune perle che continuano a brillare. «Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei credenti» (n. 1). In modo folgorante Tonino Bello propose di rovesciare il binomio: nulla di genuinamente cristiano dovrebbe restare senza eco nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo. «La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo"» (n. 16): affermazione capitale, che fa il paio con Dignitatis humanae. «Nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti» (n. 19) : ecco una delle espressioni le più coraggiose di Gs, che prima di condannare l’errore altrui, sollecita un esame di coscienza della Chiesa. «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (n. 22): il cuore cristologico di Gaudium et spes laddove l’antropologia non scivola nell’umanesimo vago ma si raccoglie nella figura di Cristo. «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica» (n. 75): monito che suona attualissimo, in tempi di afasia civile dei credenti. «Tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, bisogna che utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo» o ancora: «La Chiesa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza» (n. 76). Frasi acuminate, che denunciano il rischio di fidarsi più dei mezzi della città terrestre che della forza nuda del Vangelo. E infine la più severa, la più netta, quasi l’unica vera scomunica del Vaticano II contro la barbarie moderna: «Ogni atto di guerra è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione dev’essere condannato».
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