L’orgoglio degli orfani di Marcinelle: «Quegli uomini costruivano l’Europa»

Dei 275 minatori intrappolati nella miniera ne morirono 262, di cui 60 abruzzesi e 20 di un solo paese: Manoppello. I loro figli portano avanti
la memoria 
e continuano a chiedere di sapere tutta la verità
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August 7, 2026
La miniera di Marcinelle nel giorno dell'incidente in una foto dell'epoca. Foto d'archivio
La miniera di Marcinelle nel giorno dell'incidente in una foto dell'epoca. Foto d'archivio
Per giorni le donne e i bambini, madri e figli dei “musi neri” del carbone, rimasero attaccati ai cancelli della miniera di Bois du Cazier, in Belgio. Lo fecero senza mai dimenticare, anche dopo anni, quel fumo strano che usciva dalla ciminiera, con pezzi e cenere di carbone che per molto tempo tinsero il cielo di un grigio rosato. Lo fecero per due settimane appesi alla speranza che quei 275 minatori, per lo più intrappolati a 1035 metri nelle viscere della terra, potessero tornare sani e salvi in superficie. In realtà solo 13 furono i superstiti nella strage di Marcinelle, altri 262 uomini provenienti da 12 nazioni non riemersero più, tra cui 136 italiani. Causa dell'incidente, pare, fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Un'incomprensione tra i minatori, che condusse a catena all’urto di una trave d'acciaio con un cavo dell'alta tensione, una conduttura dell'olio e un tubo dell'aria compressa. L’incendio fu inevitabile. La maggior parte delle vittime italiane dell’incidente dell’8 agosto 1956 – di cui domani ricorrerà il 70esimo anniversario - provenivano dall’Abruzzo, circa 60 di cui 22 da Manoppello (Pescara) ricordata come la “città martire di Marcinelle”.
A quei cancelli con il pancione di 6 mesi, lasciando «incoscientemente» l’altra figlia di un anno a dormire nel letto, corse prima delle 8 anche Maria Di Valerio all’epoca appena diciottenne insospettita da quel fumo strano e dal treno che quella mattina non partiva carico di carbone dalla miniera. Cercava suo marito Camillo, 26 anni, che insieme ai due fratelli lavorava nella miniera (solo uno di loro si salvò perché aveva il turno di pomeriggio). «Mia madre mi raccontava che aveva capito subito che qualcosa era successo dal fumo, perché era troppo intenso rispetto al solito. Corsa ai cancelli, subito chiusi, le dissero che stavano cercando di capire l’accaduto», ricorda la figlia Camilla Iezzi, nata proprio nel giorno dei funerali del papà in Abruzzo il 27 novembre del 1956 e che orgogliosamente porta il suo nome. Dopo tanta attesa la madre si accasciò a terra svenuta e venne ricoverata in ospedale per alcuni giorni. «Mio padre e uno dei suoi fratelli riuscirono a risalire, ma ustionati e intossicati dal gas, morirono subito dopo davanti agli occhi atterriti di mio zio Geremia – prosegue il suo racconto – che visse tutta la vita con il senso di colpa per essere sopravvissuto. E custodì gelosamente i loro pochi abiti recuperati nella Sala dei pendù», la “sala degli impiccati” dove i minatori appendevano gli abiti su delle catene numerate prima di indossare tuta, caschetti e una medaglietta di riconoscimento grazie alla quale molti vennero identificati. «Per me che credo nei segni, la coincidenza di esser venuta al mondo proprio durante i funerali di papà non è un caso – dice ad un certo punto Camilla – che ricorda come la nonna, in piazza per i funerali, smise d’improvviso di piangere i suoi due figli morti per correre dove mia mamma, sua nuora, stava per dare alla luce me, che tutti vollero chiamare appunto come mio padre. Sono convinta di essere nata quel giorno per far in qualche modo sopravvivere mia mamma e mia nonna, che altrimenti sarebbero morte dal tanto dolore». Sui “terril” i bambini giocavano ogni giorno. Un’immagine a cui tutti si era abituati a Marcinelle, colline artificiali formate dall’accumulo di scarti dell’estrazione del carbone dove negli anni è sorta vegetazione. «Per gli 80 anni di mia madre, morta un anno fa, 8 anni fa siamo tornati in Belgio – conclude Camilla – davanti a quel montacarichi dove scesero per l’ultima volta i minatori siamo rimaste per molto tempo in silenzio, con un groppo in gola. Poi ci siamo abbracciate e abbiamo pianto».
