Il tetto del 30% di stranieri in classe e la "fuga dei bianchi" dalle periferie: i casi di Milano, Torino e Prato
La legge proposta da Meloni per limitare il numero di non italiani, secondo molti presidi, «non è applicabile senza ledere i diritti degli alunni»

La stretta di Meloni sulle “classi ghetto” si è già scontrata con le difficoltà di un lunedì di rientro a scuola. In una prima elementare del “Pezzani” di Corvetto, nella periferia milanese, gli studenti italiani in classe ieri erano solo quattro su quindici. In alcune aule del “Mascagni” di Prato, il numero scende a due su venti. Dal palco di Gioventù nazionale, i giovani di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio aveva annunciato domenica che uno squilibrio del genere non sarà più tollerato: una legge, in discussione al Consiglio dei ministri forse già tra giovedì e venerdì, imporrà a ogni scuola di non superare il tetto del 30% di alunni stranieri. In realtà, è un obbligo che vale dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite. Eppure, per 16 anni, la direttiva è rimasta di fatto carta straccia. «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere – ammette Mario Battiato, dirigente scolastico del “Gandhi” di Prato –. Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?».
La proposta di Meloni, a cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lavora da oltre un mese, non dovrebbe riguardare tutti gli studenti stranieri in Italia, che rappresentano oltre l’11% del totale. Al momento pare che dal decreto legge saranno esclusi tutti gli alunni con passaporto europeo e quelli che mostrano buone conoscenze di italiano. Di fatto, la misura coinvolgerà solo un alunno straniero su tre. La maggior parte di loro vive al Nord: un quarto in Lombardia, un altro 12% in Emilia-Romagna e l’11% in Veneto.
«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6. Nel capoluogo lombardo, le scuole che già non rispettano la “circolare Gelmini” sono almeno 35: in 24 elementari e in 11 medie, il numero di iscritti di origine straniera supera il 50%. Quasi tutte si trovano in quartieri periferici: «Se un dirigente di una scuola del centro chiede un contributo volontario da 50 euro, lo ottiene da tutti. Nei luoghi marginalizzati da nessuno».
Ma lo stigma verso le scuole a maggioranza straniera non trova conferma nelle prove Invalsi. Se, per ovvi motivi, le competenze in Italiano sono molto più basse tra gli alunni con background migratorio, non vale lo stesso per Matematica e Inglese. Nella prima, il divario si assottiglia man mano che si accumulano anni di studio. Per quanto riguarda la lingua straniera, invece, sono gli italiani a dover colmare un divario con gli alunni stranieri. «I voti degli stranieri che fin da piccoli hanno studiato in Italia, alle fine della terza media, sono più alti di quelli degli italiani», spiega Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi. Nella sua circoscrizione 5 di Torino, la terza città per studenti stranieri in Italia dopo Milano e Roma, «la metà delle aule supera il tetto del 30%». Ma gli studenti che non parlano italiano sono comunque pochi. In generale, la percentuale delle classi che mostra livelli critici di apprendimento dell’italiano si attesta ad appena lo 0,6% su scala nazionale.
Alle scuole superiori, secondo i dirigenti scolastici, applicare il limite al numero di stranieri per aula sarà ancora più difficile. Nelle città che non offrono più di una scuola per indirizzo, il tetto rischia di scontrarsi con l’obbligo costituzionale di una scuola «aperta a tutti». «A Prato è così – spiega il dirigente Battiato –. Per molti indirizzi c’è un solo istituto: cosa succede se supera il tetto del 30%? Chi arriva tardi non ha diritto a studiare quelle materie?». Ostacoli simili, secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli, valgono per elementari e medie: «La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere. Se in quella zona sono maggioritari gli stranieri, li mandiamo via?». La soluzione, per il preside del “Gandhi” di Prato, dove la popolazione studentesca è un terzo del totale e in alcuni istituti sfiora il 65%, è il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri: «Da anni organizziamo corsi con le risorse del Comune. Ma sono scarse. Servirebbero classi “polmone” per fare solo Italiano con i nuovi arrivati». Alla richiesta dei dirigenti fanno eco i sindacati: «Se aumentano le iscrizioni di stranieri, devono aumentare i docenti specializzati – reclama Marcello Pacifico, presidente di Anief –. Ci aspettiamo risorse per l’istruzione».
Sul divieto di burqa e niqab in classe proposto da Meloni, infine, le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia.
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