La "folla" ci riguarda, siamo chiamati a dare tutti noi stessi
Di fronte alle persone che implorano un aiuto, o che esprimono un bisogno, non possiamo limitarsi ad aspettare soluzioni miracolistiche. Anche Gesù, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, chiede innanzitutto condivisione

Il Vangelo di domenica scorsa proponeva la moltiplicazione dei pani e dei pesci, un brano notissimo, che però appare di straordinaria attualità e interroga tutti, credenti e non credenti, su come viviamo il momento presente, in cui la cronaca, anche politica, ci mette davanti a problemi apparentemente impossibili da risolvere, come quello di dar da mangiare a «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Nel brano evangelico Gesù è seguito in un luogo deserto da una folla che cerca risposte al proprio malessere. Mosso dalla compassione guarisce i malati. Ma la notte si avvicina e i discepoli gli propongono una soluzione semplicissima: «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Come dire, «ognuno se la veda da solo, certo non è un problema di cui possiamo farci carico noi, giusto?». Spesso anche noi rispondiamo così di fronte alle guerre, ai drammi umanitari dovuti alle migrazioni, alla crisi climatica, alla povertà, ecc. E continuiamo a occuparci degli affari nostri, pretendendo che sia qualcun altro (il Governo, il Sindaco, la magistratura, le autorità, ecc.) a risolvere il problema, di cui comunque disquisiamo, sui social o sotto l’ombrellone, con lo stile tipico del “bar dello sport” di una volta. «Ma Gesù rispose: non occorre che vadano, date loro voi stessi da mangiare». Ora, se fossimo stati tra i discepoli credo che avremmo risposto ricorrendo alla “saggezza” di Quelo , il santone inventato alcuni anni fa da Corrado Guzzanti: «E mica posso fare tutto io! Ma lo sai a che ora mi sono svegliato? Alle sette meno un quarto!». E via di seguito. E molti, ad esempio i quasi sei milioni di poveri assoluti (di cui oltre un milione minori) che vivono in Italia, avrebbero anche ragione.
E la stessa cosa potrebbero dire i disoccupati o i precari, quelli che non riescono a curarsi per liste di attesa infinite, chi ha stipendi bassi erosi dall’inflazione, gli oltre quattro milioni di anziani non autosufficienti, gli imprenditori che fronteggiano dazi illegali e concorrenze sleali, e tante altre categorie in difficoltà. Oppure avremmo detto: «Pensaci tu che sei il Messia, in te crediamo!». Esattamente quello che molti pensano quando si affidano ciecamente all’uomo o alla donna “forte” di turno, piuttosto che puntare sui faticosi meccanismi di dialogo e collaborazione, di coinvolgimento e partecipazione, di complementarietà e sussidiarietà di cui parla la nostra Costituzione. Ma Gesù, di fronte all’inerzia dei discepoli, non si sostituisce a loro e chiede pazientemente di portargli quel poco che hanno. Ed è anche grazie a quel gesto di condivisione e solidarietà che si compie il miracolo, realizzando ciò che i discepoli, capaci solo di scaricare il problema su altri, ritenevano impossibile. Ed è qui dove ci troviamo anche noi, come individui, specialmente coloro i quali non appartengono alle categorie in grave difficoltà, e come società. L’Italia ha attraversato momenti difficilissimi nel corso della sua storia: la ricostruzione e la rinascita dopo la Seconda guerra mondiale, la lotta al terrorismo, numerose crisi economiche, la pandemia, tanto per citarne alcuni. E in tutti questi casi la coesione sociale, costruita faticosamente dalle istituzioni pubbliche e private, dal volontariato e dai corpi intermedi, dai singoli e dalle comunità locali è stata capace di fare il miracolo di evitare che il Paese andasse in pezzi. La solidarietà, termine che compare nell’art. 2 della Costituzione («La Repubblica … richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»), la fraternità di cui parla l’Enciclica Fratelli Tutti, quella umanità che Papa Leone XIV definisce addirittura «magnifica» hanno guidato il nostro Paese nelle prove più dure.
E allora perché una parte consistente dell’Italia (e non solo) sembra aver dimenticato tutto ciò, neanche avessimo mangiato il loto di cui si cibava Ulisse? Basta dare la colpa ai social media o al linguaggio violento che caratterizza i talk show per spiegare questa drammatica involuzione? Basta prendersela con la disinformazione (anche creata ad arte) che tradisce quotidianamente la verità dei fatti? No, il problema è più profondo, come tante analisi dimostrano ed è per questo che senza l’adesione sincera all’invito «date voi stessi loro da mangiare» non andremo molto lontani. Fuor di metafora, vuol dire smettere di lavarsene le mani, evitando, ad esempio, di criticare i giovani “sdraiati” quando facciamo lo stesso, o di invocare soluzioni “semplici e immediate” imposte dall’alto, anche se incostituzionali, o di ritirarsi nel proprio privato, sperando “che io me la cavo”. Come ha recentemente detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «Non si tratta di stare con le mani in mano in attesa del domani». Dunque, siamo tutti chiamati a “dare tutti noi stessi” per contribuire, anche dal basso, a risolvere problemi solo apparentemente impossibili, magari presentati come tali proprio per farci restare seduti sul divano e lasciare mano libera ai potenti di turno, ai quali di quella folla dolorante importa meno di nulla.
Enrico Giovannini è Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)
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