Sulla riva del canale dove sono morti 3 adolescenti, tra fiori e rimpianti
In tanti hanno portato fiori nel punto in cui l’Audi guidata da un 18enne in stato d’ebbrezza è uscita di strada finendo in acqua. A bordo erano in 9. Un compagno: «Due giorni fa stavamo ridendo tutti insieme e ora siamo qui a piangerli»

Una croce marrone giace sull’argine, quasi a indicare il punto del canale Villoresi in cui sono morti Camilla Copparoni, fresca 18enne, Lorenzo Benin e Riccardo Provasi, entrambi 17enni. È solo un grosso frammento della barriera di protezione, ma qualcuno lo legge come un segno. «Mi sono venuti i brividi quando l’ho vista...» dice uno dei tanti venuti a deporre un mazzo di fiori sfidando i 37 gradi all’ombra. Toccherà a chi indaga fare un’analisi più prosaica della struttura, sfondata come se fosse un grissino domenica notte dalla A2 guidata da Gabriele Popovici: è fatta di un materiale plastico non certo adatto ad assorbire l’urto di una vettura lanciata ad alta velocità.
Il 19enne al volante è andato dritto nella curva a gomito della strada che unisce Senago a Paderno Dugnano, probabilmente tradito dall’alta velocità e dallo stato d’ebbrezza (aveva un tasso alcolemico di 1,61): è sopravvissuto all’incidente ed è finito a San Vittore con l’accusa di omicidio stradale plurimo: nelle prossime ore sarà interrogato dal gip, che deciderà sulla convalida dell’arresto. I suoi amici sono stati meno fortunati, traditi dall’acqua che in pochi istanti ha allagato l’abitacolo. In tutto erano in nove a bordo, stretti uno all’altro: un gruppo di giovani reduci da una festa come tante, che stavano tornando di corsa a casa visto che si era fatto tardi, molto tardi. Così si erano rannicchiati per starci tutti, sfruttando il passaggio rimediato all’ultimo momento.
In sei sono riusciti in qualche modo a salvarsi, Camilla invece si è spenta sulla riva. I due 17enni sono rimasti intrappolati nell’utilitaria sommersa: sono stati i sommozzatori dei Vigili del fuoco a compiere la pietosa opera di recupero dei cadaveri.
Sull’argine, la cugina di Camilla piange e stringe forte un’amica. Arriva un’altra ragazza accompagnata dalla madre, che le abbraccia tutte e tre implorandole: «Non abbiate mai paura di chiamare a casa per chiedere di venirvi a prendere...». Non c’è sgridata che tenga di fronte alla priorità della sicurezza, ignorata e quasi rimossa dai troppi giovani che si lanciano nelle notti estive senza tener conto dei rischi. Eppure dicono che Popovici sia un tipo con la testa sulle spalle. Giovanni, suo compagno di classe all’istituto tecnico Gadda di Senago, garantisce: «Gabri è uno a posto, bravo a giocare a calcio. Così come lo erano Lorenzo e Riccardo. Li conoscevamo tutti: l’altro giorno eravamo lì a ridere insieme e adesso siamo qui a piangerli». Giovanni è arrivato in bici con due amici lungo la ciclabile per lasciare un fiore e restare in silenzio. C’è poca voglia di parlare tra i ragazzi, che non vogliono sentire i soliti ritornelli sull’incoscienza della gioventù. Questa è una tragedia troppo grande e ancora troppo fresca per pensare di puntare il dito. Gli adulti che si fermano in auto per rendere omaggio capiscono al volo e si interrogano piuttosto sulle responsabilità dei “grandi”. Gianni De Tommaso viene da Cesate e non si dà pace: «Questo è un punto pericoloso: la curva a gomito prima del canale, mal segnalata e buia. E poi la barriera troppo fragile: ci vorrebbe un guardrail. Anche perché dieci anni fa qui c’era già stato un altro incidente quasi identico, in cui erano morti altri due giovani. I ragazzi di oggi sono incontenibili, lo sappiamo, ma tocca a noi togliere i pericoli dalla loro strada». Si formano capannelli tra sconosciuti: insieme si prova a dare risposte a interrogativi che richiederanno tempo e impegno. Qualcuno indica la corteccia strappata dell’albero sul ciglio della strada: «Se solo l’auto l’avesse colpito in pieno, non sarebbe finita nel canale. E forse si sarebbero salvati tutti» sospira un 50enne.
Ma il destino sembra accanirsi su questa operosa fetta di hinterland a nord di Milano, segnata negli ultimi anni da due altri drammi enormi: prima il femminicidio di Giulia Tramontano, uccisa mentre era incinta dal compagno Alessandro Impagnatiello, e poi la strage familiare commessa a Paderno Dugnano dall’allora 17enne Riccardo Chiaroni. Sia il primo che il secondo, sinistra coincidenza, avevano frequentato lo stesso istituto scolastico delle vittime dell’incidente di domenica. Fatti distinti e distanti, che qualcuno tenta inutilmente di annodare con un unico filo. Parole pronunciate un po’ a vuoto, che però aiutano a riempire il solco scavato nell’anima. Come quello che una donna non esita a rivelare, quando le si chiede perché è qui, davanti al canale. «Anni fa mi è capitato di perdere un fratello in un incidente, e da allora sento sempre il bisogno di andare sul posto di queste tragedie. Mi sembra giusto esserci». La stessa spinta avvertita da un altro automobilista. Dopo aver parcheggiato, si avvicina all’argine e dice: «Terribile. Ma sono cose che purtroppo possono succedere in ogni momento. Capitò anche a me: andavo a 60 all’ora, eppure mi sono scontrato e la persona accanto a me è morta». Ferite che si riaprono, brutti ricordi che si riaffacciano cercando conforto. La comunità pastorale di Paderno Dugnano, dove abitavano tutte le vittime, prova a trovare un senso: «Una volta di più ci accorgiamo quanto sia fragile la nostra vita. È un trauma che toglie per un attimo anche la capacità di pensare. Parliamo per dare voce al dolore che sta dentro di noi, ma poi attendiamo in silenzio perché Dio possa scrivere nonostante tutto un futuro per la nostra vita e per la vita dei nostri giovani».
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