Le due "città" di Agostino vivono entrambe dentro di noi
di Luigi Alici
Per il vescovo di Ippona il male allo “stato puro” non ha alcuna consistenza autonoma, eternamente opponibile al bene, e una comunità salvata dei perfetti non esiste ancora. Finché siamo in cammino, i giochi sono aperti

La seconda parte della Città di Dio (libri XI-XXII) comprende tre sezioni di quattro libri, dedicate rispettivamente alla genesi, allo sviluppo storico e ai fini ultimi delle due città. Il lettore moderno guarda con comprensibile diffidenza alle ingenue forzature dello schema biblico dei sei giorni, da cui Agostino ricava l’impalcatura narrativa, arricchita da una raccolta aneddotica di eventi esemplari, in linea con il gusto tipico del mondo tardoantico. Tali aspetti, tuttavia, non oscurano l’ispirazione originaria e l’impianto di fondo dell’opera, se riusciamo a calarci nella profonda dialettica di ordine e disordine dell’amore, in bilico fra interiorità ed esteriorità, che resta uno dei tratti più affascinanti del pensiero agostiniano. Da un equivoco interpretativo su questo punto dipendono non pochi fraintendimenti intorno all’origine e alla natura delle due città. Il libro undicesimo si apre con due affermazioni fondamentali: «Esiste una città di Dio di cui ci fa desiderare ardentemente d’essere cittadini quell’amore che ci ha ispirato il suo fondatore» (11,1) ed esiste un unico mediatore, Cristo, che è «Dio come meta del cammino, uomo come via attraverso cui camminare» (11,2). La subordinazione delle divinità pagane agli interessi “umani troppo umani” di Roma viene radicalmente abbandonata, relativizzando le forme politiche e universalizzando la “buona notizia” del Vangelo. L’amore cristiano non può essere confinato entro spazi geografici angusti e nemmeno ridotto all’idea, comunque inaudita, di una fraternità universale: esso ha un respiro trascendente e infinito, proprio come il cuore stesso di Dio, capace di abbracciare l’eternità e il tempo.
Agostino conosceva la tradizione di pensiero – dal platonismo allo stoicismo – che aveva elaborato la semantica della polis e quindi della civitas, per indicare non solo uno spazio geografico, ma una comunità di cittadini con i loro diritti, quindi la respublica con la sua organizzazione istituzionale. Scegliendo questo lessico, il vescovo si colloca nel punto d’incontro fra quelle riflessioni e la Scrittura, con la ricca tradizione teologica che egli fa propria, raffigurante lo scontro di bene e male come lotta tra Gerusalemme e Babilonia. Fondamentali sono alcuni riferimenti biblici, che interpretano due generi di società umane come due città (14,1), a cominciare dal Salmo 87 («Di te si dicono cose gloriose, città di Dio!»). La civitas Dei caelestis «discende dal cielo, poiché viene dal cielo la grazia in virtù della quale Dio l’ha creata» (20,17); per questo può immergersi nella storia e attraversarla da cima a fondo. Tale città, che abbraccia gli angeli e la comunità dei santi, “scende” quindi sulla terra, diventando il fondamento e la condizione salvifica di una città itinerante (civitas Dei peregrina), che «convoca cittadini da tutte le nazioni e raduna una società in cammino fra tutte le lingue, senza badare a differenze di costumi, leggi e istituzioni, con le quali si ottiene o si mantiene la pace terrena […], purché non ostacoli la religione che insegna a venerare l’unico, vero e sommo Dio» (19,17).
Il pluralismo ha come limite insuperabile il rifiuto dei culti idolatrici e il riconoscimento dell’unico Dio trascendente: mentre la città celeste è fondata da Dio, la città terrena, di cui Agostino non nasconde la natura diabolica, collegandola agli effetti perversi del peccato, è essa stessa origine dei propri dèi. Per questo ha una vita effimera e come tale non ha futuro, pur non escludendo il supplizio eterno per i suoi cittadini. L’amore che non partecipa del mistero trascendente dell’origine non può sperare in una promessa di risurrezione: «La città terrena, che non sarà eterna (nella sua condanna definitiva, infatti, non sarà più una città), ha qui il proprio bene» (15,4). Alla fine dei tempi, dunque, ogni residuo di socialità verrà meno, lasciando il posto a una solitudine assoluta, in cui, si potrebbe dire con Sartre, «l’inferno sono gli Altri» (A porte chiuse). La differenza di principio tra le due città è nettissima: «Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio a costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste» (14,28). I due amori, tuttavia, vivono di una tensione che non dev’essere distorta da interpretazioni improprie: né riducendo tali città a simboli disincarnati e storicamente irrilevanti, né identificandole con istituzioni definite una volta per tutte in base alle loro fattezze esterne. Agostino stesso invita a intenderle «in senso mistico» (15,1,1), in quanto testimoniano un ordine (o disordine) spirituale che precede ogni manifestazione esterna, in cui possono incarnarsi nel tempo in forme sempre diverse e mai definitive.
La distinzione di principio fra i due tipi di amore non impedisce quindi la mescolanza (permixtio) di buoni e cattivi nella storia, su cui l’opera insiste continuamente: sia in funzione antimanichea (il male allo “stato puro” non ha alcuna consistenza autonoma, eternamente opponibile al bene), sia in funzione antidonatista (la città di Dio in cammino verso il cielo non è ancora la comunità salvata dei perfetti, e quindi non può autorizzare illusioni teocratiche). La parabola del grano e della zizzania è spesso evocata da Agostino contro facili dualismi, evidenziando un senso profondo della complessità storica, in cui la conversione è sempre possibile. In una operetta che raccoglie XVII questioni intorno al vangelo di Matteo, Agostino, certamente memore della propria conversione, interpreta così l’invito a non raccogliere anzitempo la zizzania: «Molti in un primo tempo sono zizzania e solo più tardi diventano buon grano. Ora, se costoro quando sono cattivi non li si tollerasse con pazienza, non giungerebbero al cambiamento in meglio che elogiamo» (11,9). Un insegnamento di straordinaria attualità: i cristiani non devono avere troppa fretta a blindare le proprie appartenenze e demonizzare i nemici, prendendo il posto del padrone della messe. Finché siamo in cammino, i giochi sono aperti. Le due città le portiamo dentro.
Luigi Alici è professore emerito di Filosofia morale all’Università di Macerata
(3 – continua)
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