Sandro Mazzola e quei fischi, così il calcio ha perso la sua purezza
A Torino oltraggiata la memoria del campione dell'Inter durante il minuto di silenzio prima di Juventus-Atalanta. Eppure giocatori come lui, Gaetano Scirea e Giacinto Facchetti hanno rappresentato il mondo del pallone, con la gioia dei bambini dell'oratorio, durante tutta la loro carriera. Per questo vanno onorati

«Gaetano e Giacinto sono due tipi che parlano piano, anche adesso, adesso che sono lontano, ma in questo frastuono è rimasta un’idea, un eco nel vento, Facchetti e Scirea». Dedico questo passaggio del toccante brano degli Stadio Gaetano e Giacinto, a quella miseria umana che domenica allo Stadium di Torino ha fischiato e oltraggiato in tutti i modi il minuto di silenzio in memoria di Sandro Mazzola.
Mazzola è stata una bandiera dell’Inter, come l’hombre vertical Facchetti. Così come Scirea, era e rimarrà in eterno un pilastro della storia della Juventus. Certo, Gaetano sarà l’eterna bandiera, della Juventus degli Agnelli, Gianni e Umberto, e del presidente Giampiero Boniperti e nessuno si dovrà mai permettere di infangare il nome di un angelo caduto dal Cielo, e lì ritornato con Giacinto e Sandro, per insegnare a tutti noi che cosa vuol dire essere un campione in campo, ma soprattutto fuori nella vita di tutti i giorni. Mazzola è stato un avversario della Juventus fin dal suo debutto in nerazzurro quando con l’Inter dei ragazzi schierata per protesta perse 9-1. Storie del secolo scorso, poi polemiche e frizioni tra interisti e juventini non sono mai mancate e lo scandalo di Calciopoli ha fatto sì che la rivalità sportiva degenerasse in una guerra aperta, spesso anche politica (fuori il calcio dalla politica!).
Ma il calcio, lo sport più universale del pianeta, ripudia la guerra e ogni forma di razzismo, come recitano gli striscioni e i ripetuti appelli e slogan che campeggiano anche sulle fasce dei capitani. Pertanto, un padre che si professa tifoso juventino e che va allo stadio per insegnare al proprio figlio a odiare Sandro Mazzola come il nemico da combattere e da insultare anche da defunto, credetemi, non è un tifoso della Juventus. Non è tifoso di nessuno, tranne che della propria ignoranza, per la quale ora dovrebbe autopunirsi con il Daspo (la condanna a non mettere piede allo stadio). Rivedendo quell’immagine assurda di uomini, donne e bambini che, per emulazione quest’ultimi, danno la schiena e fischiano al minuto di raccoglimento per la morte di un campione, di un calciatore, di un padre e un nonno esemplare, c’è da mettersi a piangere e invocare il triplice fischio su tutti i campi.
Inutile giocare una partita di calcio davanti a tanta povertà umana. È una minoranza si dirà come al solito per stigmatizzare, d’accordo, ma è la solita sporca dozzina moltiplicata per cento che diventa branco che azzanna. Non è affatto minoranza silente, ma assai molesta e rumorosa: la violenza verbale fa gli stessi danni di quella fisica. Questa rubrica dovrebbe commentare la giornata di campionato appena trascorsa, la quinta, con tre squadre in testa (Inter, Roma e Lazio) e un torneo che è molto meglio di come troppi pseudo guru in pensione lo dipingono settimanalmente con il classico disfattismo esterofilo all’italiana. Il calcio è una magia che comincia da bambini e quella magia continua tutta la vita, a patto che si sappia difendere quel bambino che, come amava ripetere Borges «ogni volta che prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio».
E la storia del calcio l’hanno fatta quei bambini di ieri, come Sandro Mazzola, come Scirea e Facchetti, che sono partiti calciando un pallone nel campetto spelacchiato e polveroso dell’oratorio, e anche quando sono diventati dei campioni sono rimasti puri, come dei gigli che sbocciano in mezzo a un prato. La giustizia sportiva non chiuda quella Curva Sud dello Stadium di Torino, porta il nome di Gaetano Scirea e deve restare sempre aperta. Piuttosto la Juventus, quando ripartirà il campionato (ora c’è la sosta per la Nazionale fino al 10 ottobre) almeno per una domenica faccia in modo di riempirla solo ed esclusivamente di bambini con i loro genitori fuori ad aspettarli dopo la partita, proprio come quando vanno a riprenderli davanti alla scuola. Perché il calcio, lo sport tutto, può e deve essere una scuola di vita. E d’ora in poi, prima di fare dei cori contro, cantate come gli Stadio in Gaetano e Giacinto: «Guai a sgualcirmi bandiere e passioni».
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