
L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio, morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. Erano partiti in gran parte dal Mezzogiorno sulla base del protocollo italo-belga del 1946, che scambiava manodopera con carbone: un accordo che trattava il lavoro come merce. Scesero in impianti con segnalazioni rudimentali fra fondo e superficie e vie di risalita insufficienti. L’incendio si propagò in pochi minuti; i soccorsi impiegarono giorni per raggiungere il livello più profondo. L’accertamento delle responsabilità durò cinque anni e si chiuse con una sola, lieve condanna in appello, dopo le assoluzioni di primo grado. Un esito segnato anche dal razzismo, che dice qualcosa del presente: quando la catena delle decisioni è lunga e frammentata, stabilire chi doveva prevedere e correggere diventa difficile, e la sanzione arriva quando ha perso ogni funzione dissuasiva. Oggi saremo nel piazzale del Bois du Cazier con le famiglie delle vittime e con chi da settant’anni ne cura la memoria. Anche grazie a loro Marcinelle produsse conseguenze concrete: l’Italia sospese l’invio di lavoratori in Belgio e la Comunità europea del carbone e dell’acciaio istituì nel 1957 l’Organo permanente per la sicurezza nelle miniere. Su quella linea la Commissione europea, su iniziativa del Parlamento, ha indicato l’8 agosto come possibile Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro, proposta che la Cisl fa sua. I problemi di oggi hanno la stessa radice: il contenimento dei costi che erode la sicurezza degli impianti e l’organizzazione del lavoro.
La dinamica che allora riguardava gli italiani coinvolge oggi soprattutto, ma non solo, i lavoratori stranieri in agricoltura, edilizia e logistica, i comparti a più alta incidenza infortunistica: mansioni più esposte, contratti più deboli, minore capacità di segnalare un rischio senza temere conseguenze. In Italia le denunce di infortunio mortale restano intorno al migliaio l’anno, concentrate nelle piccole imprese e nei subappalti: i contesti dove la presenza sindacale è più rada e la prevenzione resta spesso un obbligo formale. Su questo si misura il confronto tra sindacato, imprese e governo: più controlli, formazione verificabile e avviata già nella scuola dell’obbligo, rappresentanza per la sicurezza anche nelle aziende minori, contrasto al caporalato e al lavoro irregolare. Sono misure di giustizia sociale e insieme di efficienza: nel medio termine alleggeriscono i bilanci, quando si contabilizzano giornate perse, contenziosi e ricambio di personale. Non a caso il tema è uno dei cardini della piattaforma unitaria di Cisl, Cgil e Uil per aggiornare le relazioni industriali, insieme alla partecipazione alla vita d’impresa, che dà ai lavoratori voce nelle decisioni organizzative. Resta il nodo europeo: l’integrazione dei mercati è andata più veloce del coordinamento delle tutele. Standard comuni su salute e sicurezza, criteri sociali vincolanti negli appalti pubblici e una gestione ordinata dei flussi migratori dicono se l’Europa sociale esiste o resta un’enunciazione. Le direttive sull’esposizione agli agenti pericolosi si aggiornano troppo lentamente rispetto ai rischi nuovi, dallo stress termico al lavoro governato dagli algoritmi. Settant’anni dopo, il dato che resta di Marcinelle è che 262 uomini morirono per carenze note e non corrette in tempo. Da lì bisogna muovere, tenendo insieme il ricordo e le decisioni che oggi vanno prese e verificate. Perché una memoria che non diventa azione è soltanto una cerimonia. E quelle vite meritano molto di più.
Daniela Fumarola è Segretaria Generale Cisl
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