L'urbanistica del togliere: via l’asfalto, «il suolo delle città sia fatto di prati, arbusti e piante»

L'intervista con l’esperto del Politecnico di Milano Paolo Pileri: depavimentare e impermeabilizzare i centri urbani per lasciare un pianeta più sostenibile
Google preferred source
September 24, 2026
L'urbanistica del togliere: via l’asfalto, «il suolo delle città sia fatto di prati, arbusti e piante»
Urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, Paolo Pileri sarà ospite a Eco Sanfra, il festival ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco e dedicato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale, in programma a Perugia da oggi a domenica 27 settembre. Insieme a Don Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI e direttore dell’Ufficio dell’apostolato del mare, Pileri parlerà di suolo, paesaggio e comunità con un occhio alle generazioni future. Ma, anche e soprattutto agli ultimi studi che sta portando avanti sulla cosiddetta “urbanistica del togliere”.
Di cosa si tratta?
È una proposta che stiamo lanciando da qualche tempo, spiegando che il progetto urbano non può essere fatto solamente di addizioni; aggiungiamo qualcosa, ma dobbiamo avere il coraggio di immaginare sottrazioni, quindi togliere. La prima cosa da togliere sono ovviamente gli asfalti e tutto quello che invade gli spazi pubblici. Il caldo quest’estate li ha resi bollenti, invivibili, impraticabili e sui quali non si poteva camminare. Ecco, questo è un esempio dell’urbanistica che deve togliere; che non vuol dire che non ha bisogno di progetto, anzi bisogna mettersi lì, guardare cosa fare. Ripensare gli spazi, ridisegnarli, rivedere le proporzioni, le geometrie, c’è tantissimo da fare. Poi da qui si parte a “scorticare”: via gli asfalti per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante.
Una sfida importante per le città dell’asfalto dovunque...
Una bellissima sfida e importante, certo. In realtà è meno complicata di quello che si può immaginare. Diciamo che la sua complicazione sta nel sovvertire la normalità a cui siamo abituati, cioè che l’urbanistica sia, come ho detto prima, qualcosa che prende un prato e lo fa diventare un bosco verticale, ad esempio, invece la cosa che mi piace pensare è che il bosco verticale lo facciamo tornare a essere un bosco orizzontale.
Sta bocciando uno dei progetti pluripremiati all’insegna della sostenibilità?
Sì, a mio parere è anche una sorta di “forzatura antropocentrica”, cioè l’idea è ragazzi, adesso io prendo la natura e sapete cosa faccio? Gli do la forma che più mi pare e piace. Io sono l’architetto, io sono il deus ex macchina e quindi faccio della natura quello che voglio. Ecco questo è un processo culturalmente tossico.
Ma, tornando all’urbanistica del togliere, cosa ne pensano i sindaci?
Ne stiamo parlando da un po’ e qualche amministrazione si è già avvicinata a questo concetto. Come la città di Genova che sto personalmente aiutando a introdurre il concetto del togliere anche all’interno dei meccanismi di regolamento dell’ urbanistica. C’è anche un piccolo comune in provincia di Padova, Selvazzano Dentro, con cui stiamo lavorando, come Politecnico, e dove il sindaco, si è già detto d’accordo. Poi ci sono molte altre amministrazioni che, lo dico molto francamente, non hanno nemmeno capito di cosa stiamo parlando.
Che cosa vi dicono?
Molti pensano che la parola “togliere” sia una parola da bandire dal vocabolario dello sviluppo e quindi non ne vogliono sentir parlare. C’è anche la miopia dell’Associazione nazionale dei comuni italiani che anziché provare a traghettare - con tutte le difficoltà del caso - un concetto nuovo ma necessario nell’urbanistica, cosa fa? Decide di non avventurarsi .
Forse sono perplessi anche per i costi da sostenere.
Oggi possiamo prevedere dei costi spannometrici, parliamo di circa 100 euro per metro quadrato, se vogliamo togliere l’asfalto, rigenerare il suolo e fare il minimo indispensabile per ripristinare un prato. Sono costi molto spannometrici. Ma il fatto che ci siano dei costi ci rende felici e dovrebbe far felice anche gli ordini professionali e le imprese, quelle ad esempio che fanno capo all’associazione degli asfalti. Perché le frese che vengono usate per togliere l’asfalto sono le stesse che si usano per posizionarlo. Con l’urbanistica del togliere le imprese non perdono lavoro ma vengono pagate lo stesso, pagate per “togliere”.
Ma lei pensa a una città ad asfalto zero o con un tipo di asfalto diverso?
Sono due cose diverse. C’è la depavimentazione, che significa rimozione completa dell’asfalto o altri materiali. Dopo la rimozione c’è la ricostruzione della terra con tecniche particolari. Poi c’è la rimozione completa dell’asfalto e la successiva impermeabilizzazione con tecniche che aumentano la permeabilità del suolo anche se quest’ultimo caso non rispetta tutto quello che sono i valori ecologici di un prato. Così come non è detto che tutta l’acqua riesca a penetrare nel suolo, perché buona parte rimane tra le fughe delle mattonelle. Ecco quindi l’urbanistica del togliere: ovviamente il top è arrivare alla depavimentazione, il meno top è arrivare alla deimpermeabilizzazione.
Al festival parlerà anche delle generazioni future, come si collega quest’altro tema?
Togliamo per le generazioni future. Questo governo ha dovuto approvare nel novembre scorso una legge che si chiama “VIG”, valutazione di impatto generazionale, che valuta gli effetti sociali, economici ed ambientali delle nuove leggi sulle generazioni future. Una legge che obbliga il legislatore, il Parlamento e i parlamentini regionali, ma anche i Comuni. Ma ancora oggi, purtroppo non abbiamo il regolamento per attuare questa norma avveniristica, che “mette le ali” all’ambientalismo. L’urbanistica del togliere può davvero diventare una sfida per l’ambiente e per le prossime generazioni.
Paolo Pileri è urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano
Paolo Pileri è urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire