Le parole di Mattarella sui migranti, i sindacalisti di spalle: cosa è successo in Belgio
Il messaggio del presidente nei 70 anni della tragedia di Marcinelle: «La gestione dei flussi migratori sia nel rispetto della dignità umana»

È diventata ormai una sfida ai limiti dell’impossibile vivere nel segno dell’unità fatti che appartengono alla memoria e all’identità della Nazione e dell’Europa. Anche il 70esimo anniversario della tragedia nella miniera belga di Marcinelle, in cui persero la vita 262 persone di undici diverse nazionalità, tra i quali 132 italiani, diventa motivo di lite e polemica interna. Ne esce deturpato il senso stesso della cerimonia al Bois du Cazier, cui ha presenziato la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, e che ha rappresentato anche il momento formale in cui l’Unione Europa fissa l’8 agosto come Giornata europea delle vittime sul lavoro. Troppo forte la tentazione dello scontro. Nonostante il messaggio unificante inviato dal capo dello Stato Sergio Mattarella, che evidenzia sin dalle prime righe come la Repubblica abbia voluto dedicare questa giornata «al sacrificio del lavoro italiano nel mondo». «Le vittime di Marcinelle - ricorda Mattarella - sono parte dell’identità collettiva del nostro Paese». Non solo: «Hanno acquisito profonda valenza simbolica per tutta l’Europa, connotando il processo di integrazione comunitaria».
La lezione è attualissima: «Il diritto al lavoro, l’esigenza di tutelarne ovunque e per chiunque la sicurezza - cardine della nostra Costituzione - esprime oggi un principio fondante che accomuna l’intera casa europea, nella quale protezione dei lavoratori e contrasto di ogni forma di sfruttamento sono divenuti patrimonio condiviso». Commemorando dunque Marcinelle, «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Quest’ultimo passaggio offre una chiave di lettura oggettivamente diversa da quella offerta, negli ultimi giorni, da Giorgia Meloni, dal Governo e da FdI, che hanno puntato molto sulla commemorazione di Marcinelle non solo per ricordare il ruolo storico di Tremaglia nell’istituire la memoria della tragedia, ma anche per ribadire la propria politica di contrasto all’immigrazione “irregolare”.
In ogni caso solo per pochi minuti le parole del capo dello Stato danno l’indirizzo alla giornata. Poi scatta la polemica. A causarla, la scelta di alcuni sindacalisti con bandana rossa di girarsi di spalle mentre prende la parola Ignazio La Russa. Il primo a segnalarlo è il meloniano più influente a Bruxelles, Carlo Fidanza. La premier coglie l’assist al balzo e scrive sui social: «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso». Meloni punta il dito contro «alcuni rappresentanti della Cgil» che si sarebbero voltati mentre La Russa leggeva il messaggio di Mattarella. Il segretario Maurizio Landini non ci sta e da Marcinelle replica: «Un certo signor Fidanza ha preso un colpo di sole. Perché la Cgil non si gira mai dall’altra parte, tantomeno nel rispetto del presidente della Repubblica. Trovo singolare che il nostro presidente del Consiglio trovi il tempo di commentare delle bugie».
A chiarire i fatti i diretti protagonisti, che non sono della Cgil. «Siamo stati noi», dicono i rappresentanti del sindacato belga Fgtb-Charleroi rivendicando il gesto. «L’Italia - scrive il sindacato belga sui social - è rappresentata da Ignazio La Russa, cofondatore di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, che ha più volte espresso indulgenza nei confronti dell’eredità del fascismo di Mussolini. Molti minatori italiani del Bois du Cazier erano fuggiti dal regime o si erano uniti alla resistenza antifascista». Lo stesso La Russa commenta a margine l’accaduto, dicendo che anche la vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna, ha ricevuto lo stesso trattamento. La Russa ha voluto ricordare un episodio del 1994, quando l’allora vicepresidente del Consiglio del Belgio, Elio Di Rupo, non volle stringere la mano all’omologo italiano, Pinuccio Tatarella. «Sono fiero di essere accomunato a Tatarella», dice la seconda carica dello Stato, che durante la cerimonia ha avuto sguardi tesi anche con il sindaco socialista e antifascista di Charleroi.
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