Quei sacerdoti eroi uccisi dalla mafia: «La gente non li ha dimenticati»

Oggi la marcia di Libera a Torino, nella Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia. Tra le 1.117 persone uccise dalla criminalità, sono state inserite anche don Carlo Lombardi, parroco di strada a Benevento, e padre Ignazio Modica, che denunciava la corruzione di Casteldaccia. Ecco le loro storie
March 21, 2026
Quei sacerdoti eroi uccisi dalla mafia: «La gente non li ha dimenticati»
Don Carlo Lombardi, fotografato dal nipote Francesco Marra
La sera del 4 marzo 1982 don Carlo Lombardi sta rientrando in canonica accompagnato da due giovani parrocchiani. Il quartiere del Triggio nasconde insidie dietro ogni angolo, spaccio e degrado regnano tra le vie di Benevento devastate dal terremoto di due anni prima. Il parroco non è tranquillo, alcuni giorni prima aveva contattato le forze dell’ordine per parlare con un magistrato. Sa di essere in pericolo, perché lui i malavitosi li affronta a muso duro, per difendere la sua comunità e i ventenni risucchiati nel tunnel dell’eroina, nuovo business dei clan locali. Così congeda i due ragazzi: «Andate pure, stasera torno da solo, faccio due passi». Quando supera la porta viene aggredito da tre individui, che lo imbavagliano con i paramenti sacri e poi si accaniscono con ferocia su di lui fino a ucciderlo. Non è una rapina, perché non gli portano via una lira dei soldi che gli aveva appena dato un benefattore per ristrutturare la chiesa di Santa Maria della Verità, lesionata dal sisma. Lo trovano la mattina dopo, con i piedi legati da un filo di ferro, in una pozza di sangue. Per l’omicidio finiranno in carcere tre giovani, uno dei quali sarà poi condannato anche per associazione mafiosa.
Sulla storia di don Lombardi calerà però l’oblio, rimossa come si fa quando si ha un peso sulla coscienza. Finché la figura del sacerdote sarà riscoperta da Libera, che ora l’ha inserita tra i 16 nuovi nomi di vittime di mafia, allungando la lista a 1.117: oggi saranno letti uno a uno a Torino, nella Giornata che ne celebra la memoria. Il ricordo di don Lombardi emerge dalle parole affettuose del nipote Francesco Marra, che negli ultimi anni ha ricomposto il mosaico del suo impegno di prete di strada: «Era un parroco all’antica e un uomo impeccabile. Lontano dalle dinamiche di Curia, sempre accanto agli ultimi e ai bambini. Lo chiamavano il “Don Bosco del Triggio”. Per troppo tempo ci siamo tenuti dentro il dolore della sua scomparsa. Ma adesso è giusto far conoscere il bene che ha saputo fare a Benevento». Nato a Morcone nel 1919 e ordinato sacerdote nel 1944, don Lombardi arriva al Triggio nel 1973, trovando una situazione disastrata, con la chiesa ridotta quasi a rudere e la canonica sprovvista persino di servizi igienici. Da subito si impegna per aiutare una comunità poverissima. Parte dai più piccoli, distribuendo sorrisi e caramelle. Li porta al cineforum, che in quegli anni è un lusso per pochi. Poi mette in piedi due squadre di calcio, organizza gite e doposcuola. Il Triggio, sotto la guida di quel prete “alto e un po’ smilzo”, diventa un laboratorio di rinascita sociale. Inevitabilmente, finisce per intralciare gli interessi criminali, che prosperano sfruttando la miseria e che, in quegli anni bui, si sovrappongono alle ombre brigatistiche allungate persino sul Sannio. La sua severa integrità, senza compromessi, lo condanna a morte. Un martirio scivolato nel silenzio, fino a che l’arcivescovo Felice Accrocca e l’attuale parroco dell’Unità pastorale San Filippo Neri (di cui il Triggio fa parte), don Marco Capaldo, si impegnano per ritrovarne la memoria. «Il fastidio che dava don Carlo era la sua prossimità – riflette il sacerdote, che abita nella canonica dove fu ucciso don Lombardi –. Entrava nelle case con discrezione, aiutava le famiglie povere a far studiare i figli. Lui stesso insegnò al liceo scientifico lasciando un’impronta indimenticabile. E’ stato un padre per tanti ragazzi e Benevento lo porta ancora nel cuore». Tanto che le sue spoglie riposano dal 2001 nella “sua” Santa Maria della Verità. Una verità che ancora manca sul suo omicidio, come per gran parte delle vittime delle mafie. «Le indagini furono svolte in maniera superficiale, con errori macroscopici – denuncia il nipote – Non furono prelevate le impronte digitali e nemmeno furono repertate le tracce di scarpe lasciate nel sangue sparso a terra. Gli esecutori sono stati puniti, ma fu un chiaro delitto su commissione e i mandanti non sono mai stati trovati».
Stessa sorte per padre Ignazio Modica, assassinato a Casteldaccia, provincia di Palermo, la sera del 4 dicembre 1921. I suoi killer beneficiarono di coperture e depistaggi forniti dalla nomenclatura del regime fascista, sfuggendo alla giustizia: quattro mafiosi furono indagati ma mai processati. Don Modica, vicario economo spirituale del Comune, sosteneva tenacemente la necessità della trasparenza negli appalti finanziati dal Governo per opere pubbliche: Cosa nostra non gliela perdonò e lo ammazzò a 42 anni davanti alla sua chiesa. La sua figura, come nel caso di don Lombardi, è stata riscoperta negli ultimi anni, grazie all’impegno della parrocchia. Preti eroici e dimenticati, che adesso, grazie anche a Libera, ritrovano la dignità che meritano: esempi di lotta concreta contro le mafie, vissuta nella trincea quotidiana.
I boss non risparmiano i preti, ma nemmeno i bambini. Nel 1973 il piccolo Francesco Aversano, 9 anni, viene ucciso a Casal di Principe da un proiettile vagante nel corso di un agguato di camorra. È la prima vittima innocente del clan dei Casalesi. Infine, tra le 16 “nuove” vittime Libera ricorda anche Riccardo Cristaldi, Giovanni La Greca, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro, quattro amici tra i 13 e i 15 anni. Spariscono il 7 luglio 1976 a Mazzarino, vicino a Caltanissetta. Qualche giorno prima, uno di loro aveva scippato la borsa alla madre di Nitto Santapaola, il potentissimo boss catanese deceduto pochi giorni fa. I quattro, che vivevano nel quartiere popolare di San Cristoforo, non si troveranno più. Solo una dozzina di anni dopo, dalle dichiarazioni di un pentito, si verrà a sapere che i quattro erano stati picchiati, strangolati e gettati in un pozzo. È la “strage dei picciriddi”, una delle pagine più vergognose scritte nel sangue da Cosa nostra.

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