Sempre più minori in carcere senza un progetto rieducativo
A denunciare la situazione dei detenuti under 18 è il rapporto diffuso dal ministero della Giustizia relativo al 2025. Numero di ingressi in aumento (da 813 del 2021 a 1.197 del 202) e in tanti vengono trasferiti dal Nord al Sud

Il forte aumento dei nuovi ingressi di minori in carcere «ha comportato maggiore complessità nella gestione degli Istituti penali per minorenni». Aumenta la presenza media e diminuiscono i ragazzi che usufruiscono della messa alla prova in alternativa al carcere. Ma la situazione potrebbe anche peggiorare. A denunciarlo è la Relazione del ministero della Giustizia “Concernente la disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei detenuti minorenni” relativa al 2025, inviata nei giorni scorsi al Parlamento. Un documento che porta la firma del ministro Carlo Nordio ma che sembra contraddire alcune sue affermazioni. In particolare quando il documento afferma che «sarà importante verificare, nel corso degli anni, se il dl del 15 settembre 2023, n. 123, cosiddetto “decreto Caivano”, - che è intervenuto precludendo l’accesso alla messa alla prova per alcuni delitti - produrrà modifiche relativamente alle fattispecie di reati dei giovani che accedono alle misure di comunità». Quelle alternative al carcere. Eppure Nordio, rispondendo ad alcune interrogazioni, ha ammesso che «il comparto minorile vive un frangente di pregnante criticità, dovuto al sovraffollamento», ma questo, ha assicurato, «non ha minimamente risentito delle modifiche introdotte dal “decreto Caivano”».
I dati del Dipartimento per la giustizia minorile del ministero, autore della Relazione, disegnano, invece, un quadro preoccupante. Il numero totale degli ingressi negli istituti penali per minorenni è cresciuto da 813 del 2021 a 1.197 del 2025. Un aumento provocato soprattutto da nuovi provvedimenti di custodia cautelare. «Il numero degli ingressi di giovani provenienti dalla libertà passa da 160 del 2018 a 285 del 2025, con un aumento considerevole registratosi a far data dall’anno 2022». Nello stesso periodo sono scese le messe alla prova passate da 230 del 2022 a 189 del 2025. Una condizione ancora peggiore per i giovani immigrati «che versano in situazioni di assenza di riferimenti affettivi e di risorse sul territorio che possano favorire il positivo avvio di percorsi all’esterno». Anche perché «non riescono ad avere un titolo di soggiorno che gli garantisca la permanenza regolare sul territorio e la possibilità di accedere a contratti di lavoro regolari e ad eventuali benefici elargiti a sostegno delle popolazioni fragili».
La Relazione denuncia un ulteriore grave problema legato al sovraffollamento. Ricorda che il decreto legislativo n.121 del 2018 ha rafforzato il principio di territorialità, stabilendo che la pena «debba essere eseguita in Istituti prossimi alla residenza o all’abituale dimora del detenuto e delle famiglie, così da consentire la continuità delle relazioni personali e socio-familiari personali». Ma «nello scorso anno non è stato possibile garantire interamente tale principio». Proprio per «l’ampliamento degli ingressi nella fase delle indagini per l’applicazione della misura cautelare». E questo «si è verificato in modo nettamente più evidente nei distretti giudiziari del Nord» portando a «una costante e considerevole assegnazione di minori presso Istituti situati anche a notevole distanza dai territori di appartenenza». Si tratta soprattutto di minori stranieri «in netto aumento nel corso degli ultimi mesi e portatori di gravi disagi psichici e con pregresse esperienze di violenze e abusi subiti, con una componente di immigrati di seconda generazione, provenienti spesso da quartieri periferici delle città del Nord e un’altra componente di minori non accompagnati, senza fissa dimora e privi di riferimenti in Italia». Questo «ha comportato inevitabilmente un turbamento degli equilibri interni agli Ipm e ha reso difficile la convivenza tra i detenuti, appartenenti a differenti culture, e tra detenuti e personale di polizia penitenziaria». Con frequenti «eventi critici, con un moltiplicarsi di peculiari difficoltà di convivenza, spesso sfociate in veri e propri conflitti tra gruppi di diversa appartenenza culturale e in danneggiamenti a beni e strutture».
Un’ultima denuncia riguarda l’Istituto “Cesare Beccaria” di Milano il «maggiormente interessato dal sovraffollamento: alla fine del 2025 le presenze erano 73 a fronte a una capienza di 54 posti». Inoltre «un’alta percentuale ha un retroterra migratorio e spesso si tratta di minori stranieri non accompagnati, target complesso per le caratteristiche peculiari». In particolare «le storia di vita pregresse, spesso segnate da eventi traumatici (viaggi estremamente pericolosi, permanenze nei campi di detenzione libici) ma anche dall’assenza di legami e di una rete di sostegno all’esterno, che accompagni il percorso riabilitativo».
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