Attaccato ai cancelli della miniera di Bois du Cazier per tre giorni consecutivi rimase Nino Domenico di Pietrantonio, 10 anni, accanto alla mamma e agli altri fratelli in cerca di notizie del papà Emilio, appena quarantenne, «fino a quando la cenere che veniva giù dal cielo ci aveva ricoperto di nero. Poi una zia, anche lei in attesa di notizie dal marito in miniera, ci forzò a tornare a casa per cambiarci e mangiare». Nino, oggi ottantenne, ha ancora nitido il ricordo di quella mattina, quando «mia madre corse al piano superiore di casa, dopo essere stata avvisata da una vicina, per vedere qualcosa in più. Poi tutti insieme andammo alla miniera». Per il primo giorno Nino credette alle parole dei gendarmi, cioè che sarebbero usciti presto, «ma la verità è che sono morti quasi tutti istantaneamente. Ricordo che quando dopo due settimane fu certo che nessuno sarebbe più risalito, mia madre ci fece tornare a Lettomanoppello con zia e lei rimase con mio fratello maggiore a vendere i mobili di casa per avere qualche soldo per vivere. Di mio padre mi resta solo una pala e un piccone, che erano i suoi strumenti di lavoro, oltre alla memoria del suo sacrifico che sento il dovere di portare avanti, raccontando la sua storia». Anche perché – sostiene Nino che da 50 anni ha fondato l’associazione “Minatori vittime di Bois du Cazier” per ricordare la tragedia e «arrivare a capire le cause dell’incidente che i due processi non hanno chiarito» - i morti di Marcinelle hanno bisogno di veder scritta la verità, visto che per tantissimi anni ci siamo sentiti abbandonati dallo Stato italiano». Aveva invece appena un anno e mezzo Dora Di Biase, quindi di quei “musi neri” come i belgi chiamavano gli italiani che lavoravano il carbone non ricorda nulla, ma i racconti della mamma e quella «infanzia brutta vissuta in paese a Manoppello, perché figlia di quella tragedia, mi ha segnato. Ricordo che la frase ricorrente di mia madre, che portò il lutto per tutta la vita e non volle più tornare in Belgio, era che mio padre Donato, che aveva 35 anni, aveva sacrificato la sua vita per noi. Dovevamo perciò renderlo fiero». Dora ricorda come il governo belga fu «generoso con noi, pagandoci gli studi, ma niente poteva colmare per me e mia sorella la mancanza di papà».
Nella sua famiglia acquisita c’erano delle vittime della miniera in Belgio, così da anni Davide Castellucci ha fondato l’associazione “Marcinelle Per non dimenticare” e, tramite il centro studi su Marcinelle di cui è presidente, porta ogni anno in Belgio i ragazzi in un viaggio della memoria nella miniera oggi museo e patrimonio dell’Unesco. «Marcinelle è il sacrificio di uomini – dice - che senza saperlo stavano scrivendo la Costituzione dell’Europa. In miniera lavoravano infatti insieme 12 nazioni per lo sviluppo economico dell’intero continente, non dimentichiamo che oltre alle rimesse degli immigrati italiani alle famiglie c’erano anche 7 kg di carbone al giorno per il Paese di provenienza che ha alimentato le grandi fabbriche del Nord durante la ricostruzione». Un messaggio di «sacrificio che si può trasmettere ai giovani solo con la cultura e la memoria».

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