Le famiglie lanciano un appello alla scuola: «Da sole non ce la facciamo. Ci aiuti a educare i figli»

Il Centro internazionale studi famiglia indaga il rapporto tra genitori e insegnanti, scoprendo che gli adulti sono sempre più esigenti. Vorrebbero docenti più pagati e motivati, a cui chiedere una mano nella formazione totale dei figli: dall'IA all'affettività
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September 24, 2026
Le famiglie lanciano un appello alla scuola: «Da sole non ce la facciamo. Ci aiuti a educare i figli»
Il primo giorno di scuola in una primaria di Torino / ANSA
Il filo che lega famiglie e scuola, nel nostro Paese, sembra sempre più sottile. Si sfilaccia ogni volta che un genitore non si presenta ai colloqui con gli insegnanti, ogni volta che uno studente non parla in casa di una fragilità emersa in aula oppure ogni volta che un docente sceglie di non dialogare con gli adulti di problemi che travalicano le questioni di “sufficienze” o “insufficienze”.
Qualche numero, per quanto possibile, sembra tracciare una tendenza quasi decennale. Secondo i rilevamenti Ocse-Pisa, che non analizzano solo le competenze dei nostri alunni a quindici anni, dal 2018 al 2022 la percentuale di famiglie che ha contattato spontaneamente un insegnante per parlare dei progressi del figlio è scesa di 16 punti percentuali: dal 68% al 52%. Dal 2022 al 2025, data dell’ultimo report, anche il numero di studenti che almeno una volta alla settimana parla in famiglia dei propri problemi scolastici è calato dal 58% al 46%. E allora che posto ha oggi la scuola tra le priorità delle famiglie? A porsi la domanda è stato il Centro internazionale studi famiglia (Cisf) nel suo Family report del 2026, pubblicato stamani con il titolo “Teniamo banco!”. La risposta, a cui è giunto tramite un sondaggio chiesto alla società Eumetra, non è scontata né univoca. «Dal report emerge con chiarezza l’inevitabile relazione tra famiglia e scuola – sintetizza Francesco Belletti, sociologo e direttore del Cisf –: non sempre virtuosa, non sempre perseguita intenzionalmente, non sempre sintonica, ma che può sempre “fare la differenza”».
Di incoraggiante c’è che le famiglie intervistate da Eumetra sembrano quasi tutte avere alte aspettative sul ruolo della scuola nella formazione dei figli. «Tutte chiedono che la scuola si assuma responsabilità esplicite – conferma Belletti – e chiedono di essere sostenute nel loro mestiere di genitori». Impressioni condivise sia dalle coppie con figli sia da quelle senza figli. Al sondaggio, infatti, ha partecipato un campione di 1.627 persone, rappresentativo a livello nazionale per genere, età e area di residenza. Tra gli intervistati, il 44% ha avuto figli e il 25% ne ha almeno uno minorenne. Tutti – genitori e non – «chiedono aiuto alla scuola in ogni ambito in cui faticano – puntualizza Belletti –. Non rivendicano una titolarità esclusiva e isolata dell’educazione dei figli, ma una titolarità che riceve un sostegno».
Più dei voti o del bullismo, a preoccupare le famiglie oggi sono prima di tutto le nuove tecnologie. Il 31,5% dei genitori intervistati nel sondaggio ha ammesso di trovarsi in difficoltà di fronte alle sfide del digitale. La maggior parte, sette su dieci, si dice d’accordo con il divieto del cellulare in aula, ma quasi tutti (l’88%) alzano l’asticella: la scuola non dovrebbe solo vietare, ma anche «insegnare in modo più chiaro e strutturato competenze digitali, compreso l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale». L’allarme nasce da un’esperienza quotidiana: il bando dello smartphone non basta se, a casa, pochissimi adolescenti limitano l’uso di social e cellulari. «Il digitale interroga tutti – spiega Belletti –. Non si può capire la famiglia senza avere sott’occhio lo sviluppo dei social o dell’IA: nessun ragazzo e nessun genitore ormai pensa di poterne fare a meno».
Dopo il digitale, arriva l’educazione alle relazioni. Emozioni, rispetto e consenso non sono più priorità esclusiva della formazione familiare, ma praterie in cui le famiglie acconsentono a lasciare anche alla scuola un certo campo di azione. Secondo l’86% degli intervistati, i docenti dovrebbero «includere esplicitamente anche l’educazione affettiva e sessuale» in aula. E non si tratta solo di prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili. La maggior parte dei genitori chiede prima di tutto aiuto nell’educazione al rispetto, alla prevenzione degli abusi e – più in generale – alle emozioni. Da un lato, significa che l’approccio alla sessualità fondato solo sul “come insegnare il sesso sicuro” è «superato – come precisa nel report lo psicologo Alessandro Ricci – a favore di un approccio in cui l’obiettivo primario è promuovere lo sviluppo di competenze emotive». Dall’altro, non significa che i genitori scelgano di delegare alla scuola ogni responsabilità sull’educazione affettiva dei figli: «È un sintomo del fatto che le famiglie faticano in questo campo e chiedono aiuto – precisa Belletti –, ma non vuol dire che non rivendichino una titolarità sull’educazione dei loro figli». In altre parole, «non è un dato che smentisce la necessità del consenso informato, come chiesto dalla circolare del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara». Quella, cioè, che subordina l’educazione sessuo-affettiva all’approvazione di genitori o tutori.
In generale, l’immagine che le famiglie hanno della scuola è quella di un’istituzione in estrema difficoltà. Interrogati dal questionario di Eumetra, molti hanno confessato di ritenere gli insegnanti demotivati, la burocrazia un ostacolo talvolta insormontabile e la didattica spesso obsoleta. Il giudizio è netto: secondo il 56% delle famiglie, «la scuola non capisce più i giovani». Non solo: tra chi in questo momento ha figli in età scolare l’impressione è che la scuola non sia più capace di garantire pari opportunità a tutti. Quasi la metà degli intervistati ritiene che l’azione della scuola non svolga più alcun ruolo, né positivo né negativo, nel riequilibrare le condizioni di partenza. Pochissimi, però, attribuiscono la responsabilità a docenti e dirigenti: il problema, per l’87% delle famiglie, sono i soldi – pochi – che arrivano agli istituti. E che non bastano né a pagare dignitosamente gli insegnanti né a evitare spese extra-scolastiche ai genitori che, in oltre un caso su due, spendono ogni anno più di 500 euro in attività integrative. «Le famiglie hanno alte aspettative», riassume Belletti. E, quando possibile, sono disposte a pagare caro per soddisfarle. In questo contesto va letto anche l’orientamento dei genitori verso le paritarie: le sceglierebbe oltre uno su due, se costassero quanto le statali. «Non si tratta tanto di una preferenza ideologica», quanto di una nuova fiducia «in un’organizzazione della scuola diversa dalla statale, percepita spesso come burocratica e demotivata», chiosa Belletti.
Le critiche, perciò, convivono con la speranza di chi ancora domanda all’istituzione-scuola di diffondere cultura e formare cittadini, aggiornando costantemente i suoi metodi e programmi. Si potrebbe immaginare che le famiglie chiedano questo sforzo ai docenti perché non trovano altrove, dall’associazionismo cattolico alle comunità di quartiere, un sostegno extra-scolastico all’educazione dei figli. Ma, secondo Belletti, non è così: «Le famiglie con le aspettative maggiori – replica – sono, in realtà, quelle più coinvolte anche nel sociale». Le stesse, cioè, che sono disposte con più costanza ad «accompagnare la scuola nel proprio mandato – conclude Nanetti nel report –. Consapevoli che non c’è scuola senza famiglia».

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