20 novembre 1962: lo schema bocciato che aprì la via al futuro

Il rigetto del documento sulle fonti della Rivelazione mostrò il volto di un Concilio che voleva parlare al mondo
February 16, 2026
Il discorso di Giovanni XIII all'apertura del Concilio
Il discorso di Giovanni XIII all'apertura del Concilio / VATICAN MEDIA
Il 20 novembre 1962 è una di quelle date che, a un primo sguardo, potrebbero apparire come semplice passaggio procedurale. In realtà, quella giornata segnò una svolta silenziosa ma decisiva nella storia del Vaticano II. Non fu il trionfo di una maggioranza, né l’esito limpido di una votazione: fu l’emergere di una coscienza ecclesiale nuova, ancora in cerca della propria forma. Al centro del dibattito vi era lo schema De fontibus Revelationis, preparato dalla Commissione teologica e pensato per chiarire il rapporto tra Scrittura e Tradizione. Il testo rifletteva un’impostazione teologica contrassegnata da un linguaggio difensivo e da una preoccupazione dottrinale tipica della stagione preconciliare. In chiave antiprotestante e di restaurazione neoscolastica si giustapponevano le due fonti: ciò che non era attestato nel Vangelo lo si ritrovava nella Tradizione cattolica.
Molti padri conciliari, tuttavia, avvertivano che quello schema non riusciva a esprimere il respiro pastorale e missionario che aveva animato l’apertura dell’assemblea. Fra i periti teologi risultarono molto attivi i due “cavalli di razza”: l’olandese Edward Schillebeeckx e il gesuita tedesco Karl Rahner. I celebri 8 gravamina (otto criticità di fondo) di quest’ultimo mostrarono la debolezza dello schema preparatorio che, a suo dire, separava troppo rigidamente Scrittura e Tradizione, smarrendo l’unità della rivelazione; parlava con un linguaggio difensivo, più preoccupato di confutare errori che di annunciare il Vangelo; appariva privo di respiro biblico e poco sensibile alle esigenze del dialogo ecumenico; riduceva la rivelazione a un insieme di proposizioni, senza evidenziarne il carattere di evento vivo: l’autocomunicazione di Dio nella storia. Anche la Tradizione rischiava di essere presentata come un deposito immobile, più che come una realtà vitale che cresce nella coscienza della Chiesa. In filigrana emergeva nel De Fontibus un metodo teologico poco aperto allo sviluppo e al discernimento. Per Rahner, infine, lo schema non rifletteva lo spirito pastorale voluto da Giovanni XXIII. Dall’altra parte, il cardinale Siri, il giorno prima della votazione, temendo la disfatta appuntò nel suo Diario: «La faccenda è grave, se domani lo schema cade! Signore aiutaci! Santa Vergine, san Giuseppe, pregate per noi!»
La votazione fu sorprendente. Una larga maggioranza si espresse contro il testo: 1.368 voti per il rigetto contro 822 favorevoli. Eppure non bastava. Il regolamento richiedeva i due terzi per respingere formalmente lo schema. Dal punto di vista tecnico, dunque, il documento non era bocciato. La minoranza poté esultare: non c’era stata una totale disfatta... chissà mai che non si potesse ipotizzare una rivincita. Tuttavia, un acuto osservatore esterno come il giornalista di Le Monde, Henri Fesquet, parlò senza mezzi termini di una “vittoria di Pirro”. Quel risultato contrastante manifestava qualcosa di più profondo: la difficoltà crescente di una parte significativa dell’episcopato mondiale ad accettare testi percepiti come inadeguati al tempo nuovo che la Chiesa stava attraversando. Era come se l’assemblea, ancora giovane, avesse trovato improvvisamente la propria voce.
Fu allora che intervenne Giovanni XXIII. Con una decisione che molti storici considerano tra le più lungimiranti del suo pontificato, il Papa stabilì che lo schema fosse ritirato e affidato a una commissione mista per una completa rielaborazione. Non si limitò a far rispettare una regola: scelse di ascoltare il sensus ecclesiae che stava emergendo nell’aula conciliare. In quel gesto si riconosce uno stile di governo spirituale più che giuridico. Roncalli comprese che il Concilio non era convocato per ratificare testi già pronti, ma per consentire alla Chiesa di discernere insieme. La sua autorità non chiuse il conflitto: lo trasformò in processo. Da quella crisi nacque, dopo un lavoro lungo e non privo di tensioni, la costituzione dogmatica Dei Verbum – dal punto di vista teologico, il testo più luminoso del Vaticano II – che restituì centralità alla Parola di Dio e ne propose una visione più dinamica, capace di parlare al cuore della Chiesa e allo stesso mondo contemporaneo.
Il 20 novembre, dunque, non fu il giorno di una sconfitta, ma quello di una maturazione. Il Concilio iniziò a comprendere che la collegialità non era uno slogan, bensì un metodo; che l’unità non esclude il confronto; che la fedeltà alla tradizione passa anche attraverso il coraggio di riformulare. Colpisce, a distanza di decenni, la libertà interiore con cui molti padri conciliari votarono. Non era opposizione ideologica, ma responsabilità pastorale. Provenienti da continenti diversi, portavano nell’aula le attese di Chiese giovani, comunità in trasformazione, culture lontane dall’Europa. La cattolicità smetteva di essere un concetto astratto per diventare esperienza concreta. Quella giornata insegna anche che i momenti di apparente impasse possono rivelarsi fecondi. La mancata maggioranza dei due terzi non paralizzò il Concilio; al contrario, lo costrinse a prendere sul serio il proprio compito. Talvolta la storia della Chiesa avanza proprio quando si interrompe l’automatismo delle decisioni. Le grandi svolte non sempre nascono da vittorie nette. A volte prendono forma in votazioni incerte, in testi rimandati, in parole ancora da trovare. È lì che lo Spirito apre strade inattese.

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