L'ultimo atto del processo Regeni e la verità (che sta ancora in Egitto): «Diteci perché»

La sentenza sui quattro imputati egiziani ad ottobre. Il governo chiede un maxi-risarcimento di 2,5 milioni di euro
Google preferred source
June 24, 2026
L'ultimo atto del processo Regeni e la verità (che sta ancora in Egitto): «Diteci perché»
In dieci anni i genitori di Giulio Regeni hanno lottato con tutte le loro forze per fare luce sulla morte del figlio, torturato e ucciso in Egitto/ REUTERS
Secondo atto della requisitoria. Ascoltate le parti civili: è il loro ultimo intervento, prima della sentenza, che sarà pronunciata probabilmente a ottobre. Siamo nell’Aula Bunker di Rebibbia, dove martedì la Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo per il colonnello Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo per Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Kamel Mohamed Ibrahim: i quattro 007 imputati nel processo per la morte di Regeni, iniziato nel 2024, e che si svolge in loro assenza. Anche la presidenza del Consiglio dei Ministri, già costituita parte civile, ha chiesto agli imputati il risarcimento complessivo di 2,5 milioni di euro in sede civile, suddivisi in danni patrimoniali e non, in quanto lo Stato risulta «gravemente offeso» nella sua funzione di «protezione dei cittadini all’estero». Dentro l’Aula Bunker confluiscono dieci anni e mezzo di attese e speranze, tra ostruzionismo e silenzi di Stato. Lo si vede nella stanchezza dei volti, reduci dal pellegrinaggio laico di chi chiede verità e giustizia. Ma anche nel discorso, sorretto da un filo di voce, rauca, dell’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni. «I crimini di lesa umanità sono reati che riguardano tutti. E a noi in quest’aula spetta far valere i trattati sottoscritti dall’Italia contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti», ha detto Ballerini, citando l’apposita Convenzione Onu e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. «Pretendere verità per Giulio e per tutti noi è un dovere e un diritto inderogabile».
Citando le parole pronunciate dai genitori Regeni una volta visto il corpo, l’avvocata ha ribadito la «tortura è tutto il male del mondo». A Giulio sono stati inflitti pugni, calci, uso di strumenti contundenti (mazze, bastoni), trascinamento del corpo e altre torture e la vita gli è stata tolta con «torsione» del collo. Il tutto dal 25 gennaio al 3 febbraio 2016. L’ascolto della ricostruzione riapre, ogni volta, la ferita dei familiari. «Ogni ferita che è stata inflitta in Giulio, ferisce e tormenta anche chi lo ha generato», aggiunge l’avvocata. Nemmeno il dolore perpetrato dagli aguzzini ha spinto Giulio a mettere altri innocenti in pericolo di vita. L’umanità non gli è stata dunque rubata, nonostante la «sistematicità» di quel dolore, inflitto da mani esperte, capaci di spezzare ossa senza intaccare organi vitali.
L’Egitto ha poi tentato anche una seconda morte nei confronti del ricercatore. Insinuazioni di omosessualità, insite delle domande di chi ha interrogato il professore universitario Gennaro Gervasio; accuse di devianza, uso di droghe; spionaggio, al servizio del Regno Unito. Il Cairo arrivò persino a uccidere cinque persone, indicandole come i veri responsabili dell’omicidio. Pesano, in questa storia, i tradimenti di Mohamed Abdallah, rappresentante del sindacato degli ambulanti, le doppiezze del coinquilino Mohamed Al Sayed, l’indifferenza della coinquilina tedesca Juliane Schok. Le stesse perquisizioni degli agenti della Sicurezza nazionale contribuirono a creare un muro d’omertà attorno al ricercatore. E ancora oggi la Procura egiziana deve rispondere all’ultima richiesta di quella italiana, effettuata nel 2019. «La verità sta in Egitto, tenuto a dare risposta alla più doverosa delle domande: perché?», dice Ballerini. Non è neppure salvabile lo scarso impegno dei sei governi che si sono succeduti da allora, inclusa l’attuale maggioranza, che pure aveva parlato di «maggiore disponibilità» egiziana a «collaborare». Resta tuttavia, sullo sfondo, una luce: il diritto alla verità, citato anche nel processo per la strage di Ustica, e ritenuto «indispensabile» affinché le famiglie possano seppellire i propri morti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire