Collicelli: così Retinopera vuole aiutare a rinnovare la Dottrina sociale della Chiesa
di Paolo Viana, Roma
Pace, lavoro, Europa. Nella realtà che riunisce 26 sigle ci sono idee e sensibilità diverse. «Vogliamo essere uno spazio di confronto generativo», spiega la coordinatrice

Lo sguardo cade su un quadro, al centro della sala. Raffigura una contadina che balla in costume tradizionale. Forse sarda, o siciliana. «No, questo quadro viene dalla casa dei miei nonni, a Zagabria, nella verde Croazia del nord. I miei genitori si conobbero lì, quando il battaglione di mio padre, medico del Regio esercito, occupò il liceo di Karlovac, di cui mio nonno era preside, e gli ufficiali presero possesso della cucina e della sala pranzo del preside. Il nonno, germanista e latinista, era preoccupato per le avances di quel giovanotto, che cantava le arie dell’opera, mentre mia madre lo accompagna al pianoforte. E gli parlava in latino». Retinopera non potrà che avere uno sguardo internazionale e interculturale con una coordinatrice così. In realtà, Carla Collicelli è romana de’ Roma. Nata a piazza Bologna e vissuta poi sempre a Roma Nord, tra la Camilluccia e Piazza Mazzini, è cresciuta con la passione del sociale e della sociologia, che aiuta a capire dove va il mondo. «Negli anni Settanta si poteva studiarla solo a Trento e, benché amassi conoscere posti nuovi, non volevo lasciare la famiglia e il mondo scout. Così, mi sono iscritta a Filosofia alla Sapienza, con un piano di studi socio-psico-pedagogico, e mi sono laureata con Aldo Visalberghi con una tesi su Piaget e Dewey», racconta, fresca di nomina come coordinatrice di Retinopera, dopo essersi dedicata per trentasei anni allo studio dei cambiamenti sociali, per ben ventitré come vice direttore generale del Censis. La passione per la ricerca sociologica sul campo è sbocciata con una ricerca sugli immigrati italiani in Germania, quando viveva a Francoforte. Lassù ha conosciuto il marito, storico italiano e allievo di Pietro Scoppola, scomparso qualche anno fa dopo un lungo calvario. «Un giorno - ricorda - mi disse che non trovava più la strada di casa. Alzheimer. Il mondo ci crollò addosso». Era un grande amore di studi e di viaggi il loro; fu anche un grande amore per il nostro Paese che li spinse a tornare in Italia. «Gli stipendi tedeschi erano più alti anche allora – rammenta –, come peraltro la qualità di vita, ma quando De Rita mi propose l’assunzione al Censis, e mio marito fu contattato per un importante incarico alla Cgil, decidemmo di mettere su casa nella capitale, dove avevo la mia famiglia e dove mi ero formata nel gruppo scout di Santa Chiara a Vigna Clara, con un parroco straordinario, don Gianni Todescato».
La vita parrocchiale e l’impegno nello scoutismo, fino al servizio come capo reparto dell’Agi (l’associazione femminile era separata da quella maschile, fino al 1974 quando nacque l’Agesci), sono stati il terreno della sua formazione. Erano anni di innovazione e contestazione, sulla scia del ’68. Un giorno, Carla si beccò una reprimenda ecclesiastica perché stava volantinando un documento contro il clericalismo. Si intitolava “Se Cristo vedesse”. «L’apertura mentale e la curiosità per i processi sociali e le idee nuove l’ho assunta con il latte materno: la mamma veniva da un mondo mitteleuropeo molto avanzato culturalmente e socialmente per l’epoca». Il Censis era il luogo ideale per dare spazio alla curiosità sociologica ed antropologica: in un periodo in cui la ricerca universitaria era debole e l’Istat partoriva solo tabelle di dati, De Rita aveva introdotto una ricerca decisamente innovativa sullo sviluppo socio-economico integrato, basata sull’approccio interdisciplinare e sul primato dell’interpretazione. Il Palazzo comprese subito di avere di fronte un fuoriclasse delle idee e, dagli anni Ottanta, ne finanziarono decine di lavori, come la prima ricerca italiana sulla domanda di salute, voluta dal ministro Carlo Donat Cattin. L’aria che si respirava al Censis era densa di riferimenti culturali, dal cattolicesimo della Chiesa di base dello stesso De Rita ai fondamenti etici di un’economia sana e giusta di Gino Martinoli, ebreo e presidente dello stesso istituto. Nel raccontarli, si rende conto che è come se fosse passata un’era. Sono spariti i link tra società e istituzioni e «la stessa democrazia pluralista – analizza - è in difficoltà. Il rapporto elettori-eletti si è disintegrato e non può essere internet a sostituire questo tipo di trasmissione».
Ricostruire il rapporto società-istituzioni è una delle priorità della neo-coordinatrice di Retinopera, la rete delle ventisei associazioni cattoliche per la Dottrina sociale della Chiesa che l’anno prossimo festeggerà il suo 25° anniversario. Tuttavia, da sociologa, ammette che tra progetti e percorsi di realizzazione si è creato un abisso, costellato di difficoltà e di vincoli burocratici e amministrativi: «Pensiamo alle case di comunità, una novità importante per la nostra salute e per la sanità, ingabbiata e messa in difficoltà da burocrazia e spinte corporative. Possiamo ipotizzare le riforme più belle, ma la spesa storica detta legge...». Se le chiedi perché continui ad abbracciare tanti impegni e forme di volontariato – da Retinopera alla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili, al supporto scientifico all’ASviS e al Movimento Laudato sì – ti risponde che la sua vita è alimentata da un approccio di cristianesimo generativo, vissuto e interpretato attraverso quello “spirito scout” che raccomanda di “lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato”. La Comunità Masci Roma 19 di cui fa parte da molti anni è un riferimento che la aiuta a coltivare la speranza cristiana e la fede nel bene comune: «I punti fondanti della Dottrina sociale, e in particolare la solidarietà, la sussidiarietà e la giustizia sociale, devono rappresentare la base di riferimento per Retinopera. Non nego – chiarisce – che stiamo attraversando un periodo difficile per chi intenda portare avanti un modello di società attento a questi valori, perché egoismi, rancore, narcisismo, autarchia nelle diverse forme, nazionalismi, capitalismo speculativo, guerre, disuguaglianze e povertà, sembrano riportarci ad un passato che avevamo pensato di esserci lasciati alle spalle. Sarebbe già un grande risultato se riuscissimo a rendere vivo e generativo il confronto tra le realtà associative cattoliche che operano nello spirito della Dottrina sociale, e a costituire una sorta di lievito per lo sviluppo umano e sociale del paese». Uno dei punti su cui vorrebbe lavorare, come ha messo in chiaro anche prima della nomina, è il rischio dell’autoreferenzialità, assieme alle forme di ritrosia a praticare una rappresentanza condivisa e a rafforzare i momenti di reale collaborazione. Le scelte da compiere – promette – saranno condivise con tutti i soggetti della rete, ma se le chiedi che Retinopera vorrebbe, risponde: «Un’arena, uno spazio di confronto tra le associazioni sul magistero sociale; e credo che lo vogliano tutti, perché si sente il bisogno di una voce unificante, che aiuti anche la gerarchia a rinnovare la Dottrina sociale».
Il dibattito all’interno di questa infrastruttura culturale è intenso, seppur nel rispetto delle diverse posizioni. Ad esempio, sulla pace – difendere militarmente chi è aggredito oppure limitarsi ad azioni di interposizione non violenta? – le posizioni sono variamente articolate. Più semplice è l’intesa sui temi del lavoro, ma «non è facile – dichiara – scardinare dagli ordinamenti e dalla mentalità corrente il primato del profitto alla base del lavoro povero. Anche in questo caso sussiste una discrasia tra le politiche enunciate e la possibilità concreta di attuarle. E anche per quanto riguarda l’Europa, siamo tutti europeisti, ma avvertiamo la distanza tra ideali e spazio concreto dei valori». Con una complicazione che può indagare solo la sociologia: «Ciò che si riesce a costruire sui territori, con l’impegno dei singoli, non si riesce a mettere a sistema. Le soluzioni, una volta portate al centro, sembrano perdere di incisività. Vale anche nel mondo delle associazioni cattoliche. Per questo vorremmo cercare di organizzare dibattiti e approfondimenti di qualità e innovativi, per innescare un processo di sintesi». Vorrebbe per Retinopera un assistente spirituale. Sarebbe il riconoscimento di un ruolo più chiaro nell’organizzazione ecclesiale. Quando le fai notare che, finora, l’azione di coordinamento tra le istanze dell’associazionismo cattolico è stata espletata da organi ecclesiastici, risponde così: «Sono ottimista per fede».
